Home TvFiction“Il nome della rosa”. Monaci e omicidi: il vero giallo è il Medioevo

“Il nome della rosa”. Monaci e omicidi: il vero giallo è il Medioevo

In onda su Raiuno da lunedì 4 marzo, la fiction più attuale dell’anno parla di streghe ed eretici, di monaci e conventi, imperatori e villaggi medievali

Foto: Rupert Everett, Michael Emerson, John Turturro e Damian Hardung, protagonisti di "Il nome della rosa"  - Credit: © Fabio Lovino

01 Marzo 2019 | 15:38 di Paolo Fiorelli

La fiction più attuale dell’anno parla di streghe ed eretici, di monaci e conventi, imperatori e villaggi medievali. È “Il nome della rosa”. Il perché ce lo spiega John Turturro, il protagonista della serie nata dal capolavoro di Umberto Eco: «Non fatevi ingannare dai costumi e dall’ambientazione nel XIV secolo» dice il grande attore italoamericano. «Il cuore della storia è lo scontro tra fanatici e liberi pensatori, tra sapere e ignoranza, tra tirannia e democrazia». Non per caso una delle battute recita: «Leader ciechi guidano popoli ciechi verso l’abisso...».

Macchina da suspense

Ma, letture socio-politiche a parte, “Il nome della rosa” è anche un perfetto meccanismo giallo, capace di incollare i lettori per 600 pagine (il libro) e gli spettatori per quasi sette ore (la serie, che abbiamo visto in anteprima). Tutto si svolge in una abbazia dove il dotto frate francescano Guglielmo da Baskerville (John Turturro) è stato inviato assieme al suo giovane allievo Adso (Damian Hardung) per condurre una disputa teologica. Ma il loro soggiorno viene sconvolto da una serie di omicidi di cui sono vittime i monaci. E ovviamente Guglielmo comincerà a indagare... Ma non avrà vita facile, anche perché si troverà di fronte il nemico di tutta una vita: l’inquisitore Bernardo Gui, un fanatico che definisce se stesso «il cane da guardia di Dio», interpretato da Rupert Everett.  

Un duello mortale

«I due non potrebbero essere più lontani» continua Turturro. «Se Guglielmo adora i libri e il loro sapere, Bernardo salverebbe solo la Bibbia e brucerebbe tutti gli altri; se Guglielmo ama dubitare di tutto e anche di se stesso, interrogandosi senza sosta per cercare la verità, Bernardo è convinto di possederla già. Il loro è lo scontro tra libertà di pensiero e intoccabilità dei dogmi».

Mai così cattivo

«Non è stato facile essere così cattivo» assicura Rupert Everett. «Io ho studiato con i monaci benedettini e ho avuto un rapporto difficile con la religione, che mi faceva sentire “sbagliato” perché gay. Eppure ammiro i religiosi illuminati. Invece Bernardo Gui è un fanatico che blatera di religione, ma vuole soprattutto il potere. È un grande teatrante, un manipolatore. Oggi sarebbe un capo dell’Isis. Lo odio, è quanto di più lontano ci sia dai miei ideali di rispetto e libertà, ma proprio questo è il bello del mio mestiere: nell’arco di pochi mesi ho impersonato Oscar Wilde e ora... qualcuno che l’avrebbe bruciato vivo!». Dopo una accorata digressione sulla Brexit («Una tragedia. Italiani, non fate come noi!»), Everett loda il cast italiano: «Bravissimi anche a recitare in inglese. Con Fabrizio Bentivoglio ho un confronto che è un vero duello. E il regista Giacomo Battiato ha saputo approfittare del tempo di una serie per approfondire gli aspetti del romanzo. È stato bello anche tornare a Cinecittà, che ormai... è un po’ decadente come me» (ride).

La scelta del novizio

Nei panni di Adso, l’allievo di frate Guglielmo, c’è Damian Hardung: «È un personaggio complesso, combattuto tra l’ammirazione per il maestro e l’amore per una ragazza in fuga dalla guerra, una vera rifugiata del tempo» dice l’attore tedesco. «Come tutti i giovani, anche Adso dovrà prendere una decisione lacerante e scegliere il proprio destino».

