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Remo Girone «Quanto mi piace fare il cattivo»

Dopo tanti anni torna in tv nella fiction di Canale 5 «Furore - Capitolo secondo». E vi sorprenderà ancora

Foto: Remo Girone

09 Febbraio 2018 | 17:54 di Giusy Cascio

Quando è in scena ha sempre un’ombra sinistra nello sguardo e un timbro oscuro nella voce. Ma fuori dal set Remo Girone è tutt’altro che cupo, come sono invece tanti suoi personaggi: dal Tano Cariddi de «La piovra» che lo ha reso popolarissimo, fino a Osvaldo Calligaris della seconda stagione di «Furore», in onda da domenica 18 febbraio su Canale 5. L’attore non si vedeva in televisione dal 2012, quando in due fiction a tema religioso si era calato nei panni di Ponzio Pilato e di papa Pacelli, Pio XII.

Le fa piacere tornare in tv dopo qualche anno?
«Molto. Sono contento, perché “Furore” è una fiction importante. Ambientata in Liguria negli Anni 60, racconta i pregiudizi con cui venivano accolti i meridionali in cerca di lavoro. Ma gli emigrati di allora, magari, oggi sono razzisti nei confronti dei migranti. La storia non va dimenticata, perché si ripete».

Che ruolo ha nella serie?
«Perfido come piace a me. Più cattivo di così non mi avete mai visto. Il personaggio di Osvaldo è un ex podestà fascista, antisemita, razzista, con un passato misterioso. Molto ricco e avido di potere, è il proprietario dei migliori alberghi del paesino di Lido ligure, ma gli hotel non gli bastano mai. Diciamo che sono il “motore” della trama, dove ne succedono di tutti i colori: passioni, amori contrastati, intrighi».

Perché preferisce interpretare i cattivi?
«Perché mi piace sottolineare l’aggressività: i buoni non sono mai aggressivi, danno meno soddisfazione. I cattivi invece permettono di sfruttare tutte le possibilità della recitazione. Anche se a volte, lo confesso, mi hanno tolto il sonno. Da giovane in teatro ero depresso e non dormivo per gli incubi. Andavo in analisi e li raccontavo alla mia psicanalista. All’epoca mi turbava mettere in scena certi abissi dell’animo umano. Poi ci si abitua. Capisci che ci vuole coraggio per scavare dentro di sé e tirare fuori il peggio. Ma, se è fatto bene, il risultato è magnifico».

Il crudele Tano Cariddi di «La piovra» è ancora un po’ parte di lei?
«Osvaldo di “Furore” è ancora più spregevole di Tano Cariddi, glielo garantisco (ride). Ma a Tano sono grato. Sa che è stato lui a farmi lavorare per la prima volta a Hollywood? La costumista del film “La legge della notte” (del 2016, ndr), Jacqueline West, ha suggerito al regista Ben Affleck il mio nome per il personaggio del boss Maso Pescatore perché aveva a casa tutte le videocassette di “La piovra”. È stata una bella esperienza, sul set ho incontrato anche Leonardo DiCaprio, che era fra i produttori».

Non è detto che l’esperienza hollywoodiana non si possa ripetere.
«Se mi richiamano io vado! Intanto ho girato un film con Peter Greenaway: “Walking to Paris” (camminando verso Parigi, ndr). Racconta la vicenda, tra leggenda e realtà, dello scultore rumeno Constantin Brancusi che nel 1904 disse di aver percorso a piedi tutta la strada dalla Romania a Parigi. Io interpreto il figlio dell’artista».

Qual è il segreto di una carriera come la sua?
«Lo studio. Da ragazzo ho avuto buoni maestri: mi hanno insegnato a prepararmi bene per recitare al meglio».

Conta anche la solidità degli affetti?
«Tantissimo. