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Luca Zingaretti e i due nuovi episodi di Montalbano

Il commissario torna con «La giostra degli scambi» e «Amore». «Salvo è come me, ho provato a dirgli addio ma mi mancava tutto di quella vita» racconta l'attore

Foto: Luca Zingaretti e Sonia Bergamasco  - Credit: © Duccio Giordano

08 Febbraio 2018 | 17:04 di Stefania Zizzari

È mattino presto. Luca Zingaretti sorseggia il terzo caffè della giornata. «Mi sono alzato alle cinque» spiega. «Mi succede quando sento il bisogno di scrivere e lavorare con un po’ di calma, prima che si sveglino tutti». Siamo nel suo ufficio romano: chiude il computer portatile, si mette comodo sulla sedia e quando comincia a parlare di Montalbano lo sguardo e il tono della voce si fanno più dolci. L’affetto che prova per il suo personaggio è palpabile.

• Il commissario Montalbano: la trama de «La giostra degli scambi»

• Il commissario Montalbano: la trama di «Amore»

Il 12 e il 19 febbraio vanno in onda due nuovi episodi di «Il commissario Montalbano». L’attesa è grande.
«Già. Il successo continua e ha anche valicato le Alpi, consolidandosi in Paesi dove non è facile imporsi. Penso all’Inghilterra, alla Germania, alla Francia, all’Australia, ai Paesi scandinavi».

Come se lo spiega?
«Non ci siamo mai seduti sugli allori, diamo sempre il massimo come fosse la prima volta. E poi il personaggio è scritto da un autore, Andrea Camilleri, che gli fa percorrere un arco narrativo completo e questa per un attore è un’occasione unica: Montalbano è uguale a se stesso eppure cambia tutte le volte. Non sappiamo che sapore avrà il nuovo episodio, ma riusciamo sempre a incontrare il favore del pubblico».

I nuovi film tv sono «La giostra degli scambi» e «Amore».
«E sono davvero belli. Me li sono guardati con mia moglie (l’attrice Luisa Ranieri, ndr) e mi è scappato: “Ma ’sto commissario è bravissimo!”. Ed è il risultato del lavoro di una squadra. Siamo un caso unico di persone che non mollano perché ci mettono la faccia e al pubblico offrono sempre cose nuove. Dagli attori allo scenografo, dal produttore al regista, dai tecnici alla costumista Chiara Ferrantini… Ha notato le giacche di Montalbano?».

Le giacche?
«Montalbano non è uno che segue la moda. Bisognava dargli personalità ma senza farlo diventare né troppo trendy né troppo classico. Ed ecco il tocco di originalità. Le giacche del commissario sono su misura. Non lo noti, ma Salvo è andato dal sarto a farsi fare le giacche. Magari ne ha solo tre, ma sono belle e gli stanno bene. Lui non ostenta, ma ai dettagli ci tiene».

Il segreto di Montalbano è nei dettagli, quindi?
«Il segreto del successo di Montalbano è semplice: ci divertiamo a farlo. Ogni attore ama cambiare personaggio, ma seguirne uno nel percorso di vita è molto interessante. Soprattutto se c’è lo scrittore che scrive a distanza di un anno».

Torniamo ai due nuovi episodi.
«Le tematiche di Camilleri sono sempre più dense, profonde, cupe. E c’è sempre più una sorta di conflitto tra giovani e vecchi. In “La giostra degli scambi” c’è il tentativo di una persona anziana di rubare la giovinezza. In “Amore” una coppia di attori ottantenni muore, mossa da un sentimento alto e profondo. Camilleri mescola tragedia e leggerezza in modo magistrale e sorprendente».

Vedremo Salvo e Livia in abiti nuziali. Non mi dica che si sposano!
«È una scena che non mi sarei mai immaginato di girare (ride): il buon Montalbano che finalmente si arrende a Livia e si va a sposare. Certo, nell’immaginifica realtà di Camilleri siamo stati abituati a pensare che non tutto è come appare...».

Dopo quasi 20 anni, ricorda il primo ciak nei panni di Montalbano?
«Ho un ricordo vivo dei set dei primi due episodi. Facevamo base a Trapani e giravamo a Custonaci. La sensazione era quella di essere tutti sulla stessa barca: stavamo facendo qualcosa a cui tenevamo moltissimo ma nessuno immaginava che potesse avere questo successo. Montalbano era un personaggio che veniva dalla letteratura, la storia era ambientata in un piccolo commissariato di un paesino della Sicilia. All’inizio venne mandato in onda su Raidue per proteggerlo negli ascolti. E invece...».

Come è diventato Montalbano?
«Andrea Camilleri era mio maestro all’Accademia di recitazione. Un giorno in libreria vidi un suo libro, era uno dei primi quattro romanzi. Lo comprai come si compra il libro di qualcuno che conosci e a cui vuoi bene, ma lo lasciai sul comodino. Dopo qualche mese lo presi in mano e lo lessi. Ne rimasi subito affascinato. Avrei voluto comprarne i diritti ma non avevo i soldi. Quando qualche tempo dopo lo fece il produttore Carlo Degli Esposti, pregai la mia agente di procurarmi un provino perché volevo assolutamente interpretare quel commissario. I provini durarono sei mesi: un’odissea. All’epoca nessuno puntava su attori sconosciuti, ma quando il regista Alberto Sironi mi scelse, Degli Esposti scommise su di me e di questo gli sono riconoscente».

E Andrea Camilleri?
«Lui non partecipò alle selezioni e si fidò della scelta. Lo chiamai per dirgli che mi avevano preso e lui mi confidò che Montalbano se lo immaginava come Pietro Germi: baffi, tanti capelli… insomma, fisicamente del tutto diverso da me. “Ma sei un bravo attore e sono sicuro che lo interpreterai bene” disse».

In tutti questi anni Salvo è cambiato. Le somiglia di più adesso?
«L’ho sentito vicino da subito. Il suo essere fedele a se stesso, il non derogare. Oppure derogare vigliaccamente in certi casi, sapendo che stai derogando... O ancora il suo modo di essere non incline al compromesso. Ecco, io sono così».

A un certo punto ha deciso di dire addio al suo personaggio.
«È vero. Era il 2008. Pensavo, sbagliando, che avessimo ormai raggiunto l’apice del successo e ho provato a dire basta. Ma dopo tre anni sono tornato a interpretarlo di nuovo».

Cosa le ha fatto cambiare idea?
«Fu una crisi di abbandono, mi mancava il personaggio, ma anche le persone con cui faccio ogni volta questo viaggio. Mi mancava quella terra di Sicilia, quegli odori, quei sapori, quell’indolenza, quel pomeriggio che non finisce mai, quella luce che non smette di sorprenderti, la dolcezza delle persone che vivono in quei posti. Era qualcosa che toccava l’anima e allora mi sono detto: lo rifaccio. E ne sono felice, perché il mio percorso con Montalbano è pieno di soddisfazioni e di persone che mi porto nel cuore».

A quale episodio, tra i 32 realizzati finora, è più legato?
«Quelli che mi hanno coinvolto di più sono “La forma dell’acqua”, “Il ladro di merendine” e questo ultimo ciclo, perché purtroppo è il primo senza il dottor Pasquano (l’attore Marcello Perracchio è morto lo scorso 28 luglio, ndr). Marcello stava male. Lo andai a trovare, gli volevo bene. Mi disse: “Mi tiene in vita il desiderio di poter girare altri film di Montalbano”. Gli risposi: “Allora tu riprenditi, che noi ti aspettiamo”. E lui si mise a piangere. Dopo una settimana se ne è andato (gli occhi gli si riempiono di lacrime, ndr)».

Parliamo dei suoi progetti.
«Compro diritti di libri per film che non mi faranno fare mai (ride). E poi scrivo. E mi diverto perché il vero momento creativo è proprio nella scrittura».

È metodico?
«Io sono un disordinato mentale che impiega il 60% delle proprie energie a cercare di essere ordinato, non riuscendoci quasi mai».

E come attore cosa l’aspetta?
«Una serie tv che sto scrivendo e di cui sarò protagonista. E sto preparando la regia teatrale di “The deep blue sea”, un testo di un drammaturgo inglese del ’900, Terence Rattigan, che sarà interpretato da Luisa Ranieri. Lo metterò in scena il prossimo anno».

L’incontro al viminale con quattro «colleghi» siciliani

Il nuovo ciclo di Montalbano è stato presentato anche alla Polizia di Stato. In quella occasione, oltre al capo della Polizia Franco Gabrielli, Luca Zingaretti ha incontrato quattro commissari siciliani oggi in pensione: da sinistra Simone Fusto, Nicolò Villabuona, Salvatore Musumeci e Raffaele Palma. Dal confronto è venuto fuori che il metodo di indagine di Montalbano rispecchia in pieno quello dei veri poliziotti: intuizione, osservazione, ragionamento e pazienza. E pure l’auto di servizio è la stessa!