Paola Pitagora, protagonista di “Luce dei tuoi occhi” si racconta

Una grande signora della nostra tv. Di recente ha tagliato un traguardo importante (ha compiuto 80 anni) quasi con indifferenza, concentrata com’è sul lavoro

Paola Pitagora con Anna Valle in “Luce dei tuoi occhi”
29 Settembre 2021 alle 17:30

Paola Pitagora è una grande signora della nostra tv. Di recente ha tagliato un traguardo importante (il 24 agosto ha compiuto 80 anni) quasi con indifferenza, concentrata com’è sul lavoro: pochi giorni fa era al Festival di Venezia per presentare il film documentario “Viaggio nel crepuscolo”, e ora la vediamo in “Luce dei tuoi occhi”, fiction in sei serate su Canale 5. «Interpreto la mamma di Anna Valle. Lei è tornata da New York a Vicenza, dove io dirigo una scuola di danza, per indagare su sua figlia. La credeva nata morta, è ancora viva. E così tra le due donne rinasce la confidenza».

L’abbiamo vista in “Incantesimo” (per nove anni!), poi in “Le tre rose di Eva” e ora in “Luce dei tuoi occhi”. Le piace la serialità in tv?
«Sì, perché ti dà il tempo di entrare in confidenza col personaggio e col regista. Certo, se dovessi passare tutta la vita a fare “Beautiful” la considererei una pagatissima condanna. Ma se riesci a fare anche altro, è bellissimo».

Del resto lei ha cominciato la sua multiforme carriera proprio in televisione, giusto?
«Sì, ma non come attrice: come presentatrice. Conducevo “Il giornale delle vacanze” e lì ho incontrato giganti come Sergio Zavoli. Se cerca su YouTube troverà ancora un frammento di me terrorizzata che cerco di intervistare Charlton Heston. Era il mio idolo…».

Si vede che era destino.
«Oh no, ho cominciato a recitare quasi per caso. Anzi, a essere precisa: per noia. Al Liceo classico avevo la sufficienza risicata e allora papà disse: “Fai una scuola da segretaria di azienda, così trovi un lavoro sicuro”. L’ho fatto e mi annoiava da morire. Allora ho cominciato a seguire un corso di teatro… ma più per svagarmi, non pensavo di farne una professione».

E invece?
«Gli inizi sono stati sorprendentemente facili. Allora stavo con Renato Mambor, un artista che per arrotondare faceva il benzinaio. Un giorno al suo distributore si ferma Federico Fellini col suo aiuto, Guidarino Guidi. Lo notano: “Sai ballare?”. “Sì”. “Se vuoi fare cinema vieni a fare un provino”. “Posso portare anche la mia ragazza? Balla bene”. Ci presero per girare la scena del ballo in “La dolce vita”, con Anita Ekberg e Adriano Celentano. Ci diedero 15 mila lire a notte per sette sere. Per noi era una cifra pazzesca».

Niente male come esordio! Anche a teatro non fu da meno…
«È vero. Garinei e Giovannini mi avevano visto in tv e mi chiamarono a fare “Ciao Rudy” al Sistina, con Marcello Mastroianni e Raffaella Carrà. Allora c’era tanto lavoro, il mio maestro di recitazione diceva: “Dovete difendervi dal lavoro: non accettate qualsiasi cosa, dovete fare le scelte giuste”. Ci pensa, a dirlo oggi?».

E poi è arrivato il ruolo di una vita: Lucia Mondella in “I promessi sposi” di Sandro Bolchi, nel 1967. Quasi 20 milioni di spettatori: una pietra miliare. Ma è vero che neppure voleva farlo, quel provino?
«Avevo un’idea falsata dagli studi scolastici. Mi dicevo: “Ma questa piange sempre, ma io non sono così”. Era un’idea banale. Poi Bolchi mi fece capire che Lucia era un’operaia che difendeva la sua dignità dai soprusi di un potente. Una ragazza così forte da convertire l’Innominato! E poi c’è un’altra cosa: io sono sempre stata una fifona e avevo paura che mi appiccicassero addosso il ruolo, che mi ricordassero sempre come Lucia. Il che poi è accaduto, ma non è stato così terribile».

Questo non le ha impedito di posare anche per un servizio sexy. Dev’essere stato un colpo per i fan dello sceneggiato: ma come, Lucia Mondella nuda su “Playboy”?
«Vede? Ho fatto del mio peggio per scrollarmi di dosso il marchio di Lucia».

Anche un disco che si intitolava “Sputafuoristrega”.
«Ne avremo vendute 100 copie, ma fu bello farlo. Era un disco figlio degli Anni 70, con canzoni femministe».

Ce n’era bisogno?
«Eccome. Quando oggi sento le ragazze parlare del “Me too”, mi chiedo cosa direbbero di certi provini di allora. Molti non ti trattavano da attrice, ma come un pezzo di carne. “Tiri su la gonna, faccia vedere le gambe”. Io scappavo, era umiliante. Però devo dire che in Rai non è mai successo».

Come reagì al successo dello sceneggiato?
«Fu uno shock. Mi ritrovai a piangere a casa dei miei genitori, sola, perché Renato mi aveva lasciato dopo 12 anni. Lui era il mio pigmalione: quando ha visto che l’uccellino volava con le sue ali, non l’ha sopportato. All’epoca ero incapace di stare da sola».

Il “suo” Renzo, cioè Nino Castelnuovo, è scomparso pochi giorni fa…
«Nino era un attore completo, con molti volti, merita una rivalutazione. Anche lui è rimasto prigioniero del suo Renzo, ma ha fatto grandi film come “Les parapluies de Cherbourg” con Catherine Deneuve. La Rai dovrebbe dedicargli una serata».

Altra pietra miliare: “A come Andromeda”. La fantascienza che sbarca sulla tv italiana, nel 1972.
«Quel successo ci sorprese, ma oggi lo capisco meglio. Era la storia della prima clonazione umana, fatta per merito degli extraterrestri. Nel ruolo della creatura doveva esserci Patty Pravo. Ma poi mollò il set. Ancora oggi incontro persone che dicono: “Ero un bambino, mi avete sconvolto!”».

Lei ha vinto anche uno Zecchino d’Oro come autrice, nel 1962, con “La giacca rotta”. E ha scritto un altro classico come “La zanzara”…
«Modestamente, sono iscritta alla Siae come “compositore melodista”. Non riconosco una nota scritta, ma mi invento le melodie e poi le fischietto a qualche amico musicista, che le trascrive».

Per completare il ritratto mancano il teatro e la scrittura. Perché lei è anche autrice di libri…
«Sì, uno autobiografico e l’altro decisamente no. Infatti ha per protagonista un attore cane».

Lei ha scritto che «l’invenzione è più vera della realtà».
«È per questo che faccio l’attrice. In un certo senso la psicanalisi è nata in teatro: confrontarci con le storie ci fa crescere, cambiare, capire. Adesso spero di tornare sul palcoscenico dopo il Covid. Il teatro è in ginocchio: pensi che ormai vogliono solo i monologhi perché costano meno… Per fortuna la scena chiave di “Luce dei tuoi occhi” si svolge in un teatro meraviglioso, l’Olimpico di Vicenza, fatto dal Palladio».

La sento molto appassionata. Non si è ancora stufata di palchi e set?
«Nooo. È che mi diverto, che ci posso fare?».

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