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Gomorra 2, parla il regista Stefano Sollima

Intervista al regista della serie di Sky che ha portato la fiction italiana in 113 Paesi del mondo

Foto: Stefano Sollima istruisce Fortunato Cerlino che interpreta il boss Pietro Savastano.

17 Giugno 2015 | 17:55 di Andrea Di Quarto

La serie che lo ha definitivamente consacrato, «Gomorra», è girata in napoletano stretto, ma sembra un telefilm americano, lontana anni luce dai cliché della fiction di casa nostra fatta di santi, suore, poliziotti buonissimi, guardie forestali e famiglie del mulino bianco. Ecco perché Stefano Sollima, figlio di quel Sergio Sollima che realizzò «Sandokan» e «Il corsaro nero», è diventato un regista di culto.

La seconda stagione, che come la prima prende spunto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano (che per la serie svolge anche un ruolo di consulente), è in piena fase di realizzazione e andrà in onda a marzo su Sky Atlantic. Il produttore Riccardo Tozzi ha poi già annunciato la terza serie. Insomma, per Sollima che a metà ottobre sarà anche al cinema con il suo secondo lungometraggio, «Suburra», è tempo di darci dentro: «Stanotte abbiamo finito di girare alle 3, ma è normale, ogni genere ha la sua… fascia oraria e i criminali e gli zombie si muovono di notte» ci dice sorridendo.

Pare che tra un set in Germania e quello di Scampia stiate facendo una carneficina…
«Beh, non è che l’anno scorso c’eravamo andati leggeri. Il finale aveva lasciato aperti tutti i tasselli, ora è tempo di colmare. La nuova stagione sarà la tempesta perfetta, Ciro l’immortale è braccato dai Savastano che vogliono fargliela pagare per il suo tradimento, ma anche dall’altro boss Conte».

Non teme l’eccesso di aspettative?
«No. Anche per la seconda serie di “Romanzo criminale” c’erano aspettative, eppure andò benissimo. Il segreto è avere bene in mente un pubblico e poi ignorarlo, infischiarsene. Rispettare il pubblico non significa inseguire i suoi gusti. Sarebbe un errore strategico».

Il produttore ha già annunciato «Gomorra 3». Potrebbe diventare un prodotto di lunga serialità?
«Mah, il segreto è non partire con l’idea di fare tante stagioni, anzi il contrario, devi girare sempre come se fosse l’ultima. Solo così una serie si può riempire di avvenimenti e di tensione».

La osannano come il regista che ha cambiato la tv italiana, eppure non ha mai fatto una scuola di cinema. In pratica è un autodidatta.
«Non è il termine giusto. Sono cresciuto sui set di papà, pieni di cowboy e pirati. Da bambino per me era normale aggirarmi tra gente mascherata, pistole, cavalli, addirittura tigri. A 13 anni sapevo la differenza tra uno scenografo e uno sceneggiatore. Sono stato avvantaggiato».

Ha fatto la comparsa per papà?
«Sì, ne “Il corsaro nero” ero il figlio di un pirata, ma poi la scena è stata tagliata e con lei la mia carriera d’attore».

A fare il regista seriamente, però, ha cominciato relativamente tardi.
«È vero. Non ero fissato, avevo cominciato a fare il cameraman per le produzioni straniere e quel lavoro mi piaceva, giravo il mondo. E poi il mio genere non era praticabile all’epoca: ti proponevano solo commediole inverosimili».

Lei invece che cosa aveva in testa?
«Di fare le cose come le sto facendo oggi, con grandi mezzi e grande libertà espressiva. I mezzi servono perché non è vero che il genio italico alla fine compensa tutto. La libertà espressiva deriva dal pubblico a cui ti rivolgi. La fiction della tv generalista si rivolge a un pubblico più adulto, con la pay tv ti guarda un pubblico più giovane, esigente, abituato agli standard delle serie americane».

È vero che ha un agente in America?
«Sì, e mi stanno arrivando tante proposte, ma non è più tempo di essere provincialotti, non voglio fare un film tanto per dire: “Ho fatto cinema in America”. Lo farò quando ci sarà un progetto molto  al di sopra di ciò che sto già facendo».