Lino Guanciale ci presenta in anteprima la sua nuova serie “Sopravvissuti”

«Interpreto il comandante di una barca a vela, ma di natura mi sento un “montanaro” e ho dovuto imparare tutto» dice l’attore. «Compresi i nodi marinari: ora li faccio con una mano sola!»

4 Agosto 2022 alle 07:38

Sei davanti al computer alle otto e mezza di una caldissima serata romana di fine luglio. Hai appena infornato, con uno slancio da masochista, una teglia di lasagne per cena, quando ti arriva una videochiamata. Rispondi e dall’altra parte c’è... il commissario Ricciardi. Sullo schermo compare l’immagine di Lino Guanciale con brillantina sui capelli, bretelle, orologio antico al polso, seduto al tavolino di un raffinato locale con tanto di stucchi e volte sul soffitto. L’effetto è quantomeno sorprendente.

Lino, lei si materializza dagli Anni 30 con una tecnologica videochiamata: un salto temporale mica da poco!
«Eh sì, è come fosse una specie di ritorno al futuro (ride)».

Dove si trova?
«Sono al Gambrinus (lo storico caffè, ndr), a Napoli. Stiamo girando qui, ho una pausa per cena poi continuiamo».

Cosa l’aspetta per cena?
«Caffè e sfogliatella: una scelta decisamente pragmatica».

Quanto tempo ci mette a uscire dai panni e dalla coltre di brillantina sui capelli del commissario Ricciardi?
«Dai panni, pochissimo. È talmente caldo e faticoso girare con questi abiti, bellissimi ma decisamente fuori stagione, che li “lancio” a ogni fine set. La brillantina invece ha bisogno di almeno tre lavaggi per essere mandata via... All’epoca ne mettevano moltissima e anche noi, che siamo perfezionisti, ne mettiamo tanta!».

Anche perché sennò il “ricciolo ribelle” sulla fronte del commissario mica resterebbe su così...
«È vero. Il ricciolo c’è sempre. In questa seconda serie è in una versione più sobria ma c’è sempre».

Come si fa a girare con il cappotto con queste temperature infernali?
«Cerco di non pensarci, mi ripeto: “Fa freddo, fa freddo, fa freddo...” e visualizzo distese ghiacciate dentro e fuori di me. Delle allucinazione autoindotte, in pratica (ride)».

Come ritroveremo il commissario nella prossima stagione?
«Ricciardi imparerà ad aprire spiragli nei confronti delle persone che lo amano».

Intanto dal 3 ottobre la vedremo protagonista di “Sopravvissuti” su Rai1. Come mai questa è una serie così speciale?
«Per tanti motivi. È stata ideata da un gruppo di giovani sceneggiatori italiani, ed è una coproduzione che vede la Rai capofila di una alleanza con altre grandi reti pubbliche europee: quella tedesca e quella francese. E io, da europeista convinto, non potevo che apprezzare questo aspetto. Il risultato è competitivo con progetti simili per genere (mystery, thriller psicologico) che si trovano sulle piattaforme. Abbiamo recitato in italiano, francese, inglese e in parte in tedesco e spagnolo. Il racconto è così forte che se si entra poi è difficile uscirne».

Lei interpreta Luca Giuliani, il comandante di una barca a vela di ultima generazione. Quando recita utilizza termini marinareschi: li conosceva già?
«Io in barca a vela c’ero stato pochissimo in vita mia e per riuscire ad andare oltre il paradigmatico “cazzi quella gomena, Fantozzi!” che tutti ricordiamo, ho dovuto studiare. Ho lavorato con tre skipper che mi hanno aiutato ad acquisire padronanza della gestualità sulla barca per rendere plausibile il modo in cui il mio personaggio si muove a bordo, manovra le sartie (cavi, ndr) e tutta la macchina».

Le sartie: parla come un lupo di mare!
«E non ha ancora visto come me la cavo con i nodi!».

Quello che le viene meglio?
«La gassa d’amante».

Mica facile!
«Ho penato, ho sudato, ma dopo tanto allenamento riuscivo a farlo pure con una mano sola! (ride)!».

Addirittura?
«Era diventata una sfida con gli skipper, che lo facevano con una mano sola e pure a occhi chiusi. Io fin lì non ci sono arrivato. Ma con fatica ci sono andato vicino».

Cos’altro ha imparato?
«L’importante era camminare senza cadere e imparare a pettinare le cime e lanciarle».

Ci risiamo: cosa significa pettinare le cime?
«Accompagnarle in modo che non facciano mille giri su se stesse e non si annodino quando le richiami per fare quelle belle matasse ordinate. Da lì si vede il vero marinaio. Con umiltà ho cercato di essere credibile sui fondamentali. E mi è piaciuto. Spero di riuscire a trovare nella mia vita privata il tempo per andare a vela perché è una cosa meravigliosa».

