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Che Dio ci aiuti 5, le suore invadono il piccolo schermo

La fiction di Raiuno è ripartita con ascolti record: scopriamo qualcosa di più sulle «protagoniste»

Foto: Suor Angela (Elena Sofia Ricci) e Suor Costanza (Valeria Fabrizi) in Che Dio ci aiuti 5

17 Gennaio 2019 | 13:43 di Paolo Fiorelli

Suor Angela è tornata e subito ha fatto il pieno di ascolti: 6.112.000 spettatori e il 26,4% di share è la media dei primi due episodi di Che Dio ci aiuti. E forse, arrivati alla quinta stagione della fiction, siete ormai convinti di sapere tutto su suore e conventi. Permetteteci di dubitarne. Anzi, è proprio l’occasione giusta per scoprire che…

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NON SIAMO MONACHE

Oggi chiamiamo genericamente «suore» quelle che sono più propriamente monache. Qual è la differenza? Le monache appartengono a ordini molto più antichi, spesso imparentati con quelli maschili (Benedettine, Agostiniane) e lasciano raramente il monastero perché hanno un modello di vita più contemplativo e solitario (arrivando fino alla vera e propria «clausura»). Le suore agiscono invece «nel mondo» con le loro opere di carità, dalle scuole all’assistenza ai poveri e ai malati.

SONO «UFFICIALI» SOLO DAL 1900

Per secoli, proprio perché non praticavano la clausura, le suore non sono state considerate «vere» religiose dalla Chiesa cattolica. Solo l’8 dicembre 1900 papa Leone XIII le ha riconosciute ufficialmente con un apposito documento intitolato «Conditae a Christo».

SI FA PRESTO A DIRE SUORA

La parola viene dal latino «soror» e significa «sorella»; nelle antiche poesie la si trova ancora con questo significato, come in Poliziano, che nel Quattrocento scrive: «La bella ninfa colle suore fide / Di sì rozo cantor vezzosa ride...».

FACCIAMO L’APPELLO

Secondo i dati dell’Annuarium Statisticum Ecclesiae 2014, nel mondo le «religiose professe» sono 682.729: di queste 260 mila vivono in Europa, 177 mila in America e 170 mila in Asia. Diminuiscono però in Europa, mentre sono in grande aumento in Africa e Asia. Le religiose che vivono in clausura sono meno di un decimo del totale: 44 mila, distribuite in 4 mila monasteri. E in Italia? Da noi le suore sono 89 mila, per il 46% ultrasettantenni: nel 1971 erano 154.000.

IL PRIMO CONVENTO? IN EGITTO

Se Pacomio fondò il primo monastero nel 318 in Egitto, sua sorella Maria, imitandolo, creò la prima congregazione femminile. Ma in realtà ancor prima di lei c’erano religiose che avevano fatto voto di castità. La storica Mariella Carpinello scrive che «venivano uccise perché cristiane, ma forse ancor prima perché vergini: durante la persecuzione, l’ostinazione nel respingere offerte di matrimonio per mantenersi caste è ragione sufficiente a guadagnare il patibolo».

OLTRE MILLE «SQUADRE»

A oggi, sono più di mille le congregazioni riconosciute, dalle ben note «Orsoline» e «Carmelitane» ad altre con nomi onestamente curiosi, come le Ancelle della madre del Buon pastore, le Suore di Maria della Medaglia miracolosa, le Piccole suore degli anziani abbandonati e tante altre.

HANNO UNA LORO «MODA»

Con tante congregazioni, non stupisce che esistano centinaia di diverse «divise» da suora (ne vedete alcuni nei disegni, tratti dal libricino «Looking good», edito da GraphicDesign&). Si va dall’austero abito grigio delle Suore della Santa Croce all’elegante celeste delle Suore francescane dell’Immacolata, dal total-black delle Benedettine al total-white delle Suore di don Morinello (dette «le colombe») al sari indiano bianco, ma decorato da una striscia blu, delle Missionarie della carità fondate da Madre Teresa. Ma quanto costa una veste da suora? Nelle sartorie specializzate si va da 75 a 200 euro, a seconda dei tessuti e del tipo di modello. Ma esistono anche soluzioni più «povere».

QUEL CHE HANNO IN TESTA

Perché le suore si coprono i capelli e portano tutte un copricapo o un velo? L’obbligo di portare un velo comincia con il rito della «velatio» e rappresenta il legame della suora con Gesù come « sposa di Cristo». Il velo va sempre indossato in pubblico e durante le cerimonie solenni, ma può essere tolto in privato (nella propria cella o durante i lavori con le consorelle del convento). Curiosità letteraria:  nei «Promessi sposi» di Alessandro Manzoni, per mostrare la sua ribellione alle regole, la monaca di Monza lascia volutamente che una ciocca di capelli sfugga dalla fascia che le avvolge la fronte.

CLAUSURA... ONLINE

Altra tendenza che ha fatto discutere il mondo dei conventi: i social network. Si può usarli anche in clausura? E quanto? Una recente disposizione voluta da papa Francesco, lo consente, ma a un patto: «Tali mezzi» si legge «devono essere usati con sobrietà e discrezione (...) affinché siano al servizio della formazione alla vita contemplativa e non occasione di dissipazione o di evasione dalla vita fraterna in comunità».

SI PUÒ E NON SI PUÒ

Ma poi, in definitiva, cosa «possono» e «non possono» fare le suore? Oltre, come ovvio, a dover rispettare i comandamenti religiosi come ogni cattolico, gli obblighi «extra» sono tre: castità, povertà e obbedienza. Quindi sì, le suore possono anche esibirsi a «The Voice» come Suor Cristina, andare allo stadio come la tifosa laziale Suor Paola, o gestire convitti e bar. Come fa Elena Sofia Ricci in «Che Dio ci aiuti».