Home TvEttore Andenna: «Giochi Senza Frontiere» compirebbe 50 anni

Ettore Andenna: «Giochi Senza Frontiere» compirebbe 50 anni

Il conduttore dello storico show itinerante si racconta tra passato, presente e futuro, nella sua azienda agricola nel Monferrato, dove oggi alleva polli

Foto: Ettore Andenna con la moglie Diana Scapolan in una foto del 1995.  - Credit: © Olycom

26 Novembre 2015 | 10:46 di Franco Bagnasco

C'è un moloch della televisione italiana che ha trovato rifugio nel Monferrato, a Grazzano Badoglio, poco più di 600 anime in provincia di Asti. Ettore Andenna, l'uomo de «La Bustarella» (su Antenna 3 Lombardia) e soprattutto il conduttore-simbolo dello storico «Giochi senza frontiere», compirà 70 anni fra sei mesi. Messo in disparte un po' troppo presto dalle italiche antenne, dice di essersene fatto ampiamente una ragione. Eppure gli è rimasto in bocca un po' di retrogusto tra l'amaro e l'acidulo, che fa ben poco per nascondere, da uomo semplice ma complicato qual è. Intanto si è rifatto una vita coltivando la passione per il Golf e seguendo (udite udite) il ricco allevamento di polli portato avanti dal figlio Giovanni nell'azienda agricola di famiglia. «Giochi senza frontiere» («Jeux Sans Frontieres» per i puristi del francofono), la super gara itinerante europea a squadre, chiuse i battenti nel 1999, per consunzione. Ma essendo nato nel 1965, il format, se fosse ancora in onda, quest'anno compirebbe 50 anni. Big Ettore si accende un sigaro, e iniziamo la chiacchierata.

Andenna, come se la passa?
«Bene. Vivo in campagna, con la mia famiglia allargata. Ho il mio computer, i libri, gioco a Golf. E poi ho l'abbonamento a Sky. L'unica tv vedibile, perché Rai e Mediaset hanno raggiunto livelli molto bassi. Quello che dovevo fare in video l'ho fatto, e va bene così».

Ma com'è questa sua svolta nel business delle galline?
«Non me ne parli. Con la burocrazia italiana sfiancante ci abbiamo messo sette anni per aprire. In Romania sarebbero bastati tre mesi con la garanzia di 5 anni senza tasse da pagare. Ci sono già arrivate due infornate da 30 mila pulcini l'una. Li alleviamo nelle condizioni più idonee di temperatura, igiene e alimentazione, sino a portarli a polli da quattro chili (le femmine un po' meno), poi li vendiamo. In Italia si produce il 42% del fabbisogno di carne bianca, sempre in aumento. Ne manca tanta. Per questo ci hanno fatto un contratto di 12 anni».

Come si chiama la sua azienda agricola?
«Cascina DEA, acronimo che sta per Diana, ovvero mia moglie, Ettore e Andenna».

Veniamo a «Giochi senza frontiere». Lei ne è stato l'uomo immagine...
«Sì, ma in Italia l'hanno presentato in tanti: da Enzo Tortora a Claudio Lippi, passando per Milly Carlucci, Rosanna Vaudetti, Giulio Marchetti, e altri. Io ho fatto il record di puntate fra tutti i presentatori nel mondo: 103 contro le 102 del collega portoghese, il Pippo Baudo locale, che per questo mi detesta cordialmente. Lavorandoci in due periodi: dal '76 al '78 e dal '90 al '96».

Come nacque il programma?
«È una derivazione del 'Campanile sera' di Bongiorno, Tagliani e Tortora. Dietro, fra gli autori, c'era Popi Perani. Negli Anni 60 si presentò un funzionario francese, prese 112 copioni di Campanile sera e li portò in patria, dove fecero 'Intervilles' e poi 'Giochi senza frontiere'. Perani era la mente dietro tutti i giochi, anche nel periodo in cui conducevo io. Alcune volte i giochi li testavamo alla Bustarella e poi se funzionavano approdavano là».

Come ricorda quell'esperienza?
«La nostra forza era l'amicizia, il fare gruppo. Ho vissuto in un'atmosfera cameratesca che ricordava quella di una compagnia circense itinerante di 400 persone. C'erano i giochi, certo, ma soprattutto lo stare insieme con gli altri colleghi: dall'hotel 5 stelle lusso alla tenda più improbabile nella Repubblica Ceca. Con tutti sono ancora in contatto, anche tramite i social. E poi JSF ha ancora 35 mila fans raccolti in vari gruppi in tutta Europa».

Oggi si potrebbero rifare?
«Non credo, manca una struttura produttiva interna in grado di affrontare un impegno simile per quattro-cinque mesi. Non ne sarebbero capaci. Oggi Rai e Mediaset affidano quasi tutte le produzioni a 5-6 società esterne che fanno quel che fanno».

