Home TvFictionMaurizio De Giovanni: «Bastardi di Pizzofalcone, così creo le loro storie»

Maurizio De Giovanni: «Bastardi di Pizzofalcone, così creo le loro storie»

Come gli vengono le idee? A chi si ispira? Chi lo aiuta a non sbagliare? L’ideatore della serie ci racconta tutto

Foto: Maurizio de Giovanni ha scritto tra l’altro il testo teatrale «Il silenzio grande» che Alessandro Gassmann porterà in scena nel 2019  - Credit: © Anna Camerlingo

01 Novembre 2018 | 12:00 di Stefania Zizzari

Ci sono serie televisive tratte da romanzi di autori che appassionano milioni di telespettatori. Nel caso di «I bastardi di Pizzofalcone» i milioni sono più di cinque tutte le settimane. Ma come si fa a scrivere un romanzo dal quale viene tratta una serie di successo? L’abbiamo chiesto a Maurizio de Giovanni, che dei «Bastardi» è il creatore.

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Come nasce un romanzo che diventa serie e poi una seguitissima fiction televisiva?
«Ogni autore ovviamente vorrebbe scrivere una serie di libri perché consente di fare affezionare i lettori e di acquisirne via via di nuovi. Non lo decide però lui ma il pubblico, che se si appassiona al primo romanzo, poi si chiede cos’altro succederà ai personaggi. E questa fortuna è arrivata con “I bastardi di Pizzofalcone”».

Quali sono gli ingredienti più importanti da utilizzare quando si scrive un romanzo?
«Una storia è fatta di tre elementi: la trama, i personaggi e l’ambientazione. In una storia ben equilibrata questi elementi dovrebbero valere il 33 per cento ognuno e quell’1 per cento che rimane è il talento, la scrittura, la sensibilità. L’ambientazione poi deve essere coinvolgente. La mia Napoli dei “Bastardi” conta moltissimo».

Come nasce l’idea per una storia dei «Bastardi»?
«Gli stimoli possono essere molti: un caso di cronaca, il racconto di un amico, una parola che senti al bar».

Una volta trovata l’idea da cosa parte?
«Dalla vittima e dalla sua storia. Poi prendo i miei personaggi e li metto dentro».

E la fase successiva?
«Una volta trovata la storia, stabilisco una trama e su questa comincio le ricerche».

Come?
«Invito al ristorante i miei consulenti, poliziotti che ormai sono diventati amici».

Chi sono?
«Un ex questore di Napoli ora in pensione, la dirigente della scuola di Polizia di Campobasso, suo marito che è l’ex capo della Digos e ora vice questore di Napoli, e poi una ex dirigente della Scientifica. Davanti a un piatto di “candele spezzate alla genovese” (ricetta di pasta tipica napoletana, ndr) racconto la mia storia e ognuno di loro mi dice, per quanto riguarda il suo settore, cosa farebbe trovandosi in quella situazione. E a quel punto sono pronto a mandare i miei “Bastardi” a fare le indagini seguendo le loro indicazioni».

Terminata la cena?
«Torno a casa, mi chiudo nel mio studio, prendo una matita, un foglio A3, lo metto in orizzontale e comincio a scrivere partendo in alto a sinistra: storia principale, storia secondaria, Lojacono, Romano, Ottavia, Palma, Alex, Aragona, Pisanelli e “generici”, cioè i capitoli che scriverò senza una diretta attinenza con i personaggi o con la trama, ma che servono a dare il senso dell’ambiente. Dopodiché scrivo una parola per ogni cosa che devo raccontare... Mi serve per avere una visione immediata dell’equilibrio. Nei romanzi, contrariamente alla serie, non c’è una centralizzazione su Lojacono (interpretato da Alessandro Gassmann, ndr), che invece nella trasposizione televisiva catalizza l’80 per cento di ogni puntata. Ma è normale che sia così: il linguaggio televisivo è diverso».

Torniamo al foglio A3.
«Quando ho terminato lo schema del romanzo e sono soddisfatto, comincio a scrivere, spuntando i capitoli man mano che li termino».

Regole fondamentali?
«Non scrivo mai due capitoli consecutivi di uno stesso personaggio, perché un capitolo mantiene viva l’attenzione, due di seguito ti fanno entrare troppo in quella parte della storia e poi fai fatica a rientrare dentro le altre».

Come scrive?
«Su un banale computer desktop con lo schermo grande. Inizio alle 8.30 di mattina e continuo fino alle cinque del pomeriggio. Ho un metodo di scrittura immersivo e mi è difficile uscire dalla storia».

È totalmente assorbito?
«Al punto che in 30 giorni finisco di scrivere. Non posso andare oltre, altrimenti impazzirei. La mia testa non esce mai dalla storia e scrivere è l’unico modo che ho di liberarla. È una sorta di malessere e anche una cosa un po’ alienante, me ne rendo conto (ride)».

E perché scrive solo fino alle cinque?
«Perché mentre in un’ora la mattina scrivo tre pagine, anche quattro, di pomeriggio ci metto un’ora per scrivere una pagina scarsa e “la resa non vale l’impresa”, diciamo noi a Napoli. Un caso a parte è il treno. Non so perché ma quando viaggio in treno scrivo benissimo».

Quando arriva all’ultima pagina festeggia?
«La parola fine la faccio scrivere a mia moglie Paola».

È un vostro rituale?
«No, è che lei è abituata ad avere sempre l’ultima parola nelle nostre discussioni, quindi meglio darle anche l’ultima parola sul libro… (ride)».

Cosa fa nella vita Paola?
«È un avvocato. Ed è importante nella mia scrittura perché io non rileggo mai le cose che scrivo, mentre lei rilegge e corregge».

E a quel punto?
«A quel punto il libro va dall’editore e io sono un uomo libero. Guardo la mia giornata all’improvviso vuota e sono la persona più felice del mondo. Esco, vado a prendere il caffè in bar belli. In quelle due settimane, che ho a disposizione prima di cominciare a pensare a un nuovo libro, nella mia mente non c’è nulla. Solo prato. E sono un uomo lieto, contento di averla scampata anche stavolta (ride)».

E poi c’è il lavoro per trasportare il romanzo in tv...
«Ed è diverso perché mentre nei romanzi sono solo e qualsiasi cosa mi venga in mente la posso scrivere, la sceneggiatura è un lavoro di équipe: se decidessi di far fare a Lojacono un giro sulla Luna, la produzione mi sconsiglierebbe l’utilizzo di uno Shuttle… E quindi devi variare certi contesti, parlare con il regista».

È frustrante?
«Non è detto, i vincoli aiutano. È un altro lavoro e ci sono dei compromessi. Non tutto del romanzo può andare in tv, anche per motivi di tempo».

Quanto ci vuole per trasporre in serie un libro?
«Circa sei mesi. In una serie da sei puntate ci sono tre romanzi e tre racconti, che scrivo ex novo. Ogni puntata ha circa 100 pagine di sceneggiatura, tutta la serie sono un migliaio di pagine perché bisogna aggiungere il soggetto di serie, le linee orizzontali dei personaggi, il pezzo di linea orizzontale che ciascun personaggio deve fare in ogni puntata. È un lavoro d’insieme. Mi aiuta Dido Castelli, che è uno straordinario professionista e riesce a irregimentare la mia strana maniera di lavorare».