Ezio Greggio: «Porto la mia vita a teatro e vi racconto gli scherzi che faccio»

Nel suo spettacolo parla di sé, dall’esordio alla popolarità raggiunta con "Drive In" passando per il cinema dei Vanzina. E ci rivela: «Mi piace far ridere, ma una volta Celentano si prese gioco di me ed Enzino Iacchetti»

11 Luglio 2024 alle 08:00

In tv Ezio Greggio ci travolge sempre con il suo entusiasmo dirompente e l’umorismo disarmante. È difficile da credere, ma dal vivo è ancora più scoppiettante! Lo incontriamo a Milano nella prima giornata di vero caldo estivo: si inizia a boccheggiare, eppure Ezio ha l’energia di un ragazzino. Anzi, di un vero showman: durante il servizio fotografico suggerisce pose, si lancia in espressioni buffe, fa battute, racconta aneddoti... A un certo punto, pensate un po’, propone persino di salire in piedi su un tavolo per una foto. Insomma, è travolgente. Ed è pronto a portare questa energia anche nei teatri di tutta Italia con il suo nuovo spettacolo, “Una vita sullo schermo”, realizzato con Marco Salvati e Armando Vertorano. Debutta in alcune anteprime estive nelle arene, e da gennaio si sposterà al chiuso.

Ce lo racconta?
«È uno spettacolo che racchiude tutta la mia vita. Arriva un punto in cui, sistemando armadi e scatoloni, ripensi a quello che hai fatto: nel mio caso è un elenco bello denso. Dagli inizi in tv su Telebiella a “Drive In” e “Striscia”, il cinema, le serie tv... Porto in teatro il mio baule dei ricordi».

Che spettacolo sarà?
«Sarà un grande “one man show” di 100 minuti. Sul palco alternerò monologhi a personaggi interpretati da me, e alle mie spalle ci sarà un megaschermo che proietterà filmati molto speciali di oltre 40 anni di carriera».

A proposito di schermo: sia lei che la televisione italiana siete nati esattamente 70 anni fa.
«Il 1954 è stato proprio un anno particolare! Fa un effetto incredibile pensare che il mezzo che mi ha dato successo è un mio coscritto. E il mio spettacolo parte proprio da quando, da ragazzo, guardavo Mike Bongiorno e Raimondo Vianello in tv».

Avrebbe mai pensato che un giorno li avrebbe incontrati?
«Ci speravo, ma mai avrei immaginato che un giorno avrei conosciuto e frequentato dei super conduttori come Mike, Raimondo e Pippo (Baudo, ndr). Sandra Mondaini mi rivelò che, quando mi guardavano in tv, Raimondo diceva: “Ma quello sono io da giovane, Ezio di secondo nome fa Raimondo!”».

Di Mike invece che ricordo ha?
«Quanti scherzi che gli ho fatto! Una volta venne ospite a “Paperissima” dove portavo in scena la sua imitazione. Durante le prove non mi feci vedere: quando finalmente mi vide gli venne un colpo, perché ero la sua copia... con una piccola differenza».

Cioè?
«Ero Mike, ma in cima alla testa avevo un finto nido di uccelli. Lui mi guardò e, con il suo impareggiabile aplomb, come prima cosa mi disse: “Ma io non ho gli uccelli in testa così” (lo dice imitandolo, ndr)».

Riesce a imitarlo alla perfezione.
«Pensi che durante un’uscita insieme imitai la sua voce per tutto il tempo. Dopo un po’ se ne accorse, mi guardò insospettito e mi disse: “Ah, ma tu stai facendo la mia voce”. Io, sempre con il suo tono, risposi subito: “Veramente? Non me n’ero accorto...” (ride)».

Ha conosciuto anche grandi artisti internazionali. So che Leslie Nielsen di “Una pallottola spuntata” le fece un regalo particolare.
«Ne parlo anche a teatro, perché è una storia esilarante. Leslie aveva inventato un “petofono”, una pompetta in grado di sprigionare un rumore corporale perfetto, indiscutibile e inconfondibile. Lo si sentiva anche a 20 metri! Me lo regalò per il compleanno. Da quel momento ne sono successe di tutti i colori».

Ci fa un esempio?
«Era una gag ormai collaudata. Al ristorante, quando il cameriere veniva a prendere le ordinazioni, facevo cadere una forchetta. Leslie allora si alzava, si piegava per raccoglierla e io azionavo lo strumento. Le reazioni erano esilaranti, e lui era senza vergogna».

Lei ha lavorato anche con il leggendario Mel Brooks, regista di “Frankenstein Junior”.
«L’ho rivisto giusto qualche settimana fa, a Los Angeles. Mi ha parlato del nuovo film che sta per produrre. Ha 98 anni ed è ancora inarrestabile».

Ha fatto scherzi anche a lui?
«Certo! Quando venne sul set del mio “Il silenzio dei prosciutti” per un cameo, gli feci trovare un elegantissimo taxi all’inglese. Solo che a fine corsa il tassista gli presentò una salatissima parcella di oltre duemila dollari, spiegando che avrebbe dovuto pagare tutto di tasca sua. Quando gli rivelai che l’autista era un mio attore, lui imbufalito mi... mandò a quel paese, e in perfetto italiano!».

Fa sempre scherzi a tutti. Ma uno scherzo che fecero a lei?
«Un giorno Adriano Celentano spedì a me e a Enzino Iacchetti il suo nuovo cd. Nel mio pacchetto c’era una dedica speciale: “A Ezio, che della coppia Greggio e Iacchetti è il migliore”. Insospettito, andai nel camerino di Enzo, che si affrettò a nascondere il suo disco. Allora lo presi di nascosto e vidi la sua dedica: “A Enzo, che della coppia Greggio e Iacchetti è il migliore”. Una tipica “Adrianata”».

Racconta questo divertente episodio non soltanto a teatro, ma anche nella sua biografia, “N°1” (Solferino Libri). Ma lei in che cosa si sente il “numero uno”?
«Sicuramente sono stato il pioniere delle tv libere: a Mediaset mi sento un po’ il numero uno anche perché sono il più vecchio».

E chi è, per lei, il numero uno della comicità?
«Sono troppi! Non posso non citare Carlo ed Enrico Vanzina. Sono stati i primi a darmi fiducia al cinema, chiamandomi per “Yuppies”».

Che ricordo ha dell’esperienza?
«Capimmo subito che sarebbe stato un successo: anche la troupe si divertiva con noi. Gli addetti ai lavori scoppiavano a ridere mentre giravamo le scene».

Dagli Anni 80 a oggi, di complimenti ne ha ricevuti molti. Quale le è rimasto impresso?
«Sono due. In un articolo, Aldo Grasso scrisse: “Ezio Greggio incarna Striscia la notizia, lui è Striscia”. Eh sì, quell’articolo l’ho incorniciato e appeso in ufficio».

E l’altro?
«In un’intervista chiesero a Vittorio Gassman quale fosse il suo erede. Lui rispose di averne due, Greggio e Iacchetti. Per noi fu una vera consacrazione».

Ma si ricorda il suo primo incontro con Iacchetti?
«Certo: lo incontrai al “Maurizio Costanzo Show”. Lui era molto carino e ossequioso, ed era tutto titubante all’idea di condurre “Striscia”. Ma da lì iniziò tutto».

Il segreto del vostro sodalizio?
«Siamo molto diversi: io aggressivo, lui più remissivo; io sono una “fetecchia” a cantare e lui è bravissimo; io amo il cinema, lui il teatro. E poi tra noi c’è tanta stima e tanto affetto, e il pubblico lo percepisce».

Quando ha capito di avercela davvero fatta?
«Erano i primi tempi di “Drive In”. In un ristorante, a Roma, un bambino non smetteva di fissarmi. Venne a chiedermi se ero “quello della tv, dove ci sono le macchine”. Lì capii che il programma stava funzionando».

Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta da “Drive In”. Che consigli darebbe, oggi, all’Ezio di allora?
«Di fare esattamente quello che ha fatto, di non cambiare nulla. Sono felice dei “no” che ho detto a certi progetti, perché ho sempre scelto la tv che amo fare. Non ho mai fatto una trasmissione che non mi piacesse».

E che cosa pensa di chi dice che ora non si può più dire niente?
«Non mi importa! Difendo il diritto di fare satira. Anche a teatro ne dirò su chiunque, pure politici. Sono pronto persino alle denunce!».

Ha davvero tantissimi ricordi e aneddoti. Se potesse conservarne solo tre, quali sceglierebbe?
«Troppo difficile! Ne ho così tanti, sia belli che assurdi, da averci basato il mio spettacolo. Ecco, facciamo così: sarà il pubblico a scegliere a gran voce i tre ricordi più speciali».

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