Alessandro Gassmann: «Ero l’ultimo della classe e ora sono… “Un professore”»

Terminati da poco I bastardi di Pizzofalcone, l’attore torna come protagonista di una nuova fiction

Alessandro Gassmann  Credit: © Pigi Cipelli
11 Novembre 2021 alle 08:27

Abbiamo lasciato Alessandro Gassmann nell’ultima scena della terza serie di “I bastardi di Pizzofalcone” legato a una sedia, insanguinato, riempito di botte e con gli abiti strappati.

Alessandro, cosa è successo?
«Soltanto Maurizio de Giovanni (l’autore dei romanzi da cui è tratta la serie, ndr) può saperlo».

Suvvia, ci dia un indizio...
«Non lo so veramente. Mi hanno detto: “Mettiti sulla sedia, fatti legare, fatti ricoprire di sangue”. E poi mi hanno strappato i vestiti...».

Ma come: hanno massacrato di botte il suo Lojacono e lei non sa perché?
«So solo che in effetti è un lancio forte per una eventuale quarta stagione, visto che anche questa è andata molto bene».

I “Bastardi” torneranno quindi?
«Non nascondo che a tutti noi piacerebbe andare avanti, speriamo!».

Per capire cosa accadrà a Lojacono, a questo punto.
«Oddio, potrebbero pure ammazzarmi, si liberano di me... e basta così (ride)».

Il suo ispettore ha sempre un rapporto complicato con le donne.
«Già. Bisogna vedere se in futuro riuscirà a trovare una sistemazione sentimentale più equilibrata oppure se diventerà un single incallito».

Essere amico di Maurizio de Giovanni è un vantaggio: potrebbe chiedergli di regalare finalmente una tranquillità sentimentale al povero Lojacono...
«No, io non gli ho mai detto nulla. Dei “Bastardi” voglio essere un lettore, come lo sono sempre stato, e scoprire le nuove storie. E non certo rovinare il lavoro di Maurizio, che ha una penna prolifica e di qualità».

Non gli ha mai neanche chiesto di renderlo un po’ meno burbero?
«Scherza? Quello che mi piace di Lojacono è proprio il suo essere così. Anzi, a me piacerebbe che parlasse ancora meno, che fosse ancora più “orso” e fedele alla descrizione dei romanzi: più è “de giovannesco” e più mi piace insomma».

Sta per tornare da protagonista con una nuova serie intitolata “Un professore”. Dica la verità, come poliziotto l’hanno conciata male, è per questo che ora ha scelto di interpretare un insegnante di Filosofia?
«Di sicuro è un lavoro meno pericoloso (ride). Questa è una serie molto diversa, più familiare, c’è tanta commedia, si ride e ci si emoziona. Il mio professore, Dante Balestra, è un uomo di grande simpatia e di talento, un professore di filosofia fuori dal comune, che utilizza sistemi di insegnamento alternativi per entrare in comunicazione con i ragazzi».

Entra in contatto con i suoi studenti ma con suo figlio Simone non ci riesce così bene.
«Dante è un uomo separato, torna a Roma per insegnare e va proprio nella classe di Simone. E comincia una convivenza con un figlio che conosce meno di quanto non conosca i suoi allievi. Oltretutto il mio prof è single e ha una attività amorosa vivace, cosa che il figlio Simone non riesce a sopportare».

Dante è uno che non si tira mai indietro nella vita privata e nel lavoro.
«No, si assume le sue responsabilità, prende dei rischi ma lo fa nella convinzione che la scuola non debba essere un luogo terrorizzante e punitivo ma un punto di incontro dove fare appassionare i ragazzi. Perché una volta che un ragazzo si appassiona a una materia, e la Filosofia è una materia straordinaria, è probabile che poi riesca a tirare fuori qualche cosa di buono dalla sua vita. Lo dimostra la tenacia con la quale segue Manuel, la “pecora nera” della classe. Sono gli allievi difficili quelli a cui Dante si dedica con più passione».

Sì è ritrovato a lavorare con Claudia Pandolfi dopo tanto tempo.
«Avevamo fatto insieme “Piccolo mondo antico”: ci siamo lasciati 21 anni fa sul lago di Como che ci baciavamo e ci siamo ritrovati oggi nella classe di un liceo romano, interpretando due personaggi bellissimi. Lavorare con lei è un piacere, è proprio brava. Come lo sono tutti i ragazzi scelti dal regista Alessandro D’Alatri che ha fatto un lavoro di selezione incredibile: c’è una generazione di giovani attori sorprendenti, si impara tanto dalla loro energia».

Ha mai incontrato un professore come Dante nella sua vita?
«Non ho mai avuto questa fortuna purtroppo. Infatti a scuola ero pessimo: non volevo andarci, avevo paura delle interrogazioni, per me era un luogo coercitivo e punitivo».

Ognuno dei 12 episodi (ne vanno in onda due a serata) ha come titolo il nome di un filosofo.
«L’aspetto forte di questa serie è che utilizza in maniera intelligente e non superficiale la Filosofia: ogni episodio si riferisce al pensiero di un filosofo, da Socrate a Platone, da Kant a Nietzsche, che aiuterà a risolvere i problemi della vita quotidiana dei protagonisti. Il lavoro di scrittura fatto da Sandro Petraglia è straordinario: riesce a rendere tutto il fascino di questa materia così complessa».

La classe nella quale Dante insegna è una terza Liceo scientifico: lei quale studi ha fatto?
«Il Classico. Però poi visti i risultati scadenti, i miei mi hanno trasferito in una scuola internazionale dove ho smesso definitivamente di studiare e ho preso un diploma di quelli un po’ “farlocchi”».

Come studente come si definirebbe quindi?
«Una capra. Può scriverlo...».

Anche con il comportamento c’erano problemi?
«Eccome! Sono stato sospeso, rimandato, bocciato. Poi frequentavo poco, non ci andavo proprio a scuola».

Quindi le arrivavano anche le note dei professori che volevano parlare con i suoi genitori. È strano pensare al grande Vittorio Gassman convocato a scuola dai prof.
«Sì, le note fioccavano, però a parlare con i professori ci andava più mia madre, perché papà era spesso fuori. Ma io ero molto bravo a camuffare i voti».

Per esempio?
«Da 3 a 8».

Questa è facile però.
«Sì, ma poi c’è il 4 che diventa un 7 con la zampetta... e la spiegazione “il prof scrive strano!”. Il 2 diventava un 5 ++».

In effetti sfoggiava tecniche raffinatissime...
«Certo, ho passato la mia infanzia a fare questo!».

Che ricordi ha del periodo della scuola?
«Le vie di uscita dall’edificio (ride)».

E il suo primo ricordo?
«Il giorno della prima comunione alle elementari, che facevo in una scuola di preti. La mattina mi misero un vestito di flanella grigio che pizzicava: sudavo, mi grattavo... era una tortura. Poi il pomeriggio feci la prima comunione nella chiesa della scuola, e la sera mi venne il morbillo. Come vede, ho solo ricordi brutti».

Riesce a ripescarne uno piacevole?
«Forse sì. Sempre alle elementari avevamo il professor Tesauro che insegnava Italiano, era calabrese e aveva una fortissima inflessione. Era un uomo dall’aspetto terrificante, con due occhi neri enormi, metteva proprio paura e invece era una persona gentile. È stato uno dei pochi con cui sono andato d’accordo nella mia vita, forse l’unico a cui non ho raccontato bugie».

Crescendo ci sarà stata una materia che le piaceva più delle altre.
«Arte, Storia e Geografia. Ero invece terrorizzato dal Greco e dal Latino. E la Matematica era uno spazio oscuro, che ho rinunciato a capire. Sono arrivato alle divisioni, poi mi sono fermato».

A una o a due cifre?
«Non mi faccia domande difficili!».

Le tabelline le sapeva?
«Quelle sì. Le so ancora oggi. La cosa strana è che poi ho scoperto di avere una mente matematica. Evidentemente erano i professori ad avere un approccio sbagliato con me».

C’è una materia che crescendo riprenderebbe in mano?
«La Geografia. Mi interesso di cambiamenti climatici e di ecosostenibilità, mi appassiona conoscere i luoghi, le culture dei posti. Oggi sono concentrato sul tema della difesa del pianeta e del surriscaldamento globale. Se non avessi fatto l’attore, ora forse sarei uno studioso dei cambiamenti climatici».

Tornando alla serie, lei pensa di essere più bravo come prof sul set che come studente nella vita?
«Non c’è dubbio: Dante è un professore meraviglioso! Poi diciamo che io nella vita ho cercato di recuperare tutto quello che non ho fatto a scuola. Sono un lettore accanito, sono uno che si informa».

Avrebbe potuto fare il professore davvero?
«Non lo so, ma adesso, superati i 50 anni, sto cominciando a pensare che mi piacerebbe. Magari tenendo dei seminari di cinema o di teatro, vorrei avere più contatto con i giovani, raccontare la mia esperienza e magari dare una mano a chi vuole fare questo mestiere».

E intanto ora è di nuovo su un set.
«Sto girando per Netflix un film di azione, un “revenge” diretto da Cosimo Gomez. Mi sto divertendo molto con gli stunt e con le coreografie dei combattimenti. Ne ho approfittato per rimettermi in forma: ho fatto tre mesi di palestra per prepararmi. Interpreto il protagonista, un uomo con una figlia di 15 anni, a cui viene fatto un torto. Ma è l’uomo sbagliato a cui fare un torto».

Nella misura in cui questo uomo si è allenato per mesi in palestra...
«Esatto (ride)! Lui se li va a cercare uno per uno. E sono tanti!».

Tutt’altra atmosfera quella del film che ha finito di girare.
«Si chiama “Il pataffio” ed è tratto dal romanzo di Luigi Malerba. È una buffa commedia medievale dove sono un frate che parla un latino arcaico. È la storia di una curiosa armata, e con me ci sono anche Valerio Mastandrea e Giorgio Tirabassi».

E poi tornerà al suo amato teatro?
«Sì, a gennaio metterò in scena uno spettacolo su Franz Kafka di cui sono regista. Il protagonista è Giorgio Pasotti, il titolo provvisorio è “Racconti disumani” ed è un viaggio nelle trasformazioni umane del genio di Kafka. D’altronde io sono pazzo: non posso mica fare cose normali (ride)!».

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