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Michele Riondino è il protagonista de La mossa del cavallo

Il film tv tratto da un romanzo storico di Andrea Camilleri è un "western" ambientato nella Sicilia di fine '800

Foto: Michele Riondino ne «La mossa del cavallo»  - Credit: © Fabrizio Di Giulio

23 Febbraio 2018 | 11:41 di Stefania Zizzari

Con Michele Riondino l'appuntamento per l'intervista è al bar della stazione Termini di Roma, a colazione. In sottofondo c'è una musica allegra e per la verità un po' assordante. «È reggaeton» dice lui, che è anche un bravo musicista, davanti a un caffè americano e un toast con prosciutto e formaggio. L'occasione dell'incontro è «La mossa del cavallo - C'era una volta Vigata», il film tv prodotto da Palomar, in onda su Raiuno il 26 febbraio, tratto dal romanzo storico di Andrea Camilleri. Ambientato in Sicilia, a Montelusa nel 1877, vede Riondino nei panni di Giovanni Bovara, l'ispettore capo ai mulini incaricato di far rispettare la tassa sul macinato. Un uomo integerrimo che finisce per scontrarsi con le dinamiche mafiose e omertose che regolano la terra siciliana. E i punti di contatto tra Bovara e il commissario Montalbano sono tanti...

Michele, lei sembra fare un percorso a ritroso nel tempo. Prima ha interpretato «Il giovane Montalbano», ora è Bovara, una sorta di antenato del commissario di Vigata.
«È stato divertente tornare indietro nel tempo. Ci sono diversi elementi che riportano a Montalbano, e dal momento che l'autore è Camilleri anche in ?La mossa del cavallo? c'è una radicata connotazione territoriale. Camilleri ha creato Bovara siciliano di nascita e genovese di adozione. E nella storia saranno proprio le sue radici siciliane a salvarlo da una trappola ordita ai suoi danni».

Lei è pugliese, romano di adozione e qui ha recitato in genovese e in siciliano.
«Con il siciliano è stato più facile perché lo avevo già usato in ?Il giovane Montalbano?. Il genovese, invece, l'ho imparato con un signore ligure di 90 anni. Non solo. Prima di andare sul set seguivo le interviste al capo ultrà della Sampdoria (squadra di calcio di Genova, ndr): mi aiutavano a trovare l'intonazione giusta».

Chi è il suo personaggio?
«Il film è ambientato a fine '800, gli anni dell'Unità di Italia, ma i settentrionali e i meridionali sono ancora due popoli diversi. Bovara arriva in Sicilia con in testa i racconti sui siciliani: briganti, incolti, ignoranti. E lui piomba lì con l'intenzione di far rispettare la legge. È supponente e non fa niente per nasconderlo. I siciliani d'altro canto non fanno niente per nascondere l'antipatia che provano nei suoi confronti. La storia comincia così».

Non con le premesse migliori... Tant'è che viene incastrato.
«Già. Ma poco a poco le sue origini cominciano a emergere. E sarà proprio il suo ritorno alle radici a salvarlo».

Montalbano ha la sua inossidabile Fiat Tipo, Bovara ha il suo inseparabile cavallo. Entrambi amano nuotare in mare...
«E c'è anche l'antenato di Catarella! Con il suo assistente Caminiti (Domenico Centamore, ndr) Bovara ha un rapporto prima di divertita diffidenza, poi di affetto».

In un certo senso possiamo dire che questo film è un western.
«Il regista Gianluca Tavarelli è stato coraggioso e intelligente: il film non è esattamente un western perché parliamo della Sicilia. Però l'epoca è quella e il sapore, il colore, i suoni richiamano quelle atmosfere».

Cosa l'ha divertita di più?
«Il rapporto con il cavallo, che nella storia si chiama Stidduzzo mentre nella realtà il suo nome è Briciola. Un cavallo che sembrava una persona tanto era tranquillo e intelligente. Erano previste scene con la controfigura, invece alla fine le ho girate quasi tutte io, incluse quelle con le corse al galoppo e quelle in cui Briciola si impenna».

Recitare in costume le piace?
«In un film storico diventa tutto speciale. Lavori su una maschera dietro alla quale riesci a nasconderti, e per uno timido quasi patologico come me è il massimo. Tra i personaggi, però, il mio è il più ?sfortunato? perché è quello più ?pulito? e composto. Sul set vedevo gli altri sporchi e con le barbe incolte e li invidiavo perché volevo essere brutto e cattivo anch'io!» (ride).

Così timido, non si direbbe?
«A 15 anni ho fatto il mio primo laboratorio teatrale: non riuscivo nemmeno a dire il mio nome davanti agli altri. Il lavoro mi ha aiutato, anche se ancora oggi sono piuttosto introverso».

Montalbano è un coraggioso, Bovara pure. A lei nella vita cosa fa più paura?
«(Sorride) Questa domanda me l'ha fatta mia figlia Frida proprio ieri? Prima che arrivasse lei ho sempre avuto paura che qualcuno potesse invadere con prepotenza il mio territorio. Avevo l'incubo dei ladri che entrano in casa. Da quando è arrivata Frida quattro anni fa, invece, non riesco più a vedere foto di bambini vittime della guerra. Ho sviluppato una sensibilità fortissima verso quelle immagini, ma mi costringo a guardarle perché tutti dobbiamo averle stampate nella nostra mente».

Cosa ha risposto a sua figlia?
«Che mi fanno paura le anguille. Già da bambino, quando ero in cucina con mia nonna che le preparava per il pranzo di Natale, non riuscivo neanche a guardarle!».