Home TvFiction“Doc. Nelle tue mani”, Luca Argentero: «Io recito e basta, i medici sono i veri eroi»

“Doc. Nelle tue mani”, Luca Argentero: «Io recito e basta, i medici sono i veri eroi»

L'attore ci parla della serie di Raiuno in cui è un dottore che ha perso la memoria. «Volevamo raccontare l’eccellenza italiana di chi dedica la sua vita a curare gli altri»

Foto: Luca Argentero in “Doc. Nelle tue mani”

19 Marzo 2020 | 9:05 di Barbara Mosconi

Quando gli telefoniamo, Luca Argentero è a Roma e sta per lasciare il set di “Doc. Nelle tue mani”, che è stato appena chiuso a causa del coronavirus. Le riprese andavano avanti da sei mesi ed erano quasi ultimate, così Raiuno ha deciso ugualmente di mandare in onda le prime quattro serate, per altrettante settimane, a partire dal 26 marzo.

Nella fiction Argentero interpreta Andrea Fanti, il brillante primario di un ospedale che, dopo un brutto incidente, viene ricoverato e al risveglio si accorge di aver perso memoria degli ultimi 12 anni di vita. Per l’attore, e per tutta la troupe, «sono state giornate particolari» e si fa quasi fatica, ammette lui sinceramente, a parlare di medici e ospedali in momenti come questi, mentre dottori e infermieri in tutta Italia sono impegnati a curare centinaia di pazienti malati di coronavirus.

Luca, com’è stato lavorare sul set in questi ultimi giorni?
«Eravamo in assetto ridotto e di emergenza, prendendo tutte le precauzioni del caso. Cercavamo di rispettare i limiti consigliati quando c’erano più persone in uno stesso luogo».

Come sta vivendo queste giornate di emergenza?
«Come tutti, giorno per giorno. Per me è complesso proiettarmi a fine mese, quando la serie andrà in onda. Come posso trovare uno spunto diverso per parlare ora di medici e di ospedali? Si rischia di farlo in modo sbagliato, sono argomenti delicati».

Ci provi.
«Il nostro obiettivo, fin da subito, è stato quello di raccontare con questa serie un’eccellenza italiana, l’eccellenza della sanità, e mai come in questi giorni abbiamo la dimostrazione che siamo fortunati a vivere nel Paese in cui viviamo, dove tante persone dedicano la loro vita a prendersi cura degli altri al di là di qualsiasi ostacolo tecnico e pratico. E lo posso dire personalmente».

In che modo?
«Grazie a tutta la preparazione che abbiamo fatto un anno fa, in reparto e in corsia, in un ospedale romano. Lì ho visto che tipo di atteggiamento hanno i medici nei confronti di questo lavoro, un atteggiamento eroico. E mi sono ripetuto che io il medico non lo potrei mai fare».

Lo ha sempre saputo?
«Lo dico da quando ho 20 anni: il medico non è il mio mestiere. E dopo aver frequentato in modo assiduo gli ospedali, per lavorare a questa serie, mi sono rafforzato in questa idea».

Perché?
«Perché non sarei psicologicamente in grado di gestire una pressione del genere. Non oso immaginare poi cosa significhi in queste giornate... Noi attori alla fine siamo solo dei “raccontastorie”, dei giullari».

Nello specifico lei che storia racconta?
«La storia di un medico che ha perso la memoria. È un primario di Medicina interna. Il film è tratto dai libro di Pierdante Piccioni, dalla sua storia personale (vedi box sotto, ndr)».

È la prima volta che interpreta un medico?
«Avevo già fatto un dermatologo in “Solo un padre”, ma lì la professione era solo lo sfondo al ruolo del padre».

Prima di girare questa serie che rapporto aveva con i dottori e la medicina?
«Da semplice paziente. Non ho mai sostituito la figura del medico con Google e mal sopporto chi fa il tuttologo: magari uno ha letto due pagine su Internet e pontifica. Mi sono sempre affidato ai medici, quelle poche volte che ne ho avuto bisogno, per fortuna».

Insomma, non è ipocondriaco.
«Sono una persona tranquilla senza particolari fobie».

Però ha paura di volare.
«L’ho sempre considerato innaturale. Per me l’essere umano è fatto per stare sulla terra, in volo ho una sensazione di disagio, ma comunque questo non mi ha mai impedito di spostarmi».

Nella sua vita c’è stato un “prima” e un “dopo” qualche evento, come è successo al protagonista del libro e della serie tv?
«La prima volta che ho messo piede su un set. Ha segnato un “prima” e un “dopo”. Soltanto in quel momento ho capito che mi sarebbe piaciuto fare questo nella vita, recitare. Prima no, non ci pensavo. Così con grande incoscienza feci la fiction “Carabinieri”. Prima ero solo uno studente che aveva fatto un programma tv (la terza edizione del “Grande Fratello”, ndr) e si era divertito».

All’epoca era “dottore”, ma in economia.
«Ho sempre sostenuto che una laurea serve per poter parlare e stare al mondo. A parte i medici, pochi imparano un mestiere all’università, solo dopo la laurea s’impara davvero. Nel mio caso la laurea era propedeutica a trovare qualcosa che mi sarebbe piaciuto fare».

Sembra che l’abbia trovato.
«Sì, la mia vita è piena di cose interessanti, mi piace molto. Direi che è una vita “spettacolare”».

La fiction è ispirata a Pierdante Piccioni

«Quando ho saputo che la Lux Vide aveva acquistato i diritti dei due libri “Meno dodici” e “Pronto soccorso”, scritti da me e Pierangelo Sapegno per Mondadori, ho provato una strana emozione, un misto di piacere e di paura, perché quella raccontata nei libri è la mia storia personale».

Sono le parole di Pierdante Piccioni, primario di Pronto soccorso. Alcuni anni fa, dopo un incidente stradale che gli provocò delle lesioni cerebrali, Piccioni ha perso 12 anni di memoria. In seguito, ha lasciato l’ospedale e ora si occupa della riabilitazione neurocognitiva che aiuta a stimolare il cervello.