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Kasia Smutniak racconta il suo ruolo in «Limbo»

Intervista all'attrice protagonista del film tv andato in onda su Raiuno il 2 dicembre

Foto: Kasia Smutniak  - Credit: © Rai

03 Dicembre 2015 | 11:21 di Alberto Anile

«Oggi posso dirlo. I miei film non li vedo subito, non mi va, a volte non li vedo proprio. Anche “Limbo” l’ho visto solo all’ultimo momento». «Limbo» è il film Tv che Rai1 ha mandato in onda il 2 dicembre in prima serata. E chi parla è Kasia Smutniak, l’interprete principale. Problemi? Nessuno, anzi: l’attrice è fiera del suo ruolo, un maresciallo dell’esercito che, rimasta vittima di un attentato in Afghanistan, torna in Italia con il fisico e il morale a pezzi.

Venendo da una dinastia di militari di carriera, stavolta l’impegno artistico si è pure incrociato con il dna familiare. «Non ho dovuto ragionare troppo sul perché una donna oggi decida di fare il soldato, proprio perché mia padre, mio zio, anche mia nonna erano militari. In Polonia è una cosa normale avere donne nell’esercito mentre in Italia questa possibilità esiste solo da 15 anni. Per documentarmi non mi serviva altro che qualche informazione sul lavoro specifico dell’esercito italiano in Afghanistan: ho guardato documentari sui reduci, e fatto un breve addestramento militare di una settimana».

Perché non voleva rivedersi? La sua interpretazione è anche stata premiata al RomaFictionFest, ne sarà soddisfatta.
«Alla fine il film l’ho visto e mi è piaciuto tantissimo. Il problema è che ognuno si fa un’idea del proprio personaggio, sullo schermo lo trovi diverso e ci rimani inevitabilmente male. Il risultato può essere bellissimo ma corrisponde alla visione del regista. L’accetto. Ma ho imparato anche a non subire più i miei film. Una volta mi chiamavano a vedere il primo montaggio, poi il secondo montaggio, poi l’anteprima… Per carità! Se in un film faccio una parte piccola, mi piace vederlo perché non ho ansia. Ma da protagonista, onestamente, vedersi tutto quel tempo non è sano. Nel telefilm “In treatment” ho dovuto assistere a un mio primo piano che durava mezz’ora: una follia. Rimando. Alcuni film non li ho proprio visti. ».

«Limbo» è tratto dal romanzo di Melania Mazzucco: quanto è stato importante per costruire il personaggio di Manuela Paris?
«Ho letto il romanzo e ho pensato che sarebbe stato un film bellissimo, ma da quel momento non ho più pensato al libro, ho cercato di costruire il personaggio da sola».

Il film presenta finalmente una donna volitiva, un ufficiale che si ritrova a comandare degli uomini, rischiando all’inizio di non essere presa sul serio. Le capita mai nella vita?
«Mi sono trovata più volte in situazioni del genere. Essere donna spesso significa non essere percepita allo stesso livello dell’uomo, un pregiudizio che trovo esista più in Italia che in altri paesi. Per questo sono contenta che sia un film per la tv, perché si rivolge a un pubblico abituato a storie diverse. La tv ci ha regalato per anni l’immagine di una donna il cui punto d’arrivo sembrava sempre quello della velina. Qui invece c’è una donna che comanda e che ha deciso di fare il soldato: una scelta che non è facile far comprendere alla gente comune in un periodo formalmente di pace».

Cosa ricorda della sua vita in Polonia, e come avete vissuto la lunga lotta tra il generale Jaruzelski e Solidarnosc?
«In quel momento mio padre non era ancora generale, studiava all’Accademia militare di Mosca e vivevamo con lui in Russia. Ma è stato tutto un periodo complicato. Il regime assicurava a ciascuno un tetto, e avevamo tutti gli stessi mobili, le stesse lenzuola e gli stessi vestiti. Chi aveva tre figli aveva una casa con tre stanze da letto, chi ne aveva uno, come mio padre, ne aveva solo una, anche se era militare di carriera. In casa non si potevano esprimere giudizi. Ha presente il film “Le vite degli altri”? Eravamo costantemente sotto controllo. Quell’epoca mi torna in mente quando faccio il thè. Allora non ce n’era, si regalava per Natale. Se doveva farlo per quattro persone, mia mamma intingeva la bustina nelle quattro tazze, poi la metteva da parte e il giorno dopo la riutilizzava. Le cucine polacche erano piene di piattini con più bustine; ovviamente nessuno riusciva più a capire se era thè normale o, poniamo, alla menta. Una cosa che mi faceva impazzire».

Oggi politicamente come la pensa?
«Ho una mia foto in prima elementare col fiocchetto in testa e dietro la scritta “Il nostro credo e la nostra speranza è il socialismo”. Sono cresciuta con quella roba, anche se all’epoca capivo poco. Oggi comunque mi ritengo di sinistra, per quanto possa esserlo un polacco che ha combattuto la sinistra; non vedo altra via d’uscita che a sinistra. Di sicuro però non seguirei mai una visione netta, com’era nel comunismo nostro di allora, la democrazia è un’altra cosa».

Dopo tanti anni di vita e lavoro in Italia si ritiene più italiana o polacca?
«In Polonia ho ancora la famiglia, ma ci vado meno di quanto vorrei. Il problema è che mi sento tanto polacca quando sono qua e tanto italiana quando sono lì».

Le chiedo un breve giudizio sui registi con cui ha lavorato. Con Ozpetek ha fatto «Allacciate le cinture».
«Amo Ferzan. Abbiamo un rapporto passionale. Non ho mai litigato così tanto con nessuno. Per me è un pazzo e credo che lui direbbe lo stesso di me. Ma continuiamo a sentirci quotidianamente».

Con i fratelli Taviani ha fatto «Maraviglioso Boccaccio».
«Fantastici! Era un set meraviglioso, l’aiuto regista aveva 80 anni. Io mi sentivo a casa. Credo di capirmi meglio con le persone più grandi di me».

Con lo scomparso Carlo Mazzacurati ha fatto «La passione».
«Ogni volta che penso a lui ho il cuore in gola. Era un signore, una persona vera, senza quel filtro che spesso hanno gli artisti».

Moretti l’ha incontrato sul set di «Caos calmo».
«Sono cresciuta con i suoi film e vederlo sul set è stata per me l’emozione più grande. Avevo un ruolo minimo, e davanti a lui mi sentivo una deficiente».

Cosa voleva fare da bambina?
«L’astronauta».

Non l’attrice?
«Al liceo pensavo di fare la giornalista inviata di guerra. Poi, tra i 16 e i 19 anni, sono arrivati i concorsi di bellezza e il lavoro da modella».

Il punto di arrivo era comunque diventare attrice?
«No, è solo andata così. Io non mi ritengo una vera artista, mai avuto il fuoco sacro. Se questo lavoro finisse anche domani andrebbe bene lo stesso».