Home TvFictionLuca Zingaretti: «Giro un film e poi torno da Montalbano»

Luca Zingaretti: «Giro un film e poi torno da Montalbano»

Abbiamo incontrato l’attore a Catania, sul set della commedia “Tuttapposto”. Ma lui ci ha rassicurati...

Foto: Luca Zingaretti

15 Marzo 2019 | 15:04 di Paolo Fiorelli

Nel sontuoso Palazzo degli Elefanti che ospita il Comune di Catania, tra sculture, arazzi e giganteschi lampadari è stata ricostruita la “Università di Borbona Sicula”. E qui si aggira un Magnifico rettore dall’aria familiare. Ma scusate, quello non è Montalbano? Cioè, Luca Zingaretti? Sì, dietro gli austeri occhialoni dalla montatura scura, il pizzetto professorale e una buffa chierica di capelli grigi, si nasconde proprio l’attore romano.

È qui per girare “Tuttapposto”, una commedia che prende di mira l’università del nepotismo e dei raccomandati e che nasce da un’idea di Roberto Lipari, giovane comico siciliano, già volto noto di “Colorado”. Nel film Zingaretti sarà un trafficone molto “ammanicato” e Lipari il figlio che gli si rivolta contro, creando una app con cui sono gli studenti a dare il voto ai professori. E, ovviamente, scoppierà la rivolta...

Approfittiamo di una pausa nelle riprese per intervistare il protagonista, fresco dell’enorme (eterno?) successo degli ultimi episodi di “Montalbano”, andati in onda a febbraio.

Zingaretti, le piace fare il Magnifico rettore nel film? E le piacerebbe farlo nel mondo reale?
«Per carità, semmai mi piacerebbe insegnare. Il rettore in fondo è un amministratore».

Perché ha accettato questa parte?
«Perché mi piaceva e perché stimo molto Roberto Lipari: è un comico che riesce sempre a far riflettere nei suo monologhi, ma con leggerezza, senza dare la sensazione di “fare la predica”. Il film è una satira feroce sul malcostume della raccomandazione».

Foto: Luca Zingaretti in “Tuttapposto”

Ha mai incontrato professori così nella sua carriera di studente?
«No, anche perché la mia carriera di studente non è durata molto. Ho mollato l’università dopo 11 esami di Psicologia. Non tanto perché non mi piaceva, ma perché alla Sapienza di Roma mi sentivo perso: non si sapeva dov’erano le lezioni, non si riusciva a parlare con i professori… Non mi sentivo a mio agio. E già sognavo di recitare. Così ho mollato. Però questo film non parla solo dell’università: la raccomandazione e il nepotismo sono mali evidenti del nostro Paese».

Perché?
«Io una teoria ce l’ho: in Italia non abbiamo avuto la Rivoluzione francese. In Francia il cittadino ha diritti ma anche doveri, da noi molti si sentono ancora sudditi che cercano di arrangiarsi, pensano che in fondo sia normale se i potenti fanno tutto quel che vogliono. E che bisogna ingraziarseli».

Un vero peccato.
«Certo, anche perché gli italiani hanno talento e meritano di più. Di recente sono stato a Londra con mia moglie, ne ho incontrato tanti che hanno fatto carriera nel loro campo, sono apprezzati, si sanno adattare. Pensi che cosa potrebbero fare in un Paese che li valorizza».

Già che siamo in Sicilia... Ce lo vedrebbe Montalbano indagare sui “baroni” universitari?
«E come? A Vigata non c’è mica l’università. Quindi dovrebbe andare in trasferta... Però se Camilleri vorrà scrivere una storia in proposito, perché no?».

Girerete nuovi episodi della serie?
«Sì. A luglio ne faremo due, tratti da un romanzo e da alcuni racconti di Camilleri. E poi un terzo da “Il metodo Catalanotti”, un libro bellissimo, dove la vita del commissario Montalbano si intreccia con quella di una compagnia di teatro».

Solo tre?
«E sì, il commissario Montalbano è come un vino pregiato, bisogna centellinarlo e assaporarlo goccia a goccia. Poi io ci tengo, perché solo così riesco a tenere alta la qualità e la concentrazione. Non puoi impegnarti a pieno su cinque o più storie diverse contemporaneamente».

Senta, sui social spopola un breve filmato dove lei, sua moglie Luisa Ranieri e tre bambine vi scatenate sulle note di “Rolls Royce” presentato da Achille Lauro all’ultimo Sanremo. Come è nato?
«Stavamo andando al mare con le mie figlie e mia nipote e all’improvviso ci siamo messi a fare i cretini. Mia moglie lo ha postato su Instagram e ora siamo sorpresi ma anche felici che la gente l’abbia apprezzato così tanto. Poi mi hanno pure detto che forse la canzone parla di droga e sono andato subito a cercare su Internet se era vero, ma ho trovato un video dove Achille Lauro dice che non è così. Bene. Per me la Rolls Royce è solo un’auto, e poi a dire la verità non l’ho capito neanche bene il testo. È come con le canzoni di De Gregori o di Tiziano Ferro: tu le canti ma mica capisci cosa dicono davvero!» (ride).

Montalbano, il teatro, il cinema... quali sono le differenze?
«Guardi, io amo veramente tanto il mio lavoro di attore e un attore si adatta alle varie forme, cambiare è un piacere. A teatro raggiungi il pubblico subito, c’è l’emozione di guardarsi negli occhi. Con cinema e tv lo raggiungi a distanza, ma l’effetto dura di più nel tempo. Ma al di là delle differenze tecniche, di codici e di convenzioni, c’è un cuore comune alle tre dimensioni ed è quello di comunicare: significati, valori, emozioni. Tutto il resto è secondario».

Ho un’ultima curiosità: non posso non chiedere che sensazioni le ha dato la vittoria di suo fratello alle primarie del Pd e la conseguente nomina a segretario...
«E io non posso che risponderle: “No comment”. Perché vede, se dico qualcosa, qualunque cosa su questo argomento, poi non si parlerebbe d’altro e non mi sembra giusto: io faccio l’attore e voglio parlare di film, spettacoli e... Montalbano».