Home TvFictionMarco Giallini è «Rocco Schiavone» su Raidue

Marco Giallini è «Rocco Schiavone» su Raidue

L'attore romano ci parla del suo poliziotto Rocco Schiavone che debutta mercoledì 9 novembre: «Sono un rude dal cuore d’oro»

Fiction
Pista nera
Puntata 1 22 Ago, 21:20 Rai 2

03 Novembre 2016 | 17:30 di Stefania Zizzari

Via Nomentana a Roma. Semaforo rosso. Un motociclista con casco integrale e occhiali da sole guarda verso l’auto accanto da cui arrivano le note altissime di un gruppo punk degli Anni 70. E il tizio nell’auto esclama in romanesco: «A Giallì che te possino… quanto me piaci». Marco Giallini sorride e dice: «M’ha riconosciuto pure bardato così». Dal 9 novembre sarà il protagonista assoluto di una serie Rai in sei serate, «Rocco Schiavone».

È pronto per un ulteriore bagno di popolarità?
«Più di così non è possibile, mi creda. Ma mi fa piacere, mi vogliono bene. Forse perché sono uno che cerca di dare il giusto peso alle cose e la gente se ne accorge».
Chi è Rocco Schiavone?
«Un vice questore romano spedito ad Aosta per punizione. Odia la neve, odia il freddo. E odia pure i tabaccai chiusi».
Perché fuma...
«...come un turco!».
Cosa lo caratterizza?
«Il cappotto loden e le scarpe Clarks. È uno sobrio nel vestire. Molto meno nel modo di vivere».
Che cosa intende?
«Schiavone è un uomo che ha sofferto tanto. Ha perso quello che aveva di più caro: la sua compagna di vita, e sa che non sarà mai più felice. A volte si ritrova dentro casa a parlare da solo con la moglie che non c’è più, davanti a un pezzo di pizza fredda. Come si può non amarlo? È uno che trova un cagnolino in mezzo alla neve e lo prende con sé. E non è da lui, perché te lo immagini con un cagnone, non certo con un piccolino da compagnia».
Sembra un uomo tenero.
«In fondo Rocco è un buono, ma è anche cinico e disilluso. Non si impressiona più di nulla, cerca di entrare nella mente dei criminali e prova ribrezzo per quello che vede. Spesso, dopo aver risolto un caso si lava le mani nella neve, quasi fosse un rito di purificazione. E pensare che lui non è esattamente un gentiluomo. È ruvido, burbero, a volte agisce al limite della legalità, ma alla fine conquista tutti... Nonostante abbia la mia faccia!».
Le somiglia Rocco?
«Forse sono un po’ più gioviale e allegro di lui, pur avendo anche io i miei momenti bui. Ma c’è una cosa che mi avvicina molto al mio personaggio. Anch’io ho perso mia moglie. Per questo recitare davanti a una bara o a una lapide al cimitero per me è stato più duro rispetto a un collega che questa situazione se la sarebbe dovuta solo immaginare. E poi, come lui, ho faticato tanto. Forse è per questo che ora sono così grato alla vita. Ho due figli meravigliosi, Rocco e Diego: sono la mia gioia».
Ha cominciato a recitare che non era più giovanissimo. Come mai?
«Prima ho fatto di tutto: dall’imbianchino al venditore di bibite. Conosco la fatica. Quella di mio padre che lavorava nelle fornaci e quando tornava a casa si soffiava il carbone dal naso. Allora non si parlava di prevenzione e mascherine. E quella di mia madre che tirava il collo alle galline davanti a noi ragazzini come fosse la cosa più normale del mondo. E lo era, se penso a quanto eravamo abituati a vedere risse e violenti litigi tra uomini. Mi poteva impressionare una gallina?».
Poi con i primi film le cose sono cambiate.
«Sono arrivati i primi inviti alle feste dove c’erano le ragazze con i nomi delle strade consolari: Aurelia, Flaminia…. Io avevo i capelli lunghi, la barba, l’aria misteriosa dello straniero, nel senso che venivo dalla periferia. Ho pensato: è fatta. Invece mi sbagliavo, non “mi si filavano” proprio».
Però, col tempo le soddisfazioni sono arrivate.
«È vero, e sono orgoglioso di quello che ho fatto. Mi basta pensare anche solo all’ultimo film, “Perfetti sconosciuti”, per provare un’enorme soddisfazione. Ecco, Rocco Schiavone va a suggellare un bel periodo. Posso dirlo: sono contento».
Tanto tempo fa aveva una band, i Monitors. Esiste ancora?
«No, parliamo di quasi 30 anni fa. Degli altri componenti del gruppo, oggi uno fa l’imbianchino, l’altro lavora al Comune. Ma l’amore per la musica è sempre vivo. Vado ai concerti, ho migliaia di vinili, ascolto musica rock, ma mica solo i classici come Led Zeppelin, Pink Floyd, Deep Purple, Rolling Stones o Black Sabbath. Io ascolto pure… l’underground svedese. Ho perfino intere collezioni di artisti che non mi piacciono, ma come si fa a vivere senza musica?».
E aggiungerei anche senza le due ruote…
«Già, le moto sono l’altra mia grande passione. Ai tempi di “Romanzo criminale”, nel 2008, mi stavo riprendendo da un incidente gravissimo che mi era costato ben 52 fratture: malleolo, tibia, perone, bacino, coccige, esplosione dei polsi, naso, zigomo, palato spezzato a metà, sei costole, tutte e due le clavicole, e poi l’orbita dell’occhio... E nonostante tutto, ancora oggi mi piace correre e fare le impennate. Perché, come diceva Steve McQueen, “Quando corro non mi prende nessuno”».