Home TvFictionGiorgio Tirabassi: «Buonisti non mi avrete, voglio essere cattivista!»

Giorgio Tirabassi: «Buonisti non mi avrete, voglio essere cattivista!»

Nella serie "Liberi tutti" diventa un cinico avvocato che sfida (a modo suo) il “politicamente corretto”

Foto: Giorgio Tirabassi

07 Maggio 2020 | 10:05 di Paolo Fiorelli

Provate a mettervi nei panni di Michele, il protagonista di “Liberi tutti”, la nuova serie in onda dal 9 maggio su Raitre. È un avvocato “intrallazzone” abituato a girare con 25 milioni di euro nascosti nel bagagliaio, e si ritrova a vivere nella “comune” fondata dalla ex moglie, piena di persone “alternative“, “ecologiche“, “solidali” e... spiantate. Agli arresti domiciliari. Controllato giorno e notte. Con il letto in uno sgabuzzino. È facile prevedere che la convivenza sarà difficile... «Michele è un mascalzone, parliamoci chiaro» spiega subito Giorgio Tirabassi, che lo interpreta. «Un mascalzone che però è quasi impossibile non trovare simpatico».

Perché?
«Be’, quando comincia a battibeccare a colpi di cinismo con gli ingenui abitanti della comune, ti viene quasi da tifare per lui. Perché non si può passare la vita a coltivare pomodori biodinamici raggrinziti e a bere cocktail salutistici a base di acqua e aceto! E su... Poi anche il “politicamente corretto”, quando è seguito con fanatismo, diventa ipocrisia. Lui sarebbe anche disposto a fare amicizia, ma dovrebbero venirgli un po’ incontro. “Datemi mille euro” dice “con mille euro in tasca divento una persona migliore, più gentile”. Perché Michele invece è scorretto, scorrettissimo. E combatte da solo, eroicamente, contro 20 persone che vorrebbero cambiarlo e convertirlo ai loro ideali. È un cattivista circondato da buonisti!».

Un personaggio un po’ alla Sordi?
«Grazie, che complimento! Massì, noi commedianti romani siamo tutti figli e figliastri di Alberto Sordi. Non saprei neanche più dire se è stato il più bravo a incarnare l’umorismo degli italiani o se l’ha proprio forgiato lui, con i suoi personaggi. Però c’è chiara anche l’impronta della squadra di “Boris”, una serie di culto degli Anni 2000. Gli autori sono gli stessi. E il titolo è un omaggio a uno di loro, Mattia Torre, che ci ha lasciati a luglio e che era abituato a concludere le riunioni dicendo “Liberi tutti”. In questa serie, la stessa frase viene detta alla fine delle interminabili sedute di “autoanalisi” che si svolgono nella sala comune».

Lei però non ha cominciato con la commedia. Gli italiani hanno imparato ad amarla con la serie “Distretto di polizia”, dove era un duro... non la farebbe un’altra serie d’azione?
«E come li faccio gli inseguimenti, sulla carrozzella? Ahò, era 20 anni fa. A parte che già allora mi ricordo che sul set nessuno voleva fare le scene d’azione. Tutti a dire: “Ma che davvero c’abbiamo un altro arresto oggi? Ma non lo puoi arrestare tu?”. No no, oggi a me piacciono i ragionatori, i rimuginatori. Magari potrei fare un Maigret, ecco.... Ma con l’azione ho chiuso. Non ho più il fisico».

A novembre ci ha fatto anche un po’ spaventare per la notizia di un malore...
«Infarto e sette giorni in ospedale. La botta è stata tale che ho proprio cambiato stile di vita. Ho persino chiuso con le sigarette, io che fumavo da sempre. Ogni tanto però mi capita di sognare che sto fumando. Che gran sogno. Il bello è che un sacco di programmi televisivi mi hanno invitato per raccontare quella esperienza, ma io ho detto no».

Perché?
«Non mi piace mescolare la sfera pubblica e quella privata. Lo so di andare controcorrente nell’epoca della “condivisione”. Ma mi sembra poco elegante. Anche i social li uso pochissimo, li trovo invadenti».

Eppure il luogo comune vuole che gli attori amino parlare di sé, esibirsi...
«Io mi esibisco sul palco. Quando scendo torno in famiglia e divento un’altra persona. Me ne accorgo perché sul set c’è sempre qualcuno che mi chiede: “Ha fame? Ha caldo? Le faccio portare un ventilatore?” oppure anche solo “Vuole un po’ d’acqua?”. Invece a casa, se non ci penso da solo, potrei anche morire di sete (ride)».

A proposito, come la sta passando questa “quarantena” a casa?
«Sento al telefono tanti amici stressati, arrabbiati, inviperiti... Io devo dire che la sto passando bene. Abito in campagna, fuori Roma, mi occupo dei miei ulivi, mi riguardo un po’ di film e aspetto che passi. Che dovrei fare? La quarantena è come restare chiuso in ascensore. Se dai di matto è solo peggio».