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Matteo Martari, il protagonista di “Bella da morire”

Lui è l’affascinante ispettore Marco Corvo, collega di Eva Cantini (Cristiana Capotondi) nella serie di Raiuno

Foto: Matteo Martari è nato a Verona ma per studiare recitazione si è trasferito a Milano, dove ha lavorato anche come modello. Finita la scuola di teatro si è spostato a Roma

26 Marzo 2020 | 12:15 di Solange Savagnone

Partiamo dal cognome. Il suo si pronuncia Màrtari, con l’accento sulla prima “a”. Ve lo diciamo perché questo affascinante attore l’avrete sicuramente visto in parecchie fiction, oltre che al cinema. E se il suo volto è entrato di diritto nei nostri cuori, lo stesso è giusto che accada anche con il nome. Soprattutto ora che lo abbiamo ritrovato nella serie drammatica “Bella da morire”. Qui interpreta l’ispettore di polizia Marco Corvi, collega di Eva Cantini (Cristiana Capotondi), con la quale indaga su un caso di femminicidio.

Matteo, cosa significa per lei questa parola: femminicidio?
«Chiamo così qualunque forma di violenza fisica ma anche verbale verso una donna. È la prima volta che tratto questo tema in una fiction che lo approfondisce e ne racconta le diverse sfaccettature. Mi ha reso ancora più sensibile verso l’argomento. Credo che educare a questi temi possa essere una delle soluzioni per risolvere il problema».

Già che ci siamo, ne approfittiamo per fare un appello agli uomini?
«Mi sento di dire che con la calma e con il dialogo si possono raggiungere risultati eccezionali. Bisogna imparare ad ascoltare, rispettare e amare queste creature magnifiche, portatrici di vita, che sono le donne. Ma vale per tutti».

Lei ha interpretato diversi ruoli nella sua carriera. Questo che cosa ha di speciale?
«Un certo umorismo e simpatia. Nonostante i suoi problemi, riesce ad alleggerire le situazioni più pesanti. E poi è un passionale, affascinante, romantico con qualche problema di gestione caratteriale, ma nel corso delle puntate proverà a migliorare».

Invece cosa disapprova di Corvi?
«La gelosia. Una cosa lontana da me al momento, ma non in generale nella mia vita. Limitata e gestita in modo intelligente e consapevole, infatti, può essere un segno di amore. Quando sei legato tanto a un persona, essere un po’ gelosi è positivo. Ma da ragazzino, dai 14 fino ai 17 anni, l’ho vissuta malissimo».

Come ne è uscito?
«Sono guarito quando ho capito che più cerchiamo di controllarla, più peggioriamo la situazione. Essere gelosi è controproducente, si ritorce contro noi stessi e allontana le persona che ci sta accanto. Invece bisogna ragionarci e passarci sopra, anche se è difficile».

Ma lei si piace in questa serie?
«Io sono orgoglioso di tutti i ruoli che ho interpretato e di tutti quelli che farò. Però ho un grosso problema: detesto riguardarmi. Se in una scena ci sono io mi distraggo e perdo il filo del racconto. Quindi devo rivedere la puntata due o tre volte per raggiungere il giusto distacco e godermela».

Da cosa parte per creare i suoi personaggi?
«Il mio lavoro consiste sempre nel trovare una particolare fisicità del personaggio che devo interpretare. In genere parto dalla camminata, da come si muove nello spazio attorno a sé, ma anche dal modo di stare fermo e in piedi. Corvi è un ispettore, un grande sportivo, un rugbista, e questo mi ha portato a dargli un’impostazione fisica “massiccia”».

So che ha appena terminato le riprese di “L’Alligatore”, serie tratta dai romanzi di Massimo Carlotto. E che a giorni doveva iniziare a girare “I bastardi di Pizzofalcone”. Ma la pandemia ha bloccato tutto...
«Il morale non è di certo alle stelle, bisogna essere consapevoli di quello che sta succedendo, ma allo stesso tempo cercare di non mollare. Arriverà il momento in cui la situazione di emergenza sarà rientrata e noi dovremo farci trovare pronti per risollevarci. A casa cerco di occupare il tempo meglio che posso, tenendomi informato sugli sviluppi, leggendo, correndo intorno al tavolo della cucina, mangiando, dormendo e quando il sole si concede, mi affaccio alla finestra e me lo godo».