Home TvFictionGiampaolo Morelli: «Coliandro? Non mi somiglia per niente»

Giampaolo Morelli: «Coliandro? Non mi somiglia per niente»

Dopo sei anni di attesa, l'attore torna nei panni dell'ispettore più maldestro della tv. E dice: «L'unica cosa che ci accomuna e la nostra allergia alla mondanità»

Foto: Giampaolo Morelli

14 Gennaio 2016 | 12:34 di Solange Savagnone

«E se alla fine di questa quinta stagione Coliandro morisse?». Con questa frase sibillina, buttata lì - si spera - per scherzo, Giampaolo Morelli (41 anni) commenta il grande ritorno dell'ispettore più originale del piccolo schermo, che torna ad allietare i nostri venerdì sera dopo sei anni di astinenza forzata.

 Sembrava che questa serie fosse morta e sepolta. Invece è risorta dalle sue ceneri, come l'Araba Fenice?
«È una serie piccola che è andata molto bene fin dalla prima stagione, nel 2006. Quando Raidue ha tagliato i fondi per la produzione, è stata chiusa. Ma non ci siamo lamentati e abbiamo rispettiamo le loro scelte, anche se i fan si sono arrabbiati. Poi però sono tornati i soldi e a sorpresa siamo riusciti a girare altre sei puntate».

 In questi dieci anni Coliandro è cambiato, maturato, peggiorato?
«Ci siamo chiesti se modificarlo, ma Carlo Lucarelli, che ha inventato nei suoi libri questo personaggio, lo ha scritto così bene che abbiamo deciso di lasciarlo così com'è. Coliandro farà come al solito il tappa buchi, avrà incarichi schifosi, sostituirà i colleghi in ferie sempre nella speranza di ottenere prima o poi incarichi importanti. Ma il suo talento a risolvere i casi, più a botte di fortuna che grazie all'intuito, non gli verrà mai riconosciuto. In amore, poi, sarà alla ricerca costante di una storia, di un nido. Non ha tanti amici, è spigoloso, vive in un suo mondo. Spera ogni volta che la vita cambi, ma alla fine piomba sempre nella solitudine».

 In realtà è un personaggio adorabile, che lei rende alla perfezione. In cosa le somiglia?
«Mi auguro in niente! L'unica cosa che ci lega è che non siamo persone mondane e festaiole, anche se lui, contrariamente a me, spera sempre che qualcuno lo inviti (ride)».

 La regia geniale dei Manetti Bros non è esattamente tranquilla, usano poco gli stuntman e lei in passato si è fatto male. È successo anche in questa quinta stagione?
«In realtà no, anche se c'è più azione: sono volato da trenta metri, ho lottato con un wrestler professionista, ho dato - e soprattutto preso - botte, ho fatto cadute. Ma l'unico incidente che ho avuto è stato aprirmi un dito con una pallottola vagante».

 Lucarelli ha tratto le sei puntate da altri suoi libri?
«No, in realtà sono sceneggiature originali. Carlo ha detto che non scriverebbe più un romanzo su di lui perché Coliandro non è più ?solo roba sua?: ormai c'è anche la mano mia e dei fratelli Manetti».

 Il Siulp, il sindacato della polizia, ha premiato il suo personaggio definendolo: ?un poliziotto più vero del vero, più umano dell'umano». Sono soddisfazioni.
«Per la prima volta un poliziotto della tv o del cinema ha ricevuto il Premio Franco Fedeli. Ma quello che più mi ha commosso sono state le motivazioni dei poliziotti che mi hanno scritto: ?Ci hai fatto sentire più leggeri e liberi, non imprigionati negli stereotipi??. Coliandro è un uomo comune in cui tutti si riconoscono. Anche se vive avventure rocambolesche e assurde, lui resta il più vero».

 Ora ha altri progetti per la tv?
«Sto girando la serie ?C'era una volta Studio Uno?, sulla nascita del popolarissimo show della Rai che ha lanciato i più grandi artisti della nostra cultura. Io sono un funzionario Rai che rema contro la realizzazione dello show».

 Ci sarà una sesta stagione di Coliandro?
«E se invece gli accadesse qualcosa nell'ultima puntata? In fondo tutto ha una fine».