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La storia della casa di Montalbano a Punta Secca

Parla Costanza DiQuattro, la cui famiglia “affitta” al Commissario la villetta resa celebre dalla fiction

Foto: Luca Zingaretti è il commissario Montalbano

11 Agosto 2019 | 09:00 di Alberto Anile

È il simbolo architettonico della fiction di Montalbano. La casa del commissario è a Punta Secca, frazione di Santa Croce Camerina, in provincia di Ragusa. La struttura normale, né moderna né antica, e l’affaccio sul mare la candidarono subito come il miglior luogo possibile per farne l’abitazione del poliziotto creato da Andrea Camilleri.

A oltre 20 anni dalle prime riprese, all’edificio viene ora dedicato addirittura un libro, "La mia casa di Montalbano", scritto da Costanza DiQuattro. Era infatti il 1998 quando il regista Alberto Sironi e l’attore Luca Zingaretti misero per la prima volta piede nella casetta di cui erano proprietari l’avvocato Giovanni DiQuattro e sua moglie Vincenzina Comitini, nonni della scrittrice che ce ne racconta la storia.

Foto: La casa del commissario è a Punta Secca, frazione di Santa Croce Camerina, in provincia di Ragusa

Cominciamo dalla fine. Il libro si conclude con Camilleri che acconsente a farsi intervistare. Quell’intervista è poi stata fatta?
«Sì, e ho avuto il permesso di riportarla, ma dopo aver scritto quello che è poi diventato l’ultimo capitolo ho scelto di lasciare un finale un
po’ aperto. Mi è sembrato più bello accennarne soltanto».

Però incuriosisce. Di che cosa avete parlato?
«Gli ho spiegato del libro che volevo scrivere, del piacere di farlo, e lui mi ha raccontato degli aneddoti, anche legati alla casa di Montalbano».

Me ne dica uno.
«Dopo un paio d’anni dal primo ciak, Camilleri venne in provincia di Ragusa ospite di Elvira Sellerio (l’editrice dei suoi libri, ndr), che aveva una casa vicino a Punta Secca. Ne approfittò per andare a vedere la casa di Montalbano, come un turista qualsiasi, e nonostante fosse l’inizio dell’inverno e ci fosse una mezza bufera, trovò tanta gente a sbirciare e far foto. Solo allora si rese davvero conto del successo della fiction».

Rispetto alla casa reale nella fiction cosa è cambiato?
«Solo il piano con la terrazza. Lo scenografo Luciano Ricceri l’ha tagliato con un separé creando il soggiorno e la camera da letto. Il piano di sotto è rimasto identico, come tantissime altre cose: le tazzine azzurre e beige che Montalbano usa sono di mia nonna, i mobili sono quelli originali, in molte puntate si vede ancora la laurea di mio nonno».

Il libro contiene anche un ricordo di Pasquale Spadola, il “location manager” che individuò la casa e convinse prima suo padre e poi suo nonno ad affittarla per le riprese. Spadola scrive che averla aperta alla tv ha purtroppo distrutto i sogni della ragazzina che ci abitava, cioè lei. Fu così?
«È corretto, ma solo per il periodo dell’adolescenza. Poi è iniziato un processo di “riabilitazione” e la casa è diventata il posto in cui custodisco i miei ricordi».

Com’è cominciata questa “riabilitazione”?
«Attraverso mio figlio, nato nel 2008. Prima andavo al mare a Marina di Ragusa ma portarlo a Punta Secca era molto più comodo. A dieci mesi gli facevo fare il bagnetto e poi mi bagnavo anch’io, i miei nonni me lo tenevano, per chiamarmi gli bastava affacciarsi dal balcone. Negli anni successivi mio figlio ha cominciato a farmi una serie di domande legate alla casa che mi hanno fatto tornare indietro, all’infanzia».

Quando va in onda vede la fiction?
«Ah, io sono una patita. Con i miei figli siamo sempre incollati al televisore, ed è sempre un tuffo al cuore quando vedo la casa. Per noi c’è anche il riconoscimento di altri posti, la casa della zia Tizia, la stradina dove abita Caio... Poi uno dei grandi meriti di Camilleri e del regista Sironi è stato quello di scardinare la nostra regione dal cliché “coppola e lupara”, come spesso la dipingono, proponendo invece una Sicilia luminosa, barocca, piena di bellezze, molto vera, dove le donne non vanno in giro con le velette».

Riesce sempre a riconoscere la sua casa o capita che la finzione la “cancelli”?
«Al contrario. Sironi e lo scenografo l’hanno mantenuta identica, e riesco a vederla com’era quando io ero bambina, una casa molto isolata in un borgo di pescatori dove abitavano quattro famiglie, mentre nella realtà oggi è affollatissima. Mi è quasi più familiare in tv che dal vero».

Però ci torna. Nel libro scrive che quando riesce a trovare posto va nel bed and breakfast allestito all’ultimo piano, e si mimetizza fra i turisti.
«In realtà da quando è uscito il libro mi riconoscono tutti. Ma tornarci mi diverte sempre moltissimo. La fiction è trasmessa in 68 Paesi, così al tavolo della colazione trovi insieme il giapponese, il tedesco e l’australiano. Ed è molto divertente vedere un simbolo architettonico concentrare tanto affetto. Vedo lo stupore degli ospiti e mi accorgo che giocano a fare il commissario. Alcuni vanno la mattina prestissimo a farsi una nuotata, come Montalbano, anche a costo di sacrificare una bella dormita».

Alla sua famiglia rende?
«Senza dubbio il nostro bed and breakfast non soffre cali o oscillazioni. Siamo costretti a chiudere per un mese e mezzo, tra aprile e maggio, durante le riprese della fiction, e poi un paio di settimane a febbraio per la manutenzione necessaria a una casa che sta praticamente dentro l’acqua. Per il resto siamo sempre aperti, anche a gennaio. Il clima siciliano aiuta, in inverno c’è sempre qualche turista russo che fa il bagno. Insomma, anche se sono solo sette camere non possiamo lamentarci».

I nonni ci sono ancora?
«Purtroppo no, sono mancati pochi anni fa. Il libro l’ho scritto un po’ come un ricordo per loro».

Come reagirono al successo della fiction?
«Il nonno guardava la cosa con distacco, poi il successo è dilagato ed entrambi hanno cominciato a divertirsi da impazzire. Il nonno rimaneva anche a vedere le riprese, tanto che a volte Sironi diceva: “Mandate via l’avvocato perché parla!”».

Oggi lei gestisce il Teatro Donnafugata a Ragusa Ibla: ha mai messo in scena Camilleri?
«L’anno scorso abbiamo ospitato uno spettacolo tratto dal romanzo “Maruzza Musumeci”. L’attore Pietro Montandon era solo in scena con sette personaggi diversi: un lavoro straordinario».

Un’ultima curiosità. Avrà senz’altro fatto un’apparizione nella fiction, in un piccolo ruolo...
«Nooo! Con Sironi ho rapporti splendidi, quasi di famiglia, ma farmi riprendere in una fiction non è proprio nel mio carattere».