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Alessandro Gassmann e «I bastardi di Pizzofalcone»

L'attore ci presenta la nuova fiction di Raiuno: «Siamo poliziotti in cerca di riscatto»

Foto: Alessandro Gassmann è l'ispettore Giuseppe Lojacono ne «I bastardi di Pizzofalcone»

10 Gennaio 2017 | 11:22 di Stefania Zizzari

«I bastardi di Pizzofalcone»: trama cast e personaggi

«L’ispettore Giuseppe Lojacono è un uomo che vuole una rivalsa nella vita. È stato accusato ingiustamente di fatti che non ha commesso e cerca un riscatto. Lo otterrà al commissariato di Pizzofalcone, a Napoli, dove viene spedito per punizione». Così Alessandro Gassmann ci presenta il suo personaggio, protagonista della nuova serie tv in sei puntate «I bastardi di Pizzofalcone», tratta dai romanzi di Maurizio de Giovanni.

Che tipo è Lojacono?
«È un uomo introverso, solitario, taciturno, ma ha grande talento nelle indagini. Il suo acuto senso dell’osservazione lo porta a capire fino in fondo le persone. È separato e ha un rapporto difficile con la figlia sedicenne. Se da una parte ha grandi capacità professionali, con l’emisfero femminile si muove con meno agilità e più goffaggine».
Perché si ritrova a Pizzofalcone?
«Ha sulle spalle l’onta di aver passato informazioni alla mafia. Quel commissariato sta per essere chiuso e Lojacono viene spedito lì per punizione, con l’ordine di sistemare le scartoffie e portare avanti solo l’ordinaria amministrazione. Lui invece decide di seguire un caso di omicidio e lo risolve, motivando anche gli altri componenti della squadra. È la storia di una ripartenza, di persone che vogliono provare al mondo che sono meglio di come li avevano dipinti».
Cosa le piace del suo ispettore?
«Non è un eroe, magari lo diventa senza accorgersene, de Giovanni sottolinea i difetti dei protagonisti rendendoli così più credibili».
L’ambientazione a Napoli è importante.
«Abbiamo girato lì per sei mesi e ho scoperto la straordinaria energia della sua gente e la vivacità artistica e culturale. Anche se a volte, quando le persone ci riconoscevano, la “vivacità” rendeva difficili le riprese».
Che rapporto ha con la popolarità?
«Cerco di essere sempre gentile e disponibile. L’insegnamento di mio padre è di ricordarmi di essere una persona fortunata perché faccio il mestiere che volevo fare. In più, questo lavoro mi permette di vivere in maniera agiata. E questo grazie alle persone che ti chiedono l’autografo. Certo, poi ci sono i momenti in cui sono stanco. In quel caso però non concedo il tempo di reagire: ho le gambe lunghe e cammino velocemente».
Cosa intende?
«Sono alto due metri e la prima cosa che pensa la gente quando mi vede è: guarda che spilungone. Poi mette a fuoco e capisce che sono io, ma a quel punto me ne sono già andato. Oppure sono già in sella alla mia Vespa».
A proposito di Vespa, cosa è successo di recente?
«Ero appena partito da casa e, sovrappensiero, avevo dimenticato di indossare il casco. Fermo al primo semaforo, un poliziotto da lontano mi faceva dei segni. Pensavo che mi avesse riconosciuto e l’ho salutato. Lui continuava a farmi dei cenni, io continuavo a salutarlo. Poi si è avvicinato e mi ha detto: “E il casco?”. Una scena comica».
Non è che il suo inconscio vuole fare pazzie?
«Mi piacerebbe avere un senso del dovere meno sviluppato. Più che allevato, sono stato addestrato da mio padre, che mi ha impartito un’educazione ferrea. Però con l’età sto migliorando».
Non è mica una brutta cosa.
«Sì, se è maniacale. Se un idraulico viene a casa, mi cambia un tubo e mi chiede 500 euro, io non oso dire che è troppo, che mi sta derubando. Glieli do e lo ringrazio pure. Sono ligio anche alla “sòla”…
Poi mi arrabbio con me stesso. Insomma, vorrei saper dire in modo più diretto quello che penso».
I suoi buoni propositi per il 2017?
«Rallentare con il lavoro e dedicare più tempo a me stesso e alle persone che amo. Non viviamo per lavorare ma lavoriamo per vivere».