Home TvFictionPif svela tutti i segreti di «La mafia uccide solo d’estate»

Pif svela tutti i segreti di «La mafia uccide solo d’estate»

«A Palermo non si negava l’esistenza dei clan, ma non pensavamo fossero un pericolo per noi» dice l’ex iena che nella serie fa da voce narrante nella nuova fiction di Rai1

Foto: Il cast di «La mafia uccide solo d'estate»  - Credit: © Ufficio Stampa Rai

21 Novembre 2016 | 17:54 di Natalia Vantini

Tre anni fa col film «La mafia uccide solo d'estate» Pif, nelle vesti di regista e interprete, ha conquistato critica e pubblico, ha vinto premi e ha depositato il suo «marchio di fabbrica»: che è quello di usare la commedia per parlare di cose profondamente serie. Come raccontare con tono ironico e mai banale «Cosa nostra» cioè la mafia siciliana. E quello stesso spirito irriverente ha voluto adesso trasferirlo nell'omonima serie tv in sei serate tratta dal film, in onda su Raiuno da lunedì 21 novembre, nella quale sarà solo la voce narrante.

Pif, come è nata l'idea della serie?
«Mi è venuta quando scrivevo il film. Ho pensato che sarebbe stato bello poterla realizzare, perché in 12 episodi (ne vedremo due a serata, ndr) si ha la possibilità di raccontare molte più storie rispetto alla durata di un film. Nella fiction, per esempio, siamo riusciti a dipingere più aspetti della famiglia del protagonista, Salvatore, che nella pellicola erano rimasti sottotraccia».
Però non la vedremo recitare. Perché?
«Per il semplice motivo che in questa prima stagione si racconta la vicenda di Salvatore bambino. Poi, se sarà il caso, si potrà proseguire. E se si arrivasse a raccontare il protagonista adulto, non è escluso che possa tornare a interpretarlo».
Come nel film, lei racconta una storia autobiografica.
«Sì, racconto un periodo della mia vita: quella di un bambino che vive nella Palermo della fine degli Anni 70. Ma è anche un racconto generazionale in cui penso ci si possa identificare. È tutto squisitamente italiano. Al centro c'è una famiglia con i suoi problemi e le sue vicende di ordinaria quotidianità. C'è il desiderio di sistemarsi e avere una vita decente. Il problema è che per realizzare questa aspirazione spesso si cede a piccoli compromessi. È una cosa che vale in senso generale, ma nel caso della vita a Palermo c'è l'aggravante della mafia. Così, un piccolo compromesso dopo l'altro, una città è stata consegnata nelle mani della criminalità organizzata».
Ci sono anche ricordi belli della sua città di quel periodo?
«Ma io ho solo ricordi belli. Non ho traumi infantili legati alla mafia. C'era un atteggiamento generale per cui non si arrivava a negare la sua esistenza, ma si negava che fosse pericolosa per noi. Bastava non immischiarsi. Questo in un certo senso ci ha salvato. Il trauma è arrivato in seguito, con le stragi del 1992 costate la vita a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Lì abbiamo capito quali conseguenze ha avuto quella mentalità. Però una cosa devo confessarla: vedere la serie tutta intera mi ha fatto impressione».
In che senso?
«Mi sono reso conto che nel tentativo di avere una vita decente navigavamo in un mare mosso facendo finta che fosse calmo. Quello che mi piace, invece, è che il racconto non perde mai il gusto per la presa in giro».
Lo stesso gusto che c'è in «In guerra per amore», il suo secondo film, nelle sale in questi giorni, in cui parla del ruolo della mafia nello sbarco degli alleati in Sicilia nel 1943.
«È quello che so fare: penso che finché c'è il sorriso c'è la speranza».
Ora a cosa sta lavorando?
«Alle sei nuove puntate di ?Il testimone?, che andranno in onda a gennaio su Tv8. Fra queste ci sarà una puntata su Roberto Bolle e una sul Buthan».
Sul Buthan?
«È un piccolo paese fra il Tibet e l'India dove, oltre al prodotto interno lordo, ci si preoccupa anche dell'indice di felicità che viene prodotto nella società. Mi sembrava un posto interessante da andare a visitare».
In una delle ultime puntate di «Il testimone» l'abbiamo vista negli Stati Uniti.
«Mai avrei pensato di avere uno shock come questo. E penso: gli americani sono passati da Bush a Obama. E ora da Obama a Trump. In fatto di colpi di scena non scherzano. È proprio vero: sono degli sceneggiatori imbattibili».