Elena Sofia Ricci: «In “Fiori sopra l’inferno” vado a caccia di serial killer»

L'attrice sta girando la nuova fiction Rai: «Sono una commissaria ruvida e graffiante»

Elena Sofia Ricci nei panni della commissaria di polizia Teresa Battaglia, la protagonista della nuova serie “Fiori sopra l’inferno”
20 Giugno 2022 alle 08:20

Sono gli ultimi giorni di riprese della nuova serie che ha per protagonista Elena Sofia Ricci. Si intitola “Fiori sopra l’inferno”, è prodotta da Rai Fiction con Verdiana Bixio di Publispei, è tratta dal romanzo omonimo di Ilaria Tuti (Longanesi) ed è ambientata in Friuli Venezia Giulia. Ne parliamo con l’attrice, che si dichiara «entusiasta del progetto».

Cosa la entusiasma?
«Amo il mio personaggio, la commissaria di polizia Teresa Battaglia, perché mi dà la possibilità di dedicarmi al mio sport preferito da sempre, da Lucia di “I Cesaroni” a suor Angela di “Che Dio ci aiuti” passando per Rita Levi-Montalcini. E cioè fare lo slalom tra caratteri femminili diversissimi».

Chi è e perché ci piacerà la sua Teresa?
«Teresa è un’esperta in profilazione di serial killer. Una donna che ha passato qualche inferno personale e, per questo motivo, appare ruvida, graffiante. Abituata a scandagliare nella profondità degli abissi umani alla ricerca di mostri, dovrà fare i conti con i suoi, di mostri. Il diabete, di cui soffre il suo corpo, e i primi sintomi del morbo di Alzheimer che offuscano la sua mente, la sua memoria. Fragilità che la rendono ancora più dura...».

Non si “scioglie” mai?
«Solo davanti ai bambini: i piccoli abitanti del paese immaginario di Travenì. Molti sono vittime di crimini, ma parteciperanno anche alle indagini su una scia di omicidi. C’è qualcosa alla Steven Spielberg nella storia, il regista Carlo Carlei è bravissimo con questo tipo di atmosfere: “Fiori sopra l’inferno” non è un poliziesco classico, ma un thriller psicologico. Una novità per Raiuno: non ci sono casi di puntata, ma è una storia unica nei sei episodi, che dura per tutte e tre le serate».

Il look di Teresa è molto sobrio. L’unica concessione alla femminilità sembra la pettinatura: quella lunga treccia che significato ha?
«Sì, la treccia colpisce subito. Nel romanzo, il personaggio era ispirato alla fotografa Letizia Battaglia e quindi ha il caschetto rosa come lo portava lei. Ma per non creare confusione, visto che è andata in onda anche la fiction su Letizia Battaglia, con il regista e la mia storica parrucchiera, Eleonora Migliaccio, abbiamo deciso di trovare una pettinatura caratteristica, comoda. Un tratto femminile, antico. Anche ribelle: ricorda le Amazzoni, guerriere».

Da “profiler”, Teresa fiuta subito i comportamenti criminali. Da attrice, lei sa riconoscere al volo chi sta recitando o le sta mentendo?
«Da paziente, ho frequentato la psicanalisi per tanto tempo, dal 1992. Poi mi sono appassionata alla materia, incuriosita da alcune psicopatologie. Questo mi è servito a leggere tra le righe di certi comportamenti e movenze del corpo: è stato quasi come imparare una lingua straniera nuova oltre al francese, all’inglese e allo spagnolo. Diciamo quindi che ho qualche strumento per capire chi ho di fronte, ma siccome ho una visione “marzapanica” della vita, tendo a vedere tutti quanti sempre dolci, buoni, bravi. Poi mi ricredo».

A proposito di dolcezza. Su Instagram l’abbiamo vista addentare un krapfen zuccherato. Gola o esigenze di scena?
«Macché gola! Io sto sempre a dieta... Un giorno sul set ho mangiato krapfen a ripetizione per questioni di sceneggiatura. Protagonisti con me ci sono gli attori Gianluca Gobbi, che interpreta l’ispettore capo Parisi, e Giuseppe Spata nel ruolo del giovane ispettore Marini. Lui viene dalla Sicilia e Teresa non è subito gentile, perché lo vede arrivare col cappottino e i mocassini leggeri in mezzo alla neve e alle montagne. Quindi Marini per “addolcirla” e ingraziarsela le porta i krapfen, non sapendo che per lei sono veleno, visto che è diabetica. Teresa non resiste. Io, invece, la sera dopo le riprese tornavo in camera e mi mangiavo le mie solite cosine salutistiche e dietetiche».

Ma si è “nutrita” della bellezza dei paesaggi. Avete girato in contesti splendidi: cosa ricorderà in particolare?
«Tanta neve sopra Tarvisio. La meraviglia delle Dolomiti, il Monte Santo di Lussari. La serie è stata girata anche con il supporto organizzativo e finanziario del Friuli Venezia Giulia Film Commission PromoTurismo FVG. E io sono rimasta folgorata soprattutto dalla natura dei luoghi impervi e delle foreste. E dalla fauna: ho visto i cervi arrivarmi in casa, un po’ come i cinghiali a Roma, ma più suggestivo (ride)».

In questi giorni con la troupe vi siete spostati proprio a Roma per girare alcune scene di interni.
«Non le dico che gioia, stare per 12 ore sul set. Lassù pativamo il freddo con la neve vera. Adesso, invece, spruzziamo la neve finta fuori, ma dentro gli ambienti si soffoca perché siamo vestiti con abiti invernali, intabarrati nei piumini, con i cappelli e le sciarpe... e in questi giorni qui a Roma fa un caldo mortale!».

Resista, tra qualche settimana andrà in vacanza... Oppure no?
«Lavorerò fino al 3 agosto e poi andrò in vacanza nella mia amata Maremma, in Toscana. Per tornare allo slalom tra ruoli femminili diversissimi, a metà luglio in teatro riprendo le prove della mia Fedra, di Seneca, di cui firmo la regia. E tornerò in teatro anche a ottobre, partendo dal Quirino di Roma, con un personaggio che sognavo di interpretare già a 20 anni e finalmente, adesso che ne ho 60, lo posso fare: Alexandra Del Lago, la stella del cinema sul viale del tramonto, depressa e alcolizzata, del dramma “La dolce ala della giovinezza” di Tennessee Williams».

E suor Angela?
«Ho sempre detto che avrei lasciato “Che Dio ci aiuti” e così sarà. Girerò parte della settima stagione nelle prossime settimane e l’ultima puntata in autunno. Gli sceneggiatori hanno pensato a un’uscita di scena molto ben congegnata. Io ci sarò in tre episodi, nella prima puntata e mezzo e poi farò due apparizioni, nella settima puntata e alla fine».

Vuol dire qualcosa ai fan che la seguono, di ruolo in ruolo, di fiction in fiction, ma anche a teatro?
«Grazie, grazie, grazie. Per aver sopportato la mia voglia di essere libera. Chiedo perdono per i “tradimenti” e l’abbandono dei personaggi a cui inevitabilmente ci si affeziona. So che mi avete già perdonato e mi perdonerete ancora, quindi grazie. Con tutto il cuore»

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