Home TvFictionPierpaolo Spollon: «Ormai stare in camice fa parte della mia vita!»

Pierpaolo Spollon: «Ormai stare in camice fa parte della mia vita!»

Parla l’attore che interpreta uno dei giovani medici di "Doc - Nelle tue mani": «Questo successo ce lo meritiamo tutto»

Foto: Pierpaolo Spollon, nei panni di Riccardo Bonvegna

05 Novembre 2020 | 12:02 di Solange Savagnone

Il giovedì lo vediamo in versione specializzando timido in “Doc - Nelle tue mani”. La domenica invece si toglie il camice e diventa il fratello minore di Alessandra Mastronardi ne “L’Allieva”. Ma è in “Doc” che Pierpaolo Spollon ci ha rubato il cuore…

Come ci si sente a essere uno degli interpreti della serie dell’anno?
«È una gratificazione enorme. Conosco la passione con cui abbiamo lavorato tutti e mi dico che ce lo siamo meritati. Non mi piace crogiolarmi, ma è stato un periodo duro e il riconoscimento collettivo me lo prendo tutto, senza vergogna».

Guardi anche tu la serie con la passione dei fan?
«Sì, e ogni puntata la vedo due volte di fila. La prima volta la commento in diretta con i fan attraverso il profilo che ho aperto apposta su Twitter e mi osservo con occhio critico. La seconda invece mi godo la storia».

Quanto sei orgoglioso del tuo personaggio?
«Riccardo mi piace molto. Lo vorrei come amico e a volte mi fa proprio ridere per le battute che dice».

Avete affiancato medici veri: com’è andata?
«Rispetto ai protagonisti, non avevo un alter ego reale. Per questo ho pescato in giro: per due settimane sono stato all’ospedale Gemelli di Roma e seguivo quasi sempre un medico diverso, e così ho preso qualcosa da tutti».

Come hai fatto con la protesi alla gamba?
«In alcune scene abbiamo usato gli effetti speciali: sollevavo la gamba e appoggiavo il ginocchio sulla protesi restando in bilico. Poi in post-produzione cancellavano la gamba vera. Nelle scene di spalle, invece, hanno usato come controfigura il ragazzo con cui ho studiato il mio personaggio, che a 14 anni ha perso sul serio una gamba».

Hai imparato davvero a usare un defibrillatore?
«Sì, e faccio un plauso alla produzione che ci ha messo nelle condizioni migliori per fare questo lavoro. Io da solo difficilmente sarei potuto entrare in ospedale per fare esperienza. A parte infilare un ago, perché la scena si poteva montare, tutto il resto abbiamo imparato a farlo e sul set avevamo la supervisione di un vero medico».

La cosa che ti ha fatto più impressione?
«Volevo fare il veterinario da piccolo quindi ero abituato a fare le punture al cane, gli aghi non mi disturbano. Invece è stata pesante, durante le due settimane al Gemelli, l’attesa nella zona rossa dove arrivavano i pazienti. Umanamente mi uccideva vedere le persone stare male e attendere sempre nuovi casi. Così ho imparato come fanno i medici ad avere il giusto distacco nel momento dell’azione. Ma uscivo da lì con il mal di testa».

I tuoi genitori sono orgogliosi del tuo lavoro?
«È stato un lungo viaggio, ma li ho “educati” bene. All’inizio non volevano, mia madre soprattutto. Per fare il mio primo provino ho dovuto rubare la macchina a mia nonna perché mamma non voleva che andassi, aveva paura che mi succedesse di tutto e che fosse una finta produzione. È una donna molto ansiosa anche se lavora nell’esercito. Così quando sono passato alla seconda fase ho chiesto alla produzione di mandarle un messaggio per rassicurarla. La volta dopo mi ha accompagnato mio padre e mi hanno preso».

Che film era?
«La miniserie di Alex Infascelli “Nel nome del male”. Interpretavo il figlio di Fabrizio Bentivoglio, venivo picchiato ed ero vittima di una setta satanica. Mi hanno perfino rotto il naso in una scena (ride, ndr). Devo molto ad Alex, è stato lui a propormi questo provino, dopo che ne avevo fatto un altro, sempre con lui, che era andato male».

Com’è nata la passione per la recitazione?
«Dopo che da bambino ho visto “L’ultimo dei Mohicani”. Alla fine sono scoppiato a piangere come mai nella vita. Questa forza che ho provato mi ha fatto dire che il cinema era un mezzo meraviglioso e che volevo farlo anche io».

La notorietà è arrivata con “Una grande famiglia” e “L’Allieva”. Cosa devi a questi due lavori?
«“Una grande famiglia” è stato il primo approccio con la serialità italiana. Ero un ragazzino, una vera capra, non sapevo cosa facevo e mi sentivo inadeguato. Con “L’Allieva” ho raggiunto un livello minimo per fare questo mestiere. Alessandra Mastronardi e Lino Guanciale mi hanno fatto crescere molto. Sono stati forse i primi maestri che ho avuto assieme a Dario Aita, anche lui ne “L’Allieva”, con cui ho diviso casa per alcuni anni. Poi ho fatto l’Accademia cinematografica e da lì c’è stata una piccola ma costante crescita».

Tant’è che ora sei sul set di “Che Dio ci aiuti”.
«Interpreto uno psichiatra infantile che si innamora del personaggio di Diana Del Bufalo ed è molto goffo. Mi sto divertendo tanto, ma sono anche rispettoso delle regole: per non rischiare di ammalarmi e creare problemi alla produzione, sto lontano da amici e parenti, anche se è un grosso sacrificio perché sono una persona poco social... ma molto socievole!».