Home TvFictionLuca Zingaretti: uno, cento, mille Montalbano

Luca Zingaretti: uno, cento, mille Montalbano

L'attore fa il suo debutto come regista nei due episodi inediti che verranno trasmessi il 9 e il 16 marzo su Raiuno

Foto: Luca Zingaretti veste i panni del commissario Salvo Montalbano da 21 anni  - Credit: © Pigi Cipelli

27 Febbraio 2020 | 9:00 di Giusy Cascio

Quando Luca Zingaretti arriva sul set del nostro servizio di copertina, allestito nel magnifico giardino dell’hotel Rome Cavalieri a Monte Mario, le nuvole passeggere sul cielo della Capitale si diradano e lasciano il posto al timido sole di febbraio.

«Ha freddo, Luca, per posare all’esterno?» chiediamo subito al mitico commissario Montalbano. Ma lui risponde gentile di no. Del resto è un attore abituato a girare ovunque e con tutti i climi. Dopo una stretta di mano vigorosa e quattro chiacchiere con il nostro fotografo sulla loro amata isola di Pantelleria, dove entrambi sono di casa e «dove il Carnevale dura da Capodanno al martedì grasso tra frizzi, lazzi, scherzi e tavolate infinite», siamo pronti per il primo scatto. Zingaretti afferra un ciak, su cui ha scritto in stampatello “Montalbano 2020”.

Luca, è il suo debutto da regista in una fiction amatissima che la vede protagonista ormai da 21 anni. Finora aveva diretto solo un documentario, “Gulu”, ambientato in Uganda, e spettacoli teatrali. Com’è andata?
«Da circa dieci anni mi immaginavo regista di un film mio, ma avevo sempre avuto il freno a mano tirato. Stavolta ho dovuto farlo e lasciare andare questo freno. Ma non ero preparato né emotivamente, né mentalmente a sostituire il regista Alberto Sironi, che ci ha lasciati lo scorso agosto. Per me è stato un amico, compagno di tante battaglie. La mia unica preoccupazione è stata quella di portare avanti il suo racconto. Lui ha iniziato a sentirsi male alla seconda settimana di riprese. Ne sono passate altre 11, in cui ho lavorato dieci ore al giorno in uno stato d’animo incredibile, sembravo sotto amfetamine. Ci ho messo il cuore, l’ho fatto per Alberto, rispettando i suoi insegnamenti. Questo mestiere o lo fai con passione o non lo fai».

Qual è stato il più grande insegnamento di Sironi?
«Alberto aveva capito il segreto del successo di Montalbano: che si può essere fedeli ai romanzi di Andrea Camilleri senza essere aderenti alla realtà. Vigata è una metafora della vita e racconta la filosofia millenaria della Sicilia, le atmosfere di cui Andrea si è nutrito e che ha respirato da bambino. Sironi sapeva che si potevano rendere dal punto di vista visivo senza montaggi adrenalinici, senza fretta, girando come faceva Michelangelo Antonioni 60 anni fa, con la macchina che cammina lentamente. Riprendendo anche le strade vuote, le situazioni oniriche».

Immagini e suoni: il frinire delle cicale, il rumore del mare dalla terrazza di Punta Secca. La ispirano?
«Non riesco più a immaginare la mia vita senza la Sicilia, i suoi colori, i sapori, le persone. Che succederà quando finirò di girare “Montalbano”? Con mia moglie (l’attrice Luisa Ranieri, ndr) diciamo spesso che dovremmo prendere una casa nel ragusano, ma non sarebbe la stessa cosa senza la magia del set. Sapete, c’era un genio dietro la scelta dei luoghi di Montalbano: Luciano Ricceri. È stato lui a ideare tutte le scenografie. Ci ha lasciati anche lui, da poco, dopo Alberto e Andrea (lo scrittore Camilleri, “papà” di Montalbano, ndr)».

E adesso?
«Devo aspettare, elaborare. Non so se è possibile rifare Montalbano senza di loro. Non so se lascerò o se, al contrario, prenderò le redini del progetto. Mancano tre uomini chiave, tre colonne portanti, e io adesso voglio ricordarli».

In che modo?
«Celebrandoli come avrebbero voluto: senza malinconia, ma con una bella festa. Erano tre “filibustieri”, che si sono goduti la vita. Sironi cucinava, era un gourmet. Camilleri di ottimo appetito. E anche con Luciano si brindava spesso con un bicchiere di vino rosso. Questi due episodi in onda a marzo e il terzo, “Il metodo Catalanotti”, già pronto ma che andrà in onda nel 2021, sono per loro».

Nel primo episodio di quest’anno c’è Jacomuzzi, un personaggio che suscita molta simpatia.
«L’ho voluto io. Senza Pasquano (il medico legale interpretato da Marcello Perracchio, scomparso nel 2017, ndr), mancava un tocco di leggerezza. Così, come negli espisodi del 2019, abbiamo recuperato il dirigente della Scientifica, interpretato dal bravissimo Giovanni Guardiano, uno dei pochi ragusani del cast».

La storia di “Salvo amato, Livia mia” inizia con una guardia giurata in giro in bici nella notte.
«Catarella la chiama “guardia giurante”, è un metronotte che sorprende il figlio di Adelina a rubare in una villetta in campagna».

Ricorda un classico del cinema.
«Vero. Mentirei se dicessi che non avevo in mente “Guardie e ladri” di Monicelli e Steno con Totò e Aldo Fabrizi. Il bello di Montalbano è che consente di alternare commedia e dramma a temi attuali».

Temi caldissimi, dall’immigrazione al bullismo su Internet.
«Non sono protagonisti delle trame, ma restano sullo sfondo e quindi, secondo me, lavorano in modo ancora più potente: come un tarlo che scava nell’inconscio dei telespettatori».

Lei, “di pirsona pirsonalmente”, come direbbe Catarella, guarda Montalbano in tv?
«Sì, anche se so gli episodi a memoria. Ma mi metto lì, con mia moglie e le bambine in compagnia di alcuni milioni di telespettatori».

Le sue bambine che cosa dicono quando vedono papà in tv?
«Ormai Emma (8 anni, ndr) e Bibi (Bianca, 4 anni) sono abituate, sanno che è il mio mestiere. Ma quando erano più piccole, a scuola i compagni chiedevano: “Perché c’era il tuo papà in tv?”». Mentre racconta il tran tran familiare, Zingaretti riceve una chiamata sul cellulare... “Amore, sto scattando delle foto” dice. “Dopo, a casa, vediamo”».

Giornata intensa?
«Emma mi chiedeva il permesso di usare l’iPad: è furbissima, mi telefona perché spera di cogliermi in contropiede mentre lavoro».

Ci tolga una curiosità: dove si trova l’archivio comunale in cui si consuma il delitto del primo episodio?
«In realtà, l’archivio di Vigata è un vecchio liceo di Modica. Perché?».

All’interno c’è “la stanza delle memorie inutili”, dove la vittima nasconde dei “pizzini” d’amore. Lei quale ricordo segreto ci avrebbe messo, lì dentro?
«Se lo svelo, che segreto è? (ride)».

Cambiamo scena: inquadriamo Livia, che lascia una lettera per Salvo sul cuscino. A lei succede di trovare romantiche missive sul letto al suo risveglio?
«Lettere no, bigliettini sì. Comunque la situazione normale è uscire di casa e poi cercarsi con messaggi sul telefonino».

Sonia Bergamasco, che interpreta la sua fidanzata Livia, e sua moglie Luisa si scambiano opinioni su Salvo/Luca?
«Nooo. Si stimano professionalmente, sono amiche, ma per grazia di Dio non fanno commenti sul sottoscritto».

Faccia lei un commento sul sogno del direttore di Raiuno Stefano Coletta, che la vorrebbe insieme con sua moglie per condurre un varietà del sabato sera su Raiuno.
«Sono lusingato, ma al momento ho la testa altrove. Sto lavorando a un grosso progetto, di cui non posso ancora parlare, dove darò il volto e l’anima a un personaggio modernamente shakespeariano...».