Il rivoluzionario Boni

Il cast comprende anche molti italiani, tra cui Alessio Boni che interpreta Dolcino: «Un frate rivoluzionario che chiedeva la povertà per la Chiesa e proclamava il libero amore e l’uguaglianza tra uomo e donna. Per interpretarlo mi sono documentato e ora sono pieno di ammirazione per questa figura storica, per il suo coraggio e il suo desiderio di giustizia. Il suo sogno era in anticipo di secoli». Boni ricorda con entusiasmo anche l’esperienza del set: «Ogni giorno era come viaggiare nel tempo, tra le mura di vecchi monasteri e centinaia di figuranti che interpretavano soldati, monaci e popolani».  In effetti  i numeri sono da kolossal: sei mesi soltanto per le riprese, 3.000 comparse, 200 cavalli e centinaia di costumi e armature (disegnate da Maurizio Millenotti).

Una nuova eroina

La fiction, prendendosi grandi libertà rispetto al romanzo (preparatevi alle proteste dei puristi) racconta anche le vicende di Anna, la figlia di Dolcino, che cercherà vendetta contro i nemici dei suoi genitori. Un’eroina dai tratti moderni, capace di impugnare le armi meglio dei soldati e di dedicare l’intera vita alla sua sete di giustizia. La interpreta Greta Scarano, che (in un doppio ruolo) impersona anche la madre Margherita, compagna di Dolcino.

Un cast magnifico

Completano il cast internazionale Fabrizio Bentivoglio (è fra Remigio, un seguace di Dolcino che ora vive nell’abbazia, ovviamente mantenendo segreto il suo passato di eretico), Stefano Fresi (è frate Salvatore, che si unì ai Dolciniani quando lo liberarono dall’umiliante ruolo di servo-giullare tenuto alla catena), Michael Emerson (è l’abate Abbone), James Cosmo (frate Jorge), Richard Sammel (frate Malachia), Sebastian Koch (il padre di Adso) e Antonia Fotaras (la ragazza in fuga dalle persecuzioni, di cui si innamorerà Adso).

La parola allo storico

Ma poi, ripensandoci... davvero gli uomini del Medioevo erano come noi? «È vero a metà» risponde lo storico Alessandro Barbero. «Nel senso che le pulsioni fondamentali come il desiderio di amore, fama e potere sono sempre le stesse. Ma la cultura no: l’uomo del Medioevo, per esempio, considerava normali la violenza e la magia. Ed era meno materialista di noi: per lui angeli, demoni e miracoli erano fattori sempre presenti. E poi ci sono le differenze tecnologiche...».

Dal capolavoro di Umberto Eco

Quando nel 1980 uscì “Il nome della rosa”, autore ed editore erano incerti sul suo destino. Perché Umberto Eco (1932-2016) era già un professore famoso in tutto il mondo, ma quanti avrebbero apprezzato un giallo lungo 600 pagine ambientato nel 1327, e soprattutto zeppo di lunghe digressioni su temi di storia, teologia e filosofia medievali? Una vera scommessa. Vinta. A oggi, infatti, il libro è il romanzo italiano più conosciuto al mondo, con 55 milioni di copie vendute (a lato, la copertina di quella prima edizione; per l’occasione Bompiani ne ha preparata una nuova). L’idea vincente di Eco fu quella di scrivere un’opera con diversi livelli di lettura. Alla narrazione gialla se ne aggiungono una filosofica, una politica e addirittura una ironica e... “pop”. Un esempio? Il nome del protagonista, Guglielmo da Baskerville, è un ironico rimando al romanzo di Conan Doyle “Il mastino dei Baskerville”, mentre il nome Adso pronunciato da un inglese suona quasi come “Watson”...

I numeri e la trama

La coproduzione è firmata 11 Marzo Film, Palomar, Rai Fiction e Tele Munchen Group, prodotta da Matteo Levi, Carlo Degli Esposti e Nicola Serra, e diretta da Giacomo Battiato, dal romanzo di Umberto Eco «Il nome della rosa». Girata tra Cinecittà e Lazio, Umbria e Abruzzo, è costata 26 milioni di euro. Dallo stesso libro fu tratto nel 1986 un film con Sean Connery: al primo passaggio in tv fu visto da 14.672.000 spettatori: per 13 anni fu un record assoluto.

La trama: nel 1327 il dotto frate Guglielmo da Baskerville raggiunge un’abbazia dove si terrà una disputa teologica dalla quale potrebbe addirittura dipendere la sopravvivenza del suo ordine, quello Francescano. Ma una serie di omicidi sembra portare l’incontro verso la catastrofe. L’inquisitore Bernardo Gui attribuisce i delitti all’opera del demonio, Guglielmo invece intuisce che al centro del mistero c’è un libro proibito custodito nella biblioteca del monastero. Ma riuscirà a far trionfare la verità sul fanatismo?