Costerebbero anche troppo, immagino.
«Non è così, questa è un'altra leggenda fatta circolare. Se faccio un raffronto fra ieri e oggi una puntata in produzione condivisa da più Paesi dovrebbe arrivare a costare circa 750 mila euro. E poi mica è obbligatorio confezionare giochi costosissimi come un tempo. Si può farli comunque efficaci ma più economici. A ogni modo la cosa oggi per fortuna non mi riguarda più. Sono in seconda categoria a Golf, chi m'ammazza?».

La trasmissione forse non farebbe più i milioni d'ascolto di un tempo...
«Sicuramente: ormai gli ascolti sono frammentati, niente fa più audience stratosferiche. Però di veri giochi in tv non ne vedo, quindi un loro pubblico lo troverebbero».

I due giudici storici della gara, Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi, sono mancati, purtroppo.
«Sì, ma sono rimasto in contatto con loro sino alla fine. Andavo a trovare Pancaldi ad Ascona, in Svizzera, e mi regalava sempre i sigari».

Il programma si interruppe nel 1982, per riprendere nell'88. Che cosa successe?
«Dietro il ritorno c'è il mio zampino. Ero eurodeputato. Mi chiamò Luciano Gigante, deus-ex-machina del programma, con l'idea di ripartire con i Giochi. Aveva già qualche nazione europea, ma mancava la Francia, fondamentale. Allora andai da Simone Veil, Presidente dell'Europarlamento, per spiegarle l'importanza di convincere il direttore di France 2 a entrare nel progetto. Le feci balenare la prospettiva di un ritorno di visibilità personale andando a consegnare il trofeo nelle finali. Le brillarono gli occhi e in pochi giorni ci fu l'ok di France 2. L'anno dopo girai io l'europa con un trofeo-mammozzone di un metro e venti da consegnare a ogni squadra vincitrice».

Grazie a «Giochi senza frontiere» ha guadagnato molto?
«Direi proprio di no. Negli ultimi anni prendevo 95 milioni di lire per un intero ciclo di trasmissioni, quando al buon Frizzi, contro il quale non ho nulla, ne andavano 70 per una puntata di 'Scommettiamo che?'. 'Giochi senza frontiere' andava fatto per passione».

Lei con «La bustarella» è stato un pioniere delle reti locali. Come le vede oggi?
«Anche quelle - me lo lasci dire, visto che con altre sette persone le ho inventate - rischiano molto se continuano a insistere con informazione, talk-show e televendite facendo il verso alle reti nazionali, che non riusciranno mai a eguagliare. Devi fare intrattenimento con il tuo pubblico, sul territorio. Non me ne frega più niente, ma io saprei come dirigere una tv low cost. Ho un paio di idee buone ma credo che me le porterò nella tomba, perché col cavolo che le faccio girare per farmele copiare».

Torniamo al periodo del suo impegno politico...
«Durò qualche anno. E per entusiasmo e presenza volevano che continuassi. Ma quando mi proposero un contratto di quattro anni per la tv, non fui capace di resistere e mollai tutto per tornare in video. Se avessi continuato, chissà...».

Lei nell'ambiente dello spettacolo passa per essere un tipo scomodo?
«Solitamente vengo guardato con diffidenza da manager e direttori, perché ne so più di loro, conosco il mezzo, dico la mia, e hanno paura che voglia scalare le loro posizioni di potere. Invece non me n'è mai importato nulla. In passato mi sono interrogato tanto sui motivi per i quali non mi facessero lavorare».

E quale risposta si è dato?
«Sono un rompic... non del tutto controllabile. Temono che li voglia mettere in difficoltà. O forse sono andato a letto con la moglie di qualcuno potente. Io non mi ricordo più, ma lui sì».

Perché non è entrato come Bongiorno, Baudo, Corrado, Tortora, nella galleria dei conduttori leggendari? È per la fortuna di essere più giovane?
«Sì, soprattutto per via dell'età: sono il più giovane dei vecchi, o il più vecchio dei giovani. Il fatto è che oggi non ci sono più punti di riferimento. Anche se l'affetto del pubblico e questo tipo di rispetto lo sento sempre di più. I miei figli vorrebbero che aprissi anche una Fan Page su Facebook, ma non ne ho voglia».

Quanti figli ha?
«Quattro con mia moglie Diana Scapolan, passata da Miss a padrona assoluta dell'azienda agricola. E una di primo letto, una ragazza portatrice d'handicap che spesso vive con noi. C'è anche un tuttofare valtellinese dalle mani d'oro che mia moglie anni fa recuperò da problemi d'alcolismo. Conosce ogni piastrella, qui dentro. Senza di lui saremmo persi».

Tutti insieme appassionatamente, con polli e galline.
«Io mi sarei anche ritirato sul Lago di Lugano a fare il pensionato d'oro vicino a un campo da Golf, ma Diana non ha voluto per via del futuro dei ragazzi. E ora eccoci qui, con 30 mila nuovi pulcini che arrivano la prossima settimana».