Home TvFiction“Don Matteo”, Maria Chiara Giannetta: «Ho distrutto un’auto, ma ora so guidare!»

“Don Matteo”, Maria Chiara Giannetta: «Ho distrutto un’auto, ma ora so guidare!»

L'attrice è per la seconda stagione il capitano Anna Olivieri nella serie tv di Raiuno. «Per fortuna dopo mi hanno dato un fuoristrada... molto resistente!» dice

Foto: Maria Chiara Giannetta

05 Marzo 2020 | 9:45 di Stefania Zizzari

Maria Chiara Giannetta è il capitano Anna Olivieri nella serie di Raiuno “Don Matteo”. O meglio, “la capitana”…

Maria Chiara, come la devo chiamare?
«In “Don Matteo” mi chiamano capitano, ma forse capitana mi piace un po’ di più».

Che cosa le ha insegnato Anna?
«È la prima volta che interpreto un ruolo in divisa, per me quello dei Carabinieri era un mondo sconosciuto. Ho imparato delle regole, che mi diverto a seguire quando sono sul set».

Per esempio?
«Il cappello quando sei all’interno non si mette: entri in macchina e lo togli. All’esterno invece lo devi tenere sempre in testa. Poi quando hai un’arma in mano il dito non si tiene mai sul grilletto. E ho anche imparato a sparare».

Ha una buona mira?
«Sembrerebbe di sì».

E l’abbigliamento? In scena porta dei tacchi. Non alti ma sono… tacchi.
«In effetti non credo siano regolari: in realtà so che le donne carabiniere hanno le scarpe basse con i lacci, le stesse degli uomini (ma le regole non sono solo queste, sotto ne trovate alcune, ndr). Ma Anna mi ha insegnato anche a guidare la macchina. Più o meno».

Che cosa intende con «più o meno»?
«Durante le riprese della scorsa serie ho fatto l’esame per la patente. Un giorno, quando ancora avevo solo il foglio rosa, c’era una scena in cui dovevo guidare. Avevano ristretto la carreggiata per mettere la macchina da presa e io, che non avevo ancora la più pallida idea di come si prendessero le misure dell’auto mentre si guida, ho accelerato colpendo un grosso vaso di terra che non avevo proprio visto. Ho rovinato tutta la fiancata. Ma proprio tutta, eh? Quando mi sono fermata è partito l’applauso della troupe e dei curiosi. Io volevo morire».

E nella seconda serie ha continuato a fare danni?
«Mi hanno cambiato macchina. Ora Anna ha un fuoristrada che per le stradine di Spoleto richiede una guida millimetrica».

Almeno è più resistente.
«Dice che è per questo che me l’hanno dato (ride)? Seriamente, quello che mi ha colpito di più è la dedizione di chi lavora nell’Arma: sono carabinieri 24 ore su 24, anche quando la divisa non la indossano. È come essere un prete: lo sei sempre, non solo quando dici messa».

Il riferimento al prete non è casuale… Com’è lavorare con Terence Hill nei panni di Don Matteo?
«Lui è un mito per me. Una volta in una scena stava bruciando una macchina, ed eravamo tutti e due lì davanti. In un momento di pausa mi prende la mano e mi dice: “Sei diventata molto brava”. Io mi sono sciolta, il calore dell’auto in fiamme non lo sentivo più, ma c’era quello dell’emozione».

L’altro suo grande compagno di avventura è Nino Frassica.
«Un altro gigante. Ogni scena con lui è come una lezione di recitazione, io prendo appunti su tutto, non mi sembra vero. E approfitto di ogni minuto, anche delle pause. A volte con Nino andiamo al bar in piazza, quello che usiamo anche per le riprese, e tra una scena e l’altra ci prendiamo un aperitivo di nascosto da tutti, mentre sul set preparano le macchine».

Come è la vita a Spoleto?
«Mi piace perché ritrovo la dimensione della cittadina, quella della mia Foggia. Mi sento a casa. Amo il tennis e dopo le riprese trascino i colleghi a giocare. In genere vengono Maurizio (Lastrico), Dario (Aita), Pamela (Villoresi) e Alessandra Roveda, la ragazza che riprende il backstage. Poi la sera ci ritroviamo tutti da me: ho preso un appartamento, per sentirmi più libera, e ho portato la chitarra. Si mangia, si suona, si canta e si sta insieme. A volte invece passeggiando incontriamo Nino, che magari sta cenando in un ristorante: in un attimo ci sediamo tutti al suo tavolo e incominciamo a chiacchierare (ride)».

In giro per Spoleto la riconoscono?
«Sì, ma ormai gli spoletini sono abituati a incontrarci per strada, non sono mai invadenti e sono fantastici».

Quali altre passioni ha?
«Quando sono rientrata a Roma dopo le riprese ho comprato un “cajón”: è uno strumento musicale, una percussione. Ho cominciato a suonarlo la scorsa estate in Puglia e me ne sono innamorata… Nel frattempo ho fatto tanti provini, ma cerco di dimenticarmene. Spesso finisci per vivere le giornate aspettando di avere una risposta e non va bene. Fare un provino è una cosa normale: ti prepari al meglio, ma poi devi dargli la giusta importanza. Il mio sogno è lavorare con il regista Paul Thomas Anderson (autore, tra gli altri, di “Magnolia”, ndr). Mi piacerebbe girare un film con lui. Anche da anziana, magari quando la capitana andrà in pensione (ride)!».

Ma come deve vestirsi davvero un carabiniere?

Pensate sia facile vestirsi da carabiniere? Vi sbagliate: infatti a stabilire cosa indossare o come tenere i capelli è un manuale di oltre 350 pagine. È il “Regolamento sulle uniformi per l’Arma dei Carabinieri”. Ecco alcune delle indicazioni più curiose.

• I pantaloni sono di taglio classico, con le “pinces” e quattro tasche (la banda rossa è prevista fino al grado di maresciallo capo). Le donne possono indossare la gonna in alcune situazioni.
• I capelli del personale femminile non devono superare le sopracciglia sul davanti. Mentre dietro non devono superare il bordo inferiore del colletto di giacche o camicie.
• Barba e baffi sono ammessi, ma devono essere ben tagliati e ordinati.
• I tatuaggi sono sconsigliati per i rischi alla salute. In ogni caso non possono essere esibiti.
• Le calze per gli uomini sono nere, per le donne collant coprenti (da 40 denari) di colore neutro.
• Le scarpe (nelle uniformi ordinarie) sono nere e basse per gli uomini. Le donne usano le stesse scarpe oppure delle décolleté.
• Gli ombrelli sono sempre vietati. Si usano, invece, gli impermeabili.