Lei è nato ad Avezzano (AQ), che non è una città di mare. Qual è il suo rapporto con il mare?
«Da “montanaro”, sono sempre stato curioso del mare e questo mi ha aiutato ad avere l’approccio giusto da neofita. E poi ho avuto una grande fortuna: non soffrire il mal di mare, questo ha semplificato non di poco il lavoro. Abbiamo ricostruito in studio le sequenze del naufragio e quella barca che si muoveva su se stessa su una piattaforma che la faceva basculare, si agitava al punto che il mal di mare avrebbe potuto darlo, senz’altro».

Sa nuotare?
«Sì. Negli Anni 80 si diceva: lo sport più completo è il nuoto. E i miei a 6 anni mi hanno mandato in piscina. Per la serie tv ho dovuto invece prendere delle lezioni di apnea perché ci sono anche delle sequenze sott’acqua. Insomma ho imparato un sacco di cose che spero non mi servano perché mi auguro di non trovarmi mai in mezzo alla tempesta perfetta!».

Il suo personaggio viene ritrovato dopo un anno alla deriva. È una sorta di Robinson Crusoe dei giorni nostri: tra i suoi colleghi con chi preferirebbe naufragare su un’isola deserta?
«Se mi trovassi, tra gli altri, con Vincenzo Ferrera, Fausto Sciarappa, Alessio Vassallo il divertimento sarebbe assicurato. A un certo punto litigheremmo per chi deve andare a caccia e a pesca per “portare la pagnotta a casa”. Ferrera e Sciarappa sarebbero come i pensionati che commentano i lavori dei cantieri: si fa così o cosà. Mentre Vassallo farebbe... il guastafeste (ride)».

Si imbarca e può portare solo tre cose. Cosa sceglie?
«Porterei due libri. “Robinson Crusoe” perché è di buon augurio al contrario: spererei di non avere la sua sorte. L’altro è di Alessandro Vanoli: “Quando guidavano le stelle”, che racconta della navigazione di un tempo, un libro ideale quando ti trovi in barca. Poi porterei carta e penna perché sicuramente c’è da annotarsi impressioni di viaggio. Infine un sestante nautico: un vecchio arnese per noi oggi complicatissimo, con cui si navigava centinaia di anni fa. Proverei a orientarlo e poi, una volta capito che non ce la faccio, procederei con la strumentazione di bordo, soddisfatto di averci almeno provato (ride)».

Quando nella sua vita si è sentito un sopravvissuto?
«Il primo giorno di ritorno sul set dopo il lockdown severo del 2020. Quando nel giugno del 2020 siamo tornati a girare “L’allieva”, e poi “Ricciardi”, ho pensato che stavamo cercando di sopravvivere in qualche modo e mi sono sentito molto fortunato».

E la mattina dopo le notti in bianco da neo papà del piccolo Pietro?
«E ci siamo ancora dentro! La mattina io e mia moglie scopriamo che resistiamo alla carenza di sonno come non avremmo mai creduto. Ma siamo felici. Perfino di avere dormito poco...».

I protagonisti di “Sopravvissuti” hanno un segreto che li lega: qual è il suo segreto che è arrivato il momento di svelare?
«In questo momento della mia vita per la prima volta non ho bisogno di certe scaramanzie per lavorare. Per carità, come tutti gli attori continuo a essere superstizioso, ma con “Ricciardi”, con “Noi”, e con “Sopravvissuti” certe fissazioni stanno lasciando il passo a un modo di lavorare più maturo».

Nella prossima stagione tv la vedremo nei panni di un naufrago (“Sopravvissuti”), di un commissario che vede i fantasmi (“Ricciardi”) e di un commissario che è lui stesso un fantasma (“La porta rossa”)... Quand’è che tornerà a farci sorridere un po’?
«Spero presto. Per ora questi sono i personaggi che ho trovato più sfidanti e che, è vero, hanno corde diverse da quelle brillanti con le quali il pubblico mi ha conosciuto. Ci sono però altre cose belle, che sto cercando di concretizzare in questo periodo».

Stanno andando in onda le repliche di “La dama velata”, una serie in costume del 2015.
«Quanto tempo è passato da Guido Fossà, il mio primo protagonista in un ruolo drammatico!».

Sette anni. Durante i quali la sua vita è cambiata radicalmente.
«Tutto quello che è venuto negli anni successivi in qualche modo è partito da lì. È stato bellissimo lavorare con Miriam Leone, lì si è cementata la mia amicizia con Andrea Bosca e con Carmine Elia, il regista di “La porta rossa”, di “Il sistema”, di “Sopravvissuti”».

Non solo. In questi anni ha sposato Antonella (Liuzzi) ed è diventato padre di Pietro, che oggi ha otto mesi. A proposito: nella memoria del suo telefono quante foto di Pietro ha?
«Diciamo così: meno male che c’è il cloud!».

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