Home TvFictionMarco Giallini è «Rocco Schiavone»: «Da piccolo vivevo su un albero»

Marco Giallini è «Rocco Schiavone»: «Da piccolo vivevo su un albero»

Torna in tv su Raidue in prima serata con la seconda stagione della fiction poliziesca ambientata ad Aosta. E a Sorrisi racconta...

Foto: Marco Giallini è ora sul set del film «Domani è un altro giorno». Lo vedremo anche nella commedia di Massimiliano Bruno «Non ci resta che il crimine»

16 Ottobre 2018 | 15:43 di Stefania Zizzari

Sotto a quel cappellino da baseball calato sulla fronte e al giubbotto di pelle da motociclista si nasconde un vero gentiluomo. Marco Giallini fa il baciamano alle signore «ma solo se siamo al coperto, all’aperto non si fa» precisa sorridendo davanti a un boccale di birra chiara gelata. Sono le sette di sera e lui ha appena finito la giornata di riprese di «Domani è un altro giorno», il film per il cinema di Simone Spada. Finalmente si rilassa. È stanco, dimagrito: «Ho dovuto perdere quattro chili per questo ruolo», ma il buonumore non lo molla mai. Dal 17 ottobre su Raidue sarà protagonista della seconda stagione di «Rocco Schiavone», la serie tratta dai libri di Antonio Manzini.

Marco, lei non si ferma un attimo. Ora è uno degli attori più richiesti, ma non è sempre stato così. La popolarità è arrivata tardi...
«Meglio».

Perché?
«Perché così ho un background tosto, delle fondamenta solide. Certo, quando hai un sogno e pensi di avere anche le capacità per realizzarlo, se non ci riesci un po’ di frustrazione c’è. Ma non ne facevo un dramma. In fondo stavo bene così. Magari entravo in un ristorante e c’erano un paio di persone che dicevano: “Ma tu sei un attore?”».

E adesso?
«Adesso se c’è uno che non mi riconosce nun me pare vero (ride)».

Facciamo qualche passo indietro. Che bambino era?
«Ero un ragazzino sognatore. Avevo una capanna sopra un albero. Ci salivo sopra e mi mettevo a guardare verso la Nomentana (una strada di Roma, ndr). Mi portavo su i fumetti, i panini e un amico alla volta perché era piccola e non ci si entrava in più di due. Me l’aveva costruita mio padre. Con i pochi soldi che avevo ci compravo i fumetti. Ero fissato con Tarzan e lassù mi sentivo pure un po’ come lui… La passione per i fumetti mi è rimasta».

E i bambini che salivano con lei sulla capanna sono rimasti suoi amici?
«Io non sono mica cambiato tanto da allora, vivo sempre lì, in fondo alla Nomentana, e frequento le stesse persone. Gli amici veri sono sempre loro. C’è Silvano che fa il pittore e ristruttura case, Aleandro che lavora al Comune, Marco che fa buste di plastica».

Al cinema già ci pensava?
«Mi piaceva tanto, come a mio padre e a mia madre. Ma allora era normale, c’era la cultura del cinema».

E la musica?
«Fa parte della mia vita in modo viscerale. Io sono “autistico per la musica”. Ho decine di migliaia di vinili anche di gruppi che non conosce nessuno. In “Rocco Schiavone” ho proposto io la sigla di apertura “Burning seas” di Duke Garwood. E nella seconda stagione le svelo che all’interno del pezzo “Mescalito” di Mark Lanegan e Duke Garwood, che fa parte della colonna sonora, nelle scene ambientate a Trastevere ci sarà un intermezzo con la mia voce che “mugugna” uno stornello romanesco (lo canticchia, ndr)».

Poi ha scelto di fare l’attore.
«Mi sono chiesto: “Ma io con tutto questo cuore cosa faccio? Lo devo mettere da qualche parte!”. E l’ho messo nella recitazione. Il primo spettacolo serio a teatro fu “L’Adelchi” con Arnoldo Foà nel 1992. Avevamo fatto solo qualche prova. Un giorno mi incontra per caso per strada a Palermo. Mi dice: “Vuoi venire a pranzo con me al cinese?”. Ci siamo seduti al tavolo, lui ha inforcato gli occhialetti, ha aperto “La Repubblica“ e ha detto: “Ti dispiace se non parlo?”. È stato tutto il pranzo senza dire una parola. Leggeva il giornale e intanto mi sembrava scrivesse delle cose su un foglietto. Alla fine si è alzato e mi ha regalato un disegno: mi aveva fatto il ritratto su un foglio a quadretti».

Mi dica un suo difetto.
«Sono schizzinoso. Ma solo con gli uomini, con le donne no. E i miei amici mi fanno gli scherzi».

Che tipo di scherzi?
«In tournée con Edoardo Leo, Valerio Mastandrea e Rolando Ravello dividevamo la stanza. Io sono disordinato, ma mi impongo un certo decoro. I miei amici invece non conoscono la buona creanza. C’erano calzini e scarpe sparse ovunque e io, che ero già un padre di famiglia, dicevo: “Ragazzi: un po’ di ordine!”».

L’hanno ascoltata?
«Hanno preso i calzini sporchi e me li hanno infilati sotto al cuscino… e mica solo una volta! (ride)».

E con i suoi figli che padre è?
«Strillo, mi arrabbio, sbraito ma poi... Quanto sono belli Rocco e Diego (di 20 e 14 anni, ndr): sono completamente in loro balia. Penso di essere un bravo padre, me lo riconosco. E mi rendo conto di essere simile al mio: se lo facevo arrabbiare mi acchiappava per le orecchie ma non mi ha mai sfiorato. Un padre così è stato fondamentale: era fermo nell’educazione, ma io gli levavo il cuore».

È vero che i suoi figli li vizia in cucina?
«Come no? La mia specialità è la carbonara di asparagi: niente pasta, taralli sbriciolati, uovo appena scottato e guanciale croccante. Il mio amico Heinz Beck, lo chef, mi ha detto: “Sei più bravo tu come cuoco che io come attore”. Non so se prenderlo come un complimento… (ride)».

La squadra del vicequestore

Foto: Da sinistra, Alberto Lo Porto, Claudia Vismara, Ernesto D’Argenio, Marco Giallini, Gino Nardella, Christian Ginepro e Massimiliano Caprara. La serie coprodotta da Rai Fiction e Cross Production è diretta da Giulio Manfredonia

Ecco i dettagli che lo rendono un investigatore speciale

IL LODEN Questo tipo di cappotto è la caratteristica di Schiavone. Un po’ come il trench del tenente Colombo...

LA SUONERIA Quando squilla il suo telefonino partono le note dell’«Inno alla gioia» di Beethoven. Ma Schiavone non gioisce molto e spesso risponde: «Chi è che rompe?».

 LA MOGLIE Nonostante la moglie sia stata uccisa, Rocco continua a parlarle come se fosse ancora viva accanto a lui. Anche Giallini ha perso sua moglie, Loredana, nel 2011.

 LE CLARKS Schiavone non si rassegna a temperature rigide e neve, e si ostina ad andare in giro per Aosta con le polacchine scamosciate. Le distrugge e poi le ricompra.