Maria Vera Ratti, la giovane attrice entrata nel cast di “I bastardi di Pizzofalcone”

Interpreta il vice commissario Elsa Martini nella fiction scritta da Maurizio de Giovanni

Maria Vera Ratti
18 Ottobre 2021 alle 08:55

Un controverso personaggio si è aggiunto a “I bastardi di Pizzofalcone”, i poliziotti del commissariato più... maledetto di Napoli raccontati dallo scrittore Maurizio de Giovanni. È il vice commissario Elsa Martini interpretata dall’attrice Maria Vera Ratti: 27 anni, origini campane, frequenta l’università all’estero ma, folgorata dal teatro e dalla recitazione, di ritorno in patria s’iscrive al Centro sperimentale di cinematografia di Roma. E prima ancora di finirlo si ritrova sul set ,e da lì passa da una serie tv all’altra.

Maria Vera, così anche lei è uno dei “Bastardi”.
«Elsa ha questo “impiccio” sulla coscienza, ha ucciso una persona, è stata assolta per legittima difesa, ma resta il dubbio. Anche nelle indagini non segue le procedure e le regole in maniera troppo ligia, e questa cosa fa alzare le sopracciglia».

La chiamano “la Rossa”.
«Perché ha i capelli rossi, che mi hanno tinto. Per il resto non sono cambiata fisicamente, tranne che nella storia lei è più grande di me. Ci siamo immaginati una donna che dorme poco e male. Così prima di girare mi mettevano un po’ di colla attorno a occhi e bocca per fare le rughe».

Quando si arriva sul set di una serie già iniziata cosa succede?
«Per me è stato facile. Io ero esattamente nelle condizioni del mio personaggio, che è giovane per la sua carica e si unisce a una squadra già formata. Sono entrata senza preavviso: è successo tutto velocemente, dal provino a quando mi sono ritrovata sul set con un gruppo di attori collaudato e che aveva avuto molto successo».

Cosa le hanno chiesto al provino?
«Frequentavo il secondo anno al Centro sperimentale di cinematografia, quando il mio agente mi ha detto: “È un ruolo più grande di te, però provaci”. Al provino c’erano delle scene della serie. È stato divertente, una settimana dopo mi hanno chiamato».

Tutto in una settimana.
«Anche meno. Stavo preparando uno spettacolo con i colleghi del Centro e mi hanno detto: “Devi essere a Napoli stasera, si comincia a girare fra tre giorni”. Poi quando sono arrivata ho parlato tantissimo con la regista Monica Vullo».

Si è mai comportata nello stile dei “Bastardi”?
«La prima cosa che mi viene in mente è quella che mi ha cambiato la vita. Mi sono laureata in Olanda in Relazioni internazionali, ma non nutrivo passione per quello che avevo studiato. Invece avevo sempre amato il teatro, da spettatrice. Così per la laurea mi sono fatta regalare un corso di recitazione e lì è come avessi avuto un “clic”, è scattato qualcosa. Ho litigato con la mia famiglia quando ho detto che volevo entrare al Centro sperimentale».

Origini napoletane e set napoletani: “Il commissario Ricciardi”, “Mina Settembre”, ora “I bastardi di Pizzofalcone”.
«A Napoli sono cresciuta e poi ci ho lavorato tanto, adesso tornerò per una nuova serie. In realtà da adolescente non vedevo l’ora di fuggire via, infatti me ne sono andata prestissimo. Questo ritorno mi ha molto avvicinato alle mie radici, alla mia città e anche a me stessa».

Cosa ha riscoperto?
«A Napoli siamo molto celebrativi di tutte le diversità, un difetto può diventare un pregio, siamo ironici, inclusivi, ci proteggiamo a vicenda, siamo molto bravi ad arrangiarci, a cercare un’alternativa nelle difficoltà. Questo mi ha aiutato molto quando ero in giro per il mondo, e pure nel mio lavoro».

Quando ha capito che la carriera era a una svolta?
«Sinceramente quando ho preso il primo lavoro, la serie “Rosy Abate 2”, ero estremamente acerba. Alla fine, però, ho avuto la sensazione che fosse stata la scelta giusta. Il nostro lavoro è una maratona, non è una corsa, non c’è un momento in cui dici: “Ce l’ho fatta!”. Forse ora che mi mantengo da sola e sono indipendente è diverso... ma non stai mai sugli allori».

Il ruolo in cui si è sentita meglio?
«Li ho amati tutti, sarebbe ingiusto dare una preferenza. Però ci sono state esperienze magari più impegnative, come “Kill the child”, il film americano che ho girato in Estonia da protagonista con un cast internazionale. Ho vissuto là quattro mesi, fino ad aprile, e mi ha messo davvero alla prova».

Nel suo curriculum c’è scritto che parla inglese, russo, spagnolo, francese e vari dialetti italiani.
«In russo parlo, leggo e scrivo, l’inglese lo parlo come l’italiano. Lo spagnolo e il francese li so come una che andava bene a scuola. In effetti il film è girato metà in russo e metà in inglese. Il mio sogno era proprio lavorare in queste due lingue».

Sogno realizzato.
«Sì, anche se è un film horror e ho girato con i lupi. Ho dormito con la luce accesa per quattro mesi. Ho avuto veramente paura!».

La parola più difficile pronunciata in tanti copioni?
«“Prednaznacheniye”, che in russo significa “il destino”, o anche “l’obiettivo della vita”».

Il suo destino era recitare?
«Sto facendo quello che mi piace, mi accontento di fare cose belle, vivo di quello che amo e va bene così».

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