Home TvFictionLuca Argentero: «Ritorno in tv e poi mi sposo»

Luca Argentero: «Ritorno in tv e poi mi sposo»

L'attore nella serie dei record "Doc - Nelle tue mani". «Il virus aveva bloccato il set di questi nuovi episodi. Intanto è nata mia figlia, quindi ora...»

Foto: Luca Argentero  - Credit: © Pigi Cipelli

01 Ottobre 2020 | 8:51 di Solange Savagnone

La beffa di intervistare Luca Argentero dal vivo, in un hotel nel cuore di Milano, è dovergli stare lontana. Non un bacio per salutarci, una stretta di mano, un abbraccio. Giusto una toccata (e fuga) di gomito. L’unica cosa positiva della distanza è che almeno può abbassarsi la mascherina e regalarmi i suoi famosi sorrisi mentre iniziamo a parlare di “Doc Nelle tue mani”, che torna su Raiuno con otto episodi a partire dal 15 ottobre. La serie, di cui abbiamo visto soltanto la prima parte durante il lockdown (perché le riprese erano state sospese), è ispirata alla storia vera di Pierdante Piccioni, un medico che in seguito a un incidente perde gli ultimi 12 anni di memoria.

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Finalmente vedremo le ultime puntate di “Doc”. Quanto è emozionato? Noi tantissimo…
«Sono entusiasta perché lo sono delle puntate. Non vedo l’ora di vederle completate. Un paio sono scritte benissimo e la chiusura della prima stagione è clamorosa. Non voglio alimentare troppe aspettative, ma è un grandissimo finale. Arrivare lì da dove ci eravamo interrotti è stato un viaggio incredibile, succedono tantissime cose. Mi ha sconvolto leggere come gli autori sono riusciti a condensare, oltre ai casi di puntata, la storie dei giovani medici e del mio personaggio».

Insomma, non potremo staccarci dal televisore…
«La sensazione che ho avuto nel vedere le prime puntate è che due ore volavano. Anche io, da spettatore, dicevo che ne volevo ancora, non mi alzavo dal divano e aspettavo la pubblicità per andare in bagno!».

Tornare sul set per ultimare le riprese com’è stato?
«Sono durate circa tre settimane, più del previsto. I tempi si sono un po’ allungati perché la troupe era ridotta e avevamo una sola unità per riprendere invece di due. Abbiamo fatto piccoli aggiustamenti nella sceneggiatura, evitando per esempio di abbracciarci, ma avevamo già girato il finale e non c’erano in ballo scene eclatanti».

Rimettere quel camice che effetto le ha provocato, sapendo tutto quello che si porta dietro?
«Eravamo gasatissimi perché stavamo tornando al lavoro, in più forti di un consenso universale. Eravamo molto motivati a fare bene. Quando fai breccia nel cuore delle persone è bello pensare di continuare a farlo. In 20 anni di carriera non ho mai avuto un riscontro così positivo da parte della gente. Forse perché la serie è stata vista in un momento particolare e ha riunito tutta la famiglia davanti alla tv».

Con quale consapevolezza è tornato nei panni del dottor Andrea Fanti?
«Il personaggio era molto chiaro, non potevo farlo diversamente, ci abbiamo lavorato tantissimo. Ho esplorato dinamiche complesse, emotive e abbiamo affrontato tematiche potentissime in un momento della mia vita in cui stavo per diventare papà, mentre nella fiction perdevo mio figlio. Tante volte arrivavo a casa stremato, emotivamente l’impegno è stato intensissimo. Per fortuna la sera tornavo dal mio pancione e trovavo sollievo! (durante le riprese la compagna era incinta, ndr)».

I gesti di Fanti, il modo di camminare, sorridere vestire, come nascono?
«Fanti è Pierdante: avevo lui come modello a cui ispirarmi e da lui ho preso l’atteggiamento verso la vita e le cose, il modo di raccontare la realtà, lo sguardo con cui ti fissa. Non ha filtri quando ti guarda e ti parla. Mi ha insegnato che per risolvere il problema di una persona si deve partire dall’osservazione. Bisogna creare una vicinanza, la famosa empatia. Io mi illudo di averla di mio, già da prima di interpretare questo personaggio, forse per questo mi sento così a mio agio a impersonarlo».

Visto quanto è amato e seguito, sa dirci se ci sarà una seconda stagione?
«Non si sa, io lo spero ma dipende dalla rete. Idealmente è un personaggio che ha tanti di quei problemi che una stagione sola non può bastare per risolverli».

Possiamo dire che Fanti sta a lei come Montalbano sta a Zingaretti?
«Ma magari! Me lo auguro. Penso che sarebbe una grande fortuna, ma è presto per dirlo. Anche se da spettatore credo che le cose più belle debbano avere una conclusione. Non si possono portare avanti per anni, perdono un po’ del loro mordente. A un certo punto è importante arrivare a una fine, a meno che non si tratti di un commissario che deve indagare su casi sempre nuovi».

Anche un medico cura pazienti sempre diversi.
«Un medico può risolvere casi a profusione, ma nella nostra storia la componente umana, il viaggio che Fanti fa dentro se stesso, è importante quasi quanto i casi che risolve. E prima o poi troverà pace…».

Comunque per questo ruolo meriterebbe proprio un Telegatto…
«Fatelo, io lo prendo volentieri! Anzi, datelo a… Doc! (dice ridendo, giocando sul modo di dire “ad hoc”, ndr)».

Chi sono i medici di fiction che ama di più?
«Ho una passione per Freddie Highmore in “The good doctor”. È un personaggio azzeccatissimo e mi sono ispirato a lui quando ho interpretato un ragazzo con la sindrome di Asperger nel film “Copperman”».

Ci sono anche icone sexy come Patrick Dempsey (“Grey’s Anatomy”), George Clooney (“E.R.”), Hugh Laurie (“Dr House”): a loro invece cosa ruberebbe?
«A Dempsey la longevità artistica, perché non ho seguito molto la serie. A Clooney forse il sorriso. Ad House la sfrontatezza, un tratto che ha in comune con Fanti».

Ha detto di avere scelto di fare l’attore per non avere responsabilità. Diventare papà ha cambiato le cose?
«Mi riferivo al lavoro, nella vita è diverso. Nessuno ti spiega come funziona quando arriva un figlio, ti danno questo esserino e cerchi di fare il meglio possibile, vivi la giornata con un senso di responsabilità diverso da prima, però con grande entusiasmo. Ho anche avuto la fortuna di dedicarmi esclusivamente a questa cosa, me lo ero imposto. È un grosso privilegio non avere una serranda da aprire la mattina».

Che papà si è scoperto?
«Totalmente innamorato. Ci spostiamo tanto per farle capire fin da subito che la nostra è una vita in movimento e che vivremo così. Non siamo né ipocondriaci, né paranoici ma attenti, precisi, però sportivi».

Come le coppie giovani.
«Diciamo che io sono la quota “over 40”, ma c’è una parte della coppia estremamente giovane (ride, ndr)».

Nina ha cambiato in qualche modo il rapporto tra lei e la sua compagna?
«Ci ha uniti ulteriormente. L’unica riflessione che facevamo è che Nina ora ha la precedenza su qualunque altra cosa e noi veniamo dopo di lei. Ma siamo felici così. Ci alterniamo nella gestione di tutto, abbiamo la fortuna di poterci dedicare solo a lei».

Per concludere con il discorso responsabilità: che intenzioni avete lei e Cristina?
«Prima è rimasta incinta, poi c’è stato il Covid, ma appena sarà possibile sicuramente ci sposeremo, è nei nostri piani da un po’. Faremo un matrimonio normale, niente di eclatante. Ora poi è una questione di responsabilità civile, bisogna fare le cose bene, con calma, evitando assembramenti».

In attesa, cosa farà?
«Sto girando il seguito di “Come un gatto in tangenziale” con Paola Cortellesi e Antonio Albanese. E devo recuperare le date di “È questa la vita che sognavo da bambino?”. Piano piano i teatri si stanno riorganizzando con regole severissime. Stanno riprogrammando le date perse, ma dobbiamo trovare soluzioni alternative. Noi per primi ci impegniamo a fare più repliche. Così arriverò a fine anno, poi si vedrà».