Come cambia l’informazione in tv con il conflitto in Ucraina

Il conflitto aumenta il nostro bisogno di notizie e la tv reagisce di conseguenza

15 Marzo 2022 alle 12:25

Fa paura e ci tiene svegli anche di notte con il fiato sospeso: il conflitto che infiamma l’Ucraina aumenta il nostro bisogno di notizie e la tv reagisce di conseguenza. Le reti generaliste infatti hanno dedicato 90 mila minuti di informazione ai primi 15 giorni di guerra (dal 24 febbraio al 10 marzo), ben 1.500 ore in più rispetto alle due settimane precedenti l’invasione russa.

È quanto emerge da un’indagine realizzata in esclusiva per Sorrisi dallo Studio Frasi di Milano, società specializzata nell’analisi di contenuti e scenari dei media. Secondo questo rapporto, è La7 ad aver modificato di più il proprio palinsesto, aggiungendo quattro ore supplementari di informazione al giorno. Guardando complessivamente i dati Auditel, poi, si nota che gli ascolti di news e talk show di approfondimento sono aumentati in tutto del 7,8 per cento.

Chi ha conquistato la fiducia del pubblico? Crescono i canali “all news” col boom di SkyTg24 che arriva quasi a triplicare i contatti. Ma i telegiornali classici di prima serata restano una certezza: l’incremento maggiore della propria audience lo realizza il Tg4 Mediaset con 680 mila spettatori (30,4 per cento in più). Il leader in questo momento è il Tg1, con un ascolto medio che sfiora i sei milioni di telespettatori. Rai1 ha convinto anche con gli speciali: l’edizione straordinaria più seguita, con tre milioni di spettatori, è stata quella di prima serata condotta dalla direttrice del Tg1 Monica Maggioni il 24 febbraio. Per quanto riguarda invece i principali programmi di attualità, colpisce la performance di “Piazza pulita” su La7, che ottiene una media di 1,2 milioni di spettatori, aumentando gli ascolti del 64 per cento. Mentre l’appuntamento quotidiano più seguito, sempre su La7, è “Otto e mezzo” che registra un buon 14 per cento in più.

La guerra cambia le abitudini di fruizione: non stiamo solo incollati davanti al televisore del soggiorno. Nella necessità costante di aggiornamenti, consumiamo anche le batterie del cellulare e ci connettiamo a tablet, computer e smart tv dove possiamo vedere o rivedere i servizi andati in onda sulla tv “lineare” in streaming e online. Così, a guadagnare contatti rispetto ad altre testate è Tgcom24 che tocca quota 18,5 milioni di visualizzazioni. Sono 10 milioni in più rispetto a prima dell’attacco sferrato dal presidente russo Vladimir Putin al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, al suo popolo che resiste, e al cuore dell’Europa.

Le notizie arrivano dai telefonini grazie ai reporter indipendenti

Questa guerra è difficile da raccontare in televisione perché è davvero complicato verificare velocemente le news e i video che arrivano da fonti governative e smascherare la propaganda bellica. «Per le immagini e qualche servizio montato noi ci affidiamo ai network internazionali di notizie Aptn e Reuters, ma attingiamo anche alle piattaforme di giornalisti indipendenti ucraini e, con le dovute cautele, a materiale disponibile sui social» spiega a Sorrisi Desideria Cavina, caporedattore responsabile esteri a Newsmediaset Tgcom24. Le grandi testate televisive hanno pochissimi inviati sul posto, quasi tutti infatti stanno al confine: in Polonia e Romania. Quindi i telegiornali e i programmi di approfondimento di tutte le reti si rivolgono ai reporter indipendenti che si sono messi coraggiosamente in viaggio, alcuni a loro spese, verso le zone a rischio.

Per esempio, abbiamo visto Cecilia Sala (su Instagram @ceciliasala), inviata del quotidiano “Il Foglio” che realizza “Stories”: uno dei podcast più seguiti in questo conflitto e si collega con vari programmi Rai per raccontare l’esodo dei profughi dalla capitale, Kiev. C’è Gianluca Panella (su Instagram @gianlucapanella), fotoreporter vincitore del World Press Photo nel 2014 per un reportage da Gaza, collegato con il telefonino per La7 e il Tg1. Panella ha testimoniato in diretta l’accerchiamento di Kiev da parte dell’esercito russo e la sofferenza della città.

A sud del Paese, invece, è diventato impossibile spostarsi verso Kherson, in mano ai russi. Lo sta raccontando molto bene il giornalista Daniele Piervincenzi (su Instagram @danielepiervincenzi), noto anche per aver condotto il programma “Mappe criminali” su Tv8. Lui da Odessa è arrivato a Mikolaiv e riferisce sulla crisi umanitaria in corso. Toccanti anche i servizi da Vorzel, a nord di Kiev, firmati dalla giornalista e scrittrice Francesca Mannocchi (su Twitter @mannocchia), che ci ha mostrato la fuga dei bambini orfani dai territori occupati. E val la pena di seguire anche il giornalista e analista geopolitico Luca Steinmann (su Twitter @luca_steinmann1), che ci aggiorna sulla situazione in Donbass: regione che, spiega, «è ormai praticamente parte integrante della Federazione russa».

E le grandi aziende lasciano la Russia in segno di protesta dopo l’invasione voluta dal Cremlino

Nike, Dior, Adidas, Mercedes, Airbnb, Asos, Heineken... La lista è lunghissima. Hanno sospeso gli affari con Mosca tante grandi aziende. Dalle case automobilistiche (tra cui Volvo, Volkswagen, Ford, Renault, Honda, Mazda, Mercedes, Ford, Bmw, Jaguar, Land Rover) alle multinazionali della telefonia e dei trasporti e ai brand della moda e del lusso. Tutti hanno abbandonato il mercato russo dopo la decisione del Cremlino di invadere l’Ucraina. Miliardi di investimenti in fumo per protestare contro Vladimir Putin. Per farsi un’idea, nelle vie dello shopping, Prada, Moncler, Hermès, Chanel, Zara e molti altri tengono le saracinesche abbassate. Swatch Group ha interrotto le esportazioni, mentre il colosso dell’arredamento Ikea ha chiuso 15 punti vendita. Samsung e Lego hanno fermato le spedizioni, Google e TikTok hanno estromesso i canali dei media statali russi dalle piattaforme, Microsoft e Apple non vendono più i loro prodotti e hanno bloccato i servizi. Netflix e Disney hanno stoppato progetti e acquisizioni di film e serie. Hanno cessato le attività Generali, Visa, Mastercard, PayPal, Eni, Shell, Equinor, Exxon... Tra le ultime imprese ad aderire al blocco, ci sono McDonald’s (che ha chiuso 850 fast food), Kfc, Burger King, Starbucks, Coca-Cola, Pepsi e Ferrero. E l’elenco si allunga di giorno in giorno.

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