Home TvFiction«Non dirlo al mio capo 2», Lino Guanciale: «La verità è che di Legge non so nulla»

«Non dirlo al mio capo 2», Lino Guanciale: «La verità è che di Legge non so nulla»

L’attore della fiction di Raiuno, in onda ogni giovedì sera alle 21.25, dice: «Ho studiato Diritto... uscendo a cena con gli amici»

Foto: Lino Guanciale in «Non dirlo al mio capo 2»

20 Settembre 2018 | 09:15 di Stefania Zizzari

È l’affascinante e scorbutico avvocato Vinci di «Non dirlo al mio capo», la fiction di Raiuno che nella prima puntata della seconda stagione ha avuto ottimi ascolti. E Lino Guanciale, il giorno dopo la messa in onda, ne parla con Sorrisi.

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Lino, si aspettava questo successo?
«Non sai mai come andrà: ti sembra che la gente lo aspetti, che voglia sapere come va avanti la storia, ma poi non sai mai quanti si metteranno davanti al televisore: mi sembra un bell’inizio, non solo per noi ma per la stagione televisiva».

Enrico Vinci piace pur essendo antipatico...
«È insopportabile, è vero (ride). Davanti a uno così odioso la prima cosa che pensi è: “Lo menerei!”. Però capisci anche che c’è una personalità forte e quello può affascinare. E poi il fatto di vederlo in difficoltà, e in questa serie succede più spesso rispetto alla prima, contribuisce a umanizzarlo. Credo che in fondo ci si possa affezionare a lui».

Rispetto ad altri personaggi, interpretare un avvocato è più divertente o più complicato?
«In realtà è un piacere dover stare attenti a certe cose. Non ho studiato Diritto, ma ne ho sempre subito il fascino: gli avvocati fanno un lavoro in cui si trovano di fronte a dilemmi etici. E può essere una professione che dà accesso a ciò che di sorprendente, o anche di mostruoso, è nella natura umana».

Se non ha fatto studi giuridici, come si è preparato?
«Ad Avezzano, la mia città, ho molti amici e un cugino avvocati. Perciò non mi è del tutto lontano l’ambiente di chi si occupa di Legge: il carattere che hanno i legali, il fatto che diventa normale per loro parlare in termini procedurali... Citano gli articoli del Codice come se stessero dicendo: “Andiamo a mangiare la pizza...”. Ma è intrigante, perché quella del Diritto è una lingua a parte. La cosa che mi piace di più è dover recitare delle battute in cui citi degli articoli di Legge. Mi diverte impararli a memoria. Non credo che studiare Diritto privato mi avrebbe appassionato così tanto, ma doverlo fare per una fiction mi piace molto».

Si è confrontato con gli amici e con suo cugino?
«Mi bastava uscire insieme con loro la sera ed Enrico un po’ ce l’avevo davanti. Sia chiaro, non che i miei amici siamo così insopportabili, eh? Enrico Vinci sarebbe davvero infrequentabile».

Cosa non si deve fare quando si interpreta un avvocato?
«Non si deve esagerare con il cinismo. Talvolta si pensa agli avvocati come a gente pronta a manipolare la verità per arrivare ai propri fini. Ma non è così. Enrico è un uomo che ha un grande talento per il suo mestiere, gli piace vincere, come dice il nome, ma è anche disposto ad avvicinarsi alla verità. Certo, cercando di trarne un vantaggio...».

Lei avrebbe potuto fare l’avvocato nella vita?
«Non so. Erano troppo forti altre passioni. La vita che fanno gli avvocati a me starebbe stretta, semmai sarei stato più portato al contatto umano che i medici hanno con la gente. Ecco, forse avrei potuto fare il medico, più che l’avvocato».

La consulente della fiction rivela che...

Foto: Avv. Maria Rita Bertuccelli

L’avvocato civilista Maria Rita Bertuccelli è la consulente legale di «Non dirlo al mio capo». E se la fiction ha così tanto successo, una parte del merito è anche sua, perché rende credibili le vicende raccontate, quello che i protagonisti dicono e come lo dicono. «È un lavoro appassionante e complesso» spiega l’avvocato, «perché si cerca di essere il più possibile verosimili, benché ci siano a volte delle forzature che sono tipiche della narrazione televisiva». Il lavoro della consulente comincia già dalla fase creativa: «Gli autori inventano la storia» prosegue l’avvocato Bertuccelli. «In quella fase c’è uno scambio di idee per verificare se sotto un profilo giuridico sia plausibile. Nella fase successiva gli sceneggiatori scrivono e a quel punto controllo che i termini usati nella sceneggiatura corrispondano ai termini giuridici. Il mio è un apporto di “scrittura legalese”, dal momento che i protagonisti della serie sono avvocati».

Abbiamo chiesto a un vero avvocato le 10 cose da sapere sul complesso mondo legale

Foto: Avv. Caterina Marte

1 Quando c’è bisogno di consultare un avvocato?
Tutte le volte in cui si intenda iniziare una causa civile contro qualcuno o si riceva la notifica di un atto di citazione o di un ricorso. Con riferimento al diritto penale, tutte le volte in cui si viene a sapere di essere indagati o si ritiene opportuno assicurarsi della correttezza del proprio comportamento.

2 Che differenza c’è tra avvocato penalista e civilista?
L’avvocato penalista si occupa del diritto penale e quindi può essere interpellato nel caso in cui si sia indagati, nel caso in cui si sia persona offesa da un reato, o nel caso in cui si intenda denunziare qualcuno. Il civilista si occupa invece di questioni di famiglia, di lavoro, di successioni, di condominio, di diritto commerciale e più in generale di tutte le questioni giuridiche tra i cittadini.  

3 Quanto può costare la consulenza di un avvocato?
Dipende; ci sono tariffari disciplinati dalla normativa. Se si parla di consulenza, la tariffa può essere oraria o connessa al valore della pratica e alla difficoltà delle questioni da trattare. Più specificamente,  una  prima consulenza può costare all’incirca da un minimo di 60-100 euro all’ora, più Iva, fino a un massimo, per questioni più importanti e di maggior valore, anche di 500 euro all’ora, più Iva.

4 Di solito un avvocato chiede al proprio cliente se è colpevole o innocente?
Di solito no. L’avvocato attraverso l’esame dei fatti può giungere alle sue conclusioni; ovviamente si chiede al cliente che cosa è avvenuto.

5 Che cos’è l’avvocato d’ufficio?
È l’avvocato nominato dall’Autorità Giudiziaria nei casi in cui la difesa è obbligatoria e la parte interessata non abbia nominato un proprio difensore di fiducia. 

6 Un avvocato si può rifiutare di difendere un cliente?
Il difensore di ufficio non si può rifiutare. Un avvocato non difensore di ufficio può tendenzialmente rifiutarsi per i più svariati motivi.

7 Per essere un buon avvocato è più importante una buona dialettica o la conoscenza della Legge?
La risposta doverosa è la conoscenza della Legge; ovviamente la buona dialettica aiuta.

8 In uno studio di avvocati tutti si occupano di tutto oppure ognuno è specializzato in una materia?
Può capitare di tutto. Nei grandi studi si tende sempre di più a essere specializzati.

9 In un processo chi decide la sentenza? Il giudice o la giuria?
Nel processo civile sempre i giudici. Nei processi penali per determinati tipi di reati, quali per esempio l’omicidio, vi è la Corte d’Assise, composta da giudici togati e giudici popolari.

10 Negli Stati Uniti si sente parlare di risarcimenti milionari per cause contro grandi aziende. E in Italia?
Anche in Italia esistono le cosiddette «class action» per determinati tipi di controversie.

Sebastiano Somma: «Ci vuole tecnica e cuore»

Foto: Sebastiano Somma

È stato uno dei primi a interpretare un avvocato in una serie televisiva di successo. Per ben cinque stagioni di «Un caso di coscienza», tra il 2003 e il 2013, Sebastiano Somma ha dato vita a Rocco Tasca, il legale dal cuore d’oro che difendeva i più deboli. Un personaggio che ha dato all’attore grande popolarità. «È vero, Rocco Tasca forse è stato uno dei primi avvocati penalisti in tv» dice Somma «ma mi piace ricordare che prima di lui c’era stato l’avvocato matrimonialista Paolo Bonelli, interpretato da Fabrizio Frizzi nella serie “Non lasciamoci più”. Io stesso feci una piccola partecipazione in quella fiction». E continua: «Tornando a “Un caso di coscienza”, la serie funzionava perché era verosimile. Se interpreti un avvocato devi essere certo che il 95% del racconto rispecchi la verità. Per interpretare Rocco Tasca mi sono confrontato con alcuni penalisti e ho assistito a diversi processi. Certo, oltre agli aspetti più tecnici sono importanti l’umanità, la fragilità, il sentimento, gli elementi di cui si nutre la tv. Poi ci vuole memoria: Rocco faceva arringhe lunghissime... E una buona dose di simpatia».