Home TvFiction«The Good Doctor» è una fiction credibile? Risponde un medico vero

«The Good Doctor» è una fiction credibile? Risponde un medico vero

Un primario all’Ospedale San Raffaele di Milano scioglie per noi tutti i dubbi sulla serie ambientata al San Jose St. Bonaventure Hospital

Foto: Freddie Highmore nei panni del dottor Shaun Murphy

09 Agosto 2018 | 11:50 di Giusy Cascio

Siamo tutti pazzi di Freddie Highmore nei panni (o sarebbe meglio dire nel camice) del geniale dottor Shaun Murphy, il protagonista della serie tv rivelazione dell’estate «The good doctor». Affezionati alle straordinarie capacità che gli permettono di fare diagnosi precise e di intervenire con tempestività in caso di traumi, abbiamo però qualche dubbio: negli ospedali veri le cose vanno esattamente come al San Jose St. Bonaventure Hospital della fiction? Lo abbiamo chiesto a un medico per cui l’emergenza è la regola quotidiana: Michele Carlucci, primario del Pronto soccorso e dell’Unità di Chirurgia generale e delle Urgenze all’Ospedale San Raffaele di Milano.

Un autistico può diventare chirurgo?
«Non mi è mai capitato di avere colleghi con disturbi di questo tipo» dice Carlucci. «E, senza discriminare nessuno, avrei qualche riserva in caso di deficit relazionali come quelli del protagonista. Per un medico, infatti, è davvero molto importante avere buone qualità di comunicazione. Un paziente, anche solo guardandolo negli occhi, deve potersi fidare di lui. E il contatto fisico è fondamentale: i pazienti apprezzano il fatto di essere visitati in modo accurato».

Uno specializzando è autorizzato a operare?
Shaun in sala operatoria incide un addome con il bisturi. Glielo passa il suo capo, Neil Melendez (l’attore Nicholas Gonzalez), che supervisiona, affiancato dagli altri membri della sua équipe. «Tutto regolare» nota Carlucci. «Per legge, gli specializzandi devono essere “tutorati”. Nella maggior parte degli interventi devono essere presenti almeno due specialisti in sala operatoria. A questi si può aggregare uno specializzando, che però non può operare mai da solo».

Le intuizioni di Shaun sono esatte?
Una volta, guardando i tubi dei rubinetti del suo appartamento, Shaun suggerisce l’innesto dell’estremità di un nervo della coscia a un altro nervo. In un episodio successivo consiglia l’impianto di un femore artificiale in titanio per evitare l’amputazione di una gamba. «Al netto di trovate romanzesche come i rubinetti, la prima proposta è abbastanza credibile. Sull’altra ho qualcosa da aggiungere: occorre verificare la funzionalità dei nervi. Mantenere un arto denervato, una mano o una gamba che poi risultano insensibili, è peggio di un’amputazione e di una protesi».

Fa diagnosi corrette?
«The good doctor» parla come un manuale di anatomia. In una puntata dice: «Le diagnosi differenziali per le fibrosi dei dotti biliari includono: colangite sclerosante primitiva, insufficienza epatica, cirrosi biliare secondaria o primitiva»... «E anche diverse neoplasie» aggiunge il dottor Carlucci, proprio come fa il capo di Shaun nel telefilm. «Tutto giusto: promossi!».

In emergenza esagera?
«Nella prima puntata, in aeroporto Shaun usa il whisky per disinfettare e un coltello sequestrato ai controlli per praticare un’incisione e stabilizzare i parametri vitali di un ragazzo ferito. Troppo? «No, rispetta le procedure internazionali Atls (Advanced trauma life support)» nota il dottor Carlucci. «Fa ciò che secondo lui è giusto, una manovra o un drenaggio pleurico, per salvare la vita del paziente che altrimenti morirebbe. In questi casi tutto è lecito per chi ha competenza ed è addestrato per intervenire».

I familiari del paziente possono scegliere l’équipe medica?
I genitori di un paziente di Shaun si oppongono all’idea che un medico autistico stia in sala operatoria. Ma il capo chirurgo, che lo vuole nel suo team, la spunta. «Esatto» sottolinea il dottor Carlucci. «La squadra si sceglie in base ai turni e alle reperibilità. I familiari non possono dire: “Non voglio che mio figlio venga operato da quello lì”. Ma sono liberi di firmare un foglio in cui si assumono la responsabilità di andarsene per curarsi altrove».

L’igiene è a norma?
«Ho notato con piacere una certa accuratezza all’arrivo di feriti in un incidente stradale. I medici e gli infermieri erano protetti da guanti, camice (anche se quello ideale avrebbe dovuto essere impermeabile) e occhiali trasparenti, per prevenire malattie da contatto» dice Carlucci.

In sala operatoria si parla tanto?
«Sì, in sala operatoria si parla. Ma a uno specializzando non direi mai frasi ciniche come “Speriamo che nessuno si faccia male”, cosa che invece accade nella fiction. Perché i ragazzi vanno incoraggiati» spiega Carlucci. «Semmai si scherza dopo, per allentare la tensione».

E si usano davvero tutti quei monitor?
«Sempre di più, sì» dice Carlucci. «Con le tecnologie mininvasive e robotiche noi in pratica operiamo guardando dentro il paziente attraverso tanti “televisori”».

Le decisioni etiche vengono prese sempre in modo collegiale?
Nella fiction si vedono l’avvocato Jessica Preston (Beau Garrett), il direttore sanitario Aaron Glassman (Richard Schiff) e a volte un giudice. «Nella realtà ci si confronta con i colleghi se è possibile, ma spesso non c’è il tempo, bisogna intervenire in fretta» sottolinea Carlucci. «La magistratura interviene in casi delicati, come per le obiezioni religiose di pazienti testimoni di Geova».