Ficarra & Picone: «Una volta ci presero per spogliarellisti!»

A settembre il Nove ripropone gli spettacoli teatrali degli esordi

6 Settembre 2022 alle 16:19

Un viaggio a ritroso nell’avventura teatrale di Ficarra & Picone e il loro cabaret di qualità, tra satira politica e di costume. È quello che propone il Nove, a partire dall’11 settembre, in prima serata, per tre settimane: tre spettacoli inediti per il pubblico televisivo.

Com’è stato rivedersi?
Picone: «C’è molta malinconia da parte mia, perché Salvo mi aveva promesso che avremmo fatto questo unico spettacolo e poi ci saremmo divisi. Ricordo che dissi a mia mamma: “Tranquilla, faccio questo spettacolo e torno alla mia vita di sempre”».
Ficarra: «Ma perché non ci siamo divisi? Io lo avevo dato per scontato».
Picone: «Poi mi hai detto: “Facciamo gli ultimi trent’anni e ci separiamo”».

Molti vedranno per la prima volta “Vuoti a perdere”, il vostro primo grande successo: tre anni in tour, dal 1999 al 2002.
Picone: «Già, cabaret puro, registrato allo “Zelig”, lo storico locale milanese. Il repertorio era una sorta di “best of” dei nostri primi sketch. I “siciliani stanchi”, per esempio, erano nati a “Gnu”, su Rai3».

Memorabile la gag di Ficarra al telefono in treno. È vero che nacque da un episodio reale?
Ficarra: «Sì. Andavamo in treno verso Milano e arrivò questo ragazzotto che, ricordo benissimo, aveva un cappellino con la visiera. Si è seduto accanto a noi e ha cominciato questa telefonata a un amico in cui si vantava di una notte di sesso sfrenato che aveva avuto la sera prima. Frasi memorabili come: “Mi ha detto: come con te nessuno mai”. Ci ha fatto veramente sbellicare dalle risate e quando è sceso ci sembrava di essere su una candid camera. Così quando abbiamo dovuto preparare lo spettacolo ce ne siamo ricordati».
Picone: «A questo proposito ci tengo a dire che quello non è il nostro linguaggio, è un po’ spinto, ma che dovevamo fare? Ci siamo avvalsi del diritto di cronaca».

“Diciamoci la verità”, invece, è il vostro spettacolo più impegnato.
Picone: «Avevamo cominciato a guardarci intorno e abbiamo ironizzato su tutti i difetti dei siciliani, e poi la mafia, il ponte sullo Stretto...».
Ficarra: «Che quest’anno, tra l’altro, costruiscono! Con la scusa delle elezioni stavolta è sicuro: non lo ha fatto Musumeci, ma il prossimo governatore lo fa di sicuro. Ci tengo a dirlo. La Sicilia si trova come si trova per colpa di questo ponte, ma dopo, finalmente, avremo uno sguardo rivolto al futuro».

Quello spettacolo si chiudeva con il celebre duetto “Sono fiero / mi vergogno di essere siciliano”.
Picone: «Alla fine di uno spettacolo in cui avevamo ironizzato moltissimo sul nostro modo di essere siciliani era quasi doveroso dare uno scatto di orgoglio: mi ricordo che l’abbiamo scritto di getto. Però c’è una cosa bella che è successa negli anni: alcune parti di quel monologo non sono più attuali e siamo felici che sia così. Grazie a un’evoluzione sociale e a una presa di coscienza che c’è stata riguardo a certi argomenti, e grazie anche al sacrificio di tutti quegli eroi di cui parliamo nel pezzo: Falcone, Borsellino, Padre Puglisi. Non significa che la mafia sia sconfitta, è chiaro, però sicuramente qualche coscienza si è svegliata».

“Sono cose che capitano” è lo spettacolo della maturità.
Ficarra: «È stata la prima ricerca di un racconto continuato all’interno dello spettacolo. Raccontiamo tre momenti fondamentali della vita di un uomo: la nascita, l’amore e la morte. Alla nostra maniera, naturalmente».

Il teatro è l’incontro col pubblico dal vivo. Chissà quanti episodi divertenti...
Picone: «Tantissimi. Una serata memorabile fu a Taormina: alle nostre spalle, a cento metri, si festeggiava un matrimonio e a un certo punto partirono i giochi pirotecnici. Decidemmo di fermare lo spettacolo e insieme a 6.000 persone, dal Teatro Greco, assistemmo ai fuochi».
Ficarra: «Io non scorderò mai il signore in prima fila che non rideva mai. Alla fine gliel’ho chiesto: “Ma lei perché non ride?”. E lui, togliendosi l’auricolare: “Eh, cosa?”. Stava sentendo la partita. Era stata la moglie a trascinarlo a teatro».
Picone: «In un locale, invece, andò via la luce e facemmo lo spettacolo a lume di candela...».
Ficarra: «Era un Capodanno. Ancora incontro gente che mi dice: “Ti ricordi il Capodanno con le candele? Io c’ero!”».
Picone: «Quella eclatante, però, è stata agli inizi: ci presentammo in un locale per l’8 marzo e ci scambiarono per gli spogliarellisti. Devo dire che le ragazze furono molto deluse nel vederci».

A teatro, con uno spettacolo di inediti, mancate ormai da dieci anni.
Picone: «C’era in programma una tournée dei 25 anni ma purtroppo abbiamo dovuto annullarla per la pandemia. Poi ci siamo buttati dentro l’esperienza di Netflix con “Incastrati” e presto torneremo al cinema. Insomma, al momento il teatro può aspettare».

A che punto è la nuova stagione di “Incastrati”?
Ficarra: «Dovrebbe andare in onda a gennaio. Ci siamo divertiti un sacco a farla: la storia continua e ci saranno personaggi nuovi. Approfondire i personaggi è una cosa bellissima, ci mancava».

Vi ha sorpreso il successo internazionale della serie?
Picone: «Ci hanno colpito le reazioni sul web. È divertente vedere come ti guarda uno che non ti conosce. In fondo era un esperimento. Quando sul set della seconda stagione abbiamo incontrato una famiglia americana che aveva visto la serie è stato davvero strano».

Ripassate il vostro inglese, il prossimo passo potrebbe essere una serie straniera.
Ficarra: «Oh yes!».
Picone: «Infatti, mi dispiace non avere fatto questa intervista in inglese. Ci sono rimasto un po’ male».
Ficarra: «Però dal linguaggio si vedeva che pensavi in inglese. Per noi parlare italiano è banale».

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