Home TvDavide Mengacci: «Torno ai matrimoni, ma senza il trash»

Davide Mengacci: «Torno ai matrimoni, ma senza il trash»

Da stesera il conduttore milanese sarà su Rete 4 con le sue celebri nozze in versione riveduta e corretta. La formula cambia un po'

Foto: Davide Mengacci (a sinistra) con il figlio Rudy Zerbi  - Credit: © Olycom

25 Agosto 2015 | 14:38 di Franco Bagnasco

Il confessore laico sentimentale più intrigante della tv torna al lavoro: da stasera, 25 agosto, per quattro settimane, in prima serata su Rete 4, Davide Mengacci apparecchia ancora le sue «Scene da un matrimonio».
A 25 anni dalla messa in onda della prima edizione del leggendario programma di Gianni Ippoliti, che andava a stuzzicare le più variegate coppie di futuri coniugi (e relativi parenti) nel giorno delle loro nozze, il serafico conduttore milanese ci riprova. Già tre anni fa aveva realizzato l’antipasto del rientro, ovvero «Nuove scene da un matrimonio», e stavolta fa le cose in grande.
Si comincia con due romani che pronunciano il loro fatidico «Sì» al Santuario del Divino Amore, a Roma: Doriana, 34 anni, commessa in una boutique, e Stefano, 35, gestore di una bancarella al mercato.

Mengacci, senza una coppia che pronuncia il «sì» sull’altare lei non riesce a stare…
«Vero, ma stavolta sarà diverso. Il primo fu lo “Scene” storico, quello che lanciò un genere. Tre anni fa tornai limitandomi a raccontare i momenti più felici dell’evento, dal lancio del riso al banchetto. Stavolta sono un narratore presente ma non troppo. Ma la vera novità è la seconda parte di ogni puntata, visto che all’epoca il programma durava 24 minuti e stavolta sono 110».

Che cosa combinerà?
«Andrò a ritrovare alcuni coniugi che ho “sposato” negli Anni 90, per scoprire che cosa è stato della loro vita: dalle gioie alle delusioni, dai figli alle traversie della vita. Per capire come sono invecchiati, calvizie e pancetta compresa, in un continuo confronto di immagini fra passato e presente».

Un po’ come fece James Cameron nel documentario-dedicato al suo capolavoro «Titanic».
«Se vogliamo trovare un paragone alto, piuttosto direi come Sergio Leone in “C’era una volta in America”, quando mostra l’ex gangster De Niro prima forte e spietato e poi ormai invecchiato e stanco».

Il trash è sempre stato l’ingrediente principe di «Scene da un matrimonio», non neghiamolo.
«Il tasso di trash c’era, sì, ma era legato alla coppia: si passava da quella popolana e irresistibile a quella più elegante. Oggi cambierà tutto: basta prese in giro».

In che senso?
«Darò informazioni, racconterò ciò che la gente non può vedere o che non arriva dalle immagini, ma non andrò più a intervistare lo zio “caciarone” che non conosce i suoi parenti. Quell’approccio è vecchio, e molti di quei siparietti forse hanno fatto il loro tempo».

Non teme di togliere, così facendo, un certo appeal alla trasmissione?
«Tempi e linguaggi cambiano. Già alcuni anni fa notammo che questo modulo non funzionava più. E poi parliamoci chiaro: sono passati 25 anni e io stesso sono cambiato, un certo tipo di atteggiamento comico non mi appartiene più. Sono un signore maturo che affronta tutto con flemma. Stavolta faremo fare un confessionale agli sposi e ai testimoni».

Avete utilizzato quello della chiesa, già che eravate lì?
«Ma no, come potremmo? È una modalità televisiva molto moderna, che funziona, per stimolare il confronto...».

Tranquillo, scherzavo. Il confessionale è tipico di reality show come il «Grande fratello».
«Sì. E noi che siamo stati il primo vero reality italiano ci adeguiamo. Pur senza tradire la nostra fondamentale missione, che ci rende unici: raccontare una storia d’amore».

Davvero «Scene da un matrimonio» fu il primo reality italiano?
«Glielo assicuro: fummo i primi a mandare in onda gente comune, non comparse, in una situazione totalmente vera. Non amo vantarmi, ho sempre scelto un profilo basso, è risaputo nell’ambiente, ma in trent’anni di carriera sono stato papà di almeno 4-5 programmi che poi altri colleghi hanno ripreso, magari anche migliorandoli, ma partendo da lì».

Per esempio?
«Nel 1988 feci “Candid camera show” dopo quelle storiche di Nanni Loy e da allora in molti hanno messo una “candid” nei loro programmi. Nel 1993 “Perdonami”, che poi ha generato, con altri budget e ritocchi, “Stranamore” e “C’è posta per te”. “Scene da un matrimonio” ha ispirato tanti programmi su nozze e dintorni, dalle gare della Clerici agli abiti di Real Time. E poi “La domenica del villaggio” del 1996 e “Fornelli d’Italia” sono stati seguiti, molto tempo dopo, da una valanga di programmi sulla cucina. Oggi anche troppi, direi».

Come sono cambiati negli anni i matrimoni, visti dalla sua postazione privilegiata?
«Solo in una cosa: prima si sposavano anche subito. Oggi non trovi nessuno che si sposi senza avere fatto prima almeno uno, due o tre anni di convivenza. Spesso hanno anche già figli. Tutto il resto, dalla rito alla cerimonia sfarzosa con centinaia di invitati, indebitamenti compresi, è rimasto esattamente uguale».

È vero che una volta un matrimonio saltò perché la sposa scappò con un delegato di produzione?
«Assolutamente vero. Poi tra loro durò due anni. Lei era una bellissima marchigiana, alta, quasi una modella, e lui un marcantonio biondo, romano, di quelli “fatti col pennello”, come diceva la canzone. Si innamorarono e scoppiò la passione, più per lei che per lui, a dire il vero. Il marito restò senza moglie... e io senza puntata».

Lei che in materia è un esperto, che cosa pensa del percorso televisivo di suo figlio Rudy Zerbi?
«È molto bravo perché riesce a muoversi con intelligenza in un momento televisivamente assai infelice: ci sono pochi soldi, brutti programmi, sono peggiorati i rapporti nell’ambiente, eppure tutti vogliono fare tv. Lui, che ha anche trascorsi discografici che lo aiutano, a volte riesce a fare alcune cose che io non sarei assolutamente capace di portare avanti. Quindi tanto di cappello».