Home TvFictionClaudio Gioè, finalmente un ruolo che fa anche sorridere

Claudio Gioè, finalmente un ruolo che fa anche sorridere

In «La mafia uccide solo d’estate», la serie tratta dal film di Pif, è un padre di famiglia nella Palermo degli Anni 70

Foto: Claudio Gioè (41) in una scena della fiction con Anna Foglietta (37), nei panni di sua moglie Pia, e di spalle Edoardo Buscetta (11), che è Salvatore

28 Novembre 2016 | 17:31 di Natalia Vantini

Se in una serie tv c’è di mezzo la criminalità organizzata è facile che ci sia anche lui. Sembra un destino per Claudio Gioè. Ha indossato i panni di poliziotti valorosi che consegnano i boss alla giustizia come in «Squadra antimafia» o in «Sotto copertura» (di cui sta girando la seconda stagione). Ma ha dato anche il volto al boss Totò Riina in «Il capo dei capi». Insomma, da una parte o dall’altra della barricata, lui c’è. Non poteva dunque mancare in «La mafia uccide solo d’estate», la serie tratta dall’omonimo e pluripremiato film di Pif, dove interpreta Lorenzo, il padre di Salvatore, il piccolo protagonista interpretato da Edoardo Buscetta. Attraverso i suoi occhi si racconta la vita a Palermo alla fine degli Anni 70 (in tv come al cinema, la voce fuori campo è quella di Pif). E se nel film Claudio aveva la parte di un giornalista, nella serie è, come detto, il padre di Salvatore.

L’altra grande protagonista della serie è Palermo, che è la sua città.
«Io sono nato nel 1975 e dunque non posso ricordare. Ma credo che i miei genitori possano ritrovare l’atmosfera di quel periodo. Che non è solo quella drammatica legata alla mafia. In quegli anni Palermo era una città viva, piena di fermento culturale. Penso solo alle tante donne palermitane che hanno combattuto per l’emancipazione».
Che cosa ricorda lei della sua città?
«Ho vissuto la vita di tutti gli adolescenti della mia generazione. Quella della mafia era una realtà che sembrava lontana. Non se ne parlava e non si facevano tante domande. Per molti è stato un alibi per poter semplicemente farsi i fatti propri. Certo, è stato in quel clima che sono maturati i grandi delitti di mafia. A quel tempo la società civile non era sensibile a questo tema. Solo in seguito c’è stata la “primavera palermitana”. E ricordo che la parola “mafia” è entrata in parlamento solamente nel 1983».
Lei ha girato moltissime fiction. Quando vanno in onda si rivede?
«Mi rivedo in tutte. Fa parte del mio lavoro. Devo capire dove ho sbagliato e dove potevo fare meglio. Le vedo anche insieme ad amici perché così mi rendo conto della reazione degli spettatori. È un po’ come essere a teatro, che è stata la mia prima casa».
Lei ha interpretato tanti ruoli, non solo legati alla criminalità. Quale le ha dato più soddisfazione?
«Quello di questa serie. Perché è originalissima, racconta la mafia con il tono dell’ironia e della presa in giro, e tiene viva la memoria di grandi uomini che per aver creduto nella lotta a Cosa nostra hanno perso la vita».
Merito di Pif che ha avuto la capacità di raccontare tutto questo con un tono da presa in giro, senza però banalizzare mai il problema.
«E onore a Raiuno che ha realizzato questa serie che ha un carattere squisitamente italiano ed è molto particolare. Nel panorama internazionale delle serie televisive non credo si possa trovare qualcosa di simile. Io penso che dovremo puntare proprio su prodotti come questo. E poi mi faccia dire una cosa».
Dica.
«In questa serie per una volta ho un ruolo da commedia. Ne ho avuto uno nel delizioso film d’esordio di Maria Sole Tognazzi, “Passato prossimo” nel 2003. Ma dopo mi hanno offerto solo parti drammaticissime. E dove non c’erano sparatorie, agguati o criminali da catturare mi sono ritrovato con i demoni in corpo come nel “Tredicesimo apostolo”. E via, un po’ di leggerezza mi ci voleva…».