Home TvFictionMarco Bocci: «Per fortuna nella vita non sono SOLO»

Marco Bocci: «Per fortuna nella vita non sono SOLO»

L'attore indaga sugli affari sporchi dei clan calabresi in un’inedita serie di Canale 5 in quattro puntate prodotta da Pietro Valsecchi

Foto: Marco Bocci  - Credit: © Angelo Di Pietro

16 Novembre 2016 | 13:00 di Solange Savagnone

Il cappellino calato in testa, gli occhi bassi, il passo veloce. Marco Bocci arriva al nostro appuntamento con il fare furtivo di chi ha qualcosa da nascondere. Si intrufola nel locale dove lo stiamo aspettando per parlare del suo ritorno in tv su Canale 5 con la serie in quattro puntate «Solo». Dopo i saluti di rito si toglie il cappello e lo sguardo cade su una tremenda cresta gialla. Ma proprio giallo canarino, con il codino in tinta e la ricrescita laterale nero corvino.

«Solo»: tutte le trame

Marco, non si offenda la prego, ma non le dona proprio questo colore?
«In realtà con i vestiti giusti e pettinato in un certo modo non è poi così male! Anzi, sto quasi pensando di tenere i capelli così, anche se ormai ho una vasta gamma di cappellini. Purtroppo, però, finite le riprese, inizio subito a girare su un altro set e dovrò rinunciare alla cresta gialla, che peccato...».
A questo punto ci sveli subito l'arcano. Per quale film la stanno obbligando a girare conciato così?
«Da un paio di settimane ho iniziato le riprese di ?La banda dei tre? (tratto dall'omonimo libro di Carlo Callegari, ndr), con Francesco Pannofino, Carlo Buccirosso e Roberta Mattei. Ho questi capelli perché è un film che parla di strada e racconta le assurde imprese di tre personaggi in fuga da alcuni russi che vogliono ammazzarli per recuperare i soldi e la droga che sono stati loro rubati. È una commedia seria, un ?gangster movie? divertente. Finiremo le riprese il 21 novembre. Subito dopo inizierò le riprese del film su Mario Francese (cronista del ?Giornale di Sicilia? assassinato dalla mafia nel 1979, ndr) per il ciclo di film prodotti dalla Taodue dal titolo ?Liberi sognatori?. Interpreterò il figlio, Giuseppe Francese».
Intanto il 9 novembre su Canale 5 parte la fiction in quattro puntate «Solo».
«È la storia di alcune famiglie calabresi, soprattutto quella dei Corona di Gioia Tauro. Attraverso i miei occhi si scoprirà che la famiglia è affiliata alla ?ndrangheta e gestisce delle attività criminali nella piana e nel porto della città, luogo simbolo del traffico di droga e del contrabbando. La cosa interessante è che mostriamo dinamiche poco raccontate all'interno di una famiglia malavitosa. Perché c'è anche chi non condivide quella mentalità e vuole ribellarsi. Magari aggrappandosi all'unico aiuto che la vita gli offre, che è rappresentato dal mio personaggio».
Si sta riferendo a una storia d'amore...
«No, non ci sono stereotipi di questo genere. Tanto meno una banalizzazione dei sentimenti. Quelli che analizziamo sono stati d'animo più profondi e complessi, umani e veri. È una serie che non ha i tempi della fiction e cerca il più possibile di raccontare la realtà. Anche nello stile di regia. Per esempio, ci sono scene d'azione ma sono più realistiche che spettacolari».
Lei interpreta un agente sotto copertura, nome in codice «Solo». Attraverso il suo personaggio entriamo in un mondo fatto di omertà e legami di sangue indissolubili.
«È stata una bella sfida. ?Solo? deve muoversi in un ambiente che, per lavoro, conosce molto bene. Ma deve farlo come se ne facesse realmente parte, e questo lo spaventa. Non è il solito poliziesco. Ti dimentichi perfino che c'è un infiltrato».
Come è entrato nei panni di un personaggio così complesso?
«?Solo? parla poco e comunica molto con il corpo. Ho fatto un lavoro strepitoso ed entusiasmante con il regista Michele Alhaique. Non essendo un personaggio con caratteristiche specifiche sulle quali potessi documentarmi, abbiamo semplicemente pensato a come avrei reagito io se mi fossi trovato nella sua situazione».
Quindi quello che vediamo in tv è il vero Marco Bocci?
«No, ?Solo? non mi somiglia molto. Per fortuna sono abituato a ragionare in modo dissociato. Per creare il personaggio ho tirato fuori una parte molto intima di me, però sono riuscito a preservare il vero Marco Bocci».
Come sono andate le riprese?
«Abbiamo girato in Calabria, a Gioia Tauro, Palmi, Scilla e Rosarno, e anche a Roma. Sul set c'era un'energia pazzesca. Si sentiva il profumo di qualcosa di buono. C'era un'esaltazione generale per le scene, per le inquadrature».
Nel cast c'è anche Peppino Mazzotta, che il pubblico conosce come Fazio, il fedele collaboratore del commissario Montalbano...
«Auguro un compagno come Peppino a qualsiasi attore. Ha dato molto alla serie. È di un talento unico, di una bravura incredibile. Generoso in scena, meraviglioso dal punto di vista umano. Quando abbiamo finito di girare mi è mancato tantissimo. Mi piaceva passare le serate con lui, parlando assieme a cena».
L'11 novembre finisce «Squadra antimafia». Lei non ha recitato in questa ultima stagione. L'ha guardata?
«Purtroppo no, perché lavoravo. E non sa quanto ho rosicato! Ironia del destino, le scene notturne dovevo girarle proprio quando andava in onda. ?Squadra? è stata un'esperienza di vita meravigliosa, ma Calcaterra (il personaggio che interpretava nella serie tv di Canale 5, ndr), che ho amato tanto, ormai aveva detto tutto».
Grazie a «I Medici» è tornato l'amore per le fiction in costume. Le piacerebbe girarne una?
«Ho già interpretato Pietro Bembo nel film ?I Borgia? di Antonio Hernández. Mi piace molto trasformarmi. Certo, dipende dalla serie, ma se me ne proponessero una come ?The Knick? con Clive Owen... sfido chiunque a rifiutarla!».
A proposito di trasformazioni, che rapporto ha con i cambi di look per motivi di copione?
«Mi piace cambiare, mi esalta. La trasformazione che mi ha messo più alla prova è questa cresta bionda. Mi ha divertito l'immagine di Nicolino in ?Scusate se esisto!?. Mentre Scialoja di ?Romanzo criminale? è quello che sento più vicino al mio gusto: se potessi porterei i capelli lunghi, i baffi e i basettoni come lui. Calcaterra è quello che è cambiato di più: all'inizio aveva il look da bravo ragazzo, poi con l'evoluzione della storia il suo aspetto è diventato trasandato».
Lei e sua moglie Laura Chiatti avete due bambini: Enea, un anno e mezzo, e Pablo, che ha pochi mesi.
«Se per un figlio perdi la testa, per due impazzisci il doppio. Ma è altrettanto vero che con un figlio barcolli per la stanchezza e con due è anche peggio. Far coincidere gli impegni lavorativi e gli orari della famiglia è difficile. Impari a vivere con due o tre ore di sonno. È una fatica, ma il rovescio della medaglia è così bello e ti dà talmente tanto che lo fai volentieri».
Vi fermerete a due o continuerete?
«No, aspettiamo un attimo» (ride).
Sognava di avere una famiglia numerosa?
«Amo la famiglia. La mia era molto unita ed è normale che adesso cerchi gli stessi valori in quella che sto costruendo con Laura. Quindi sì, era un mio desiderio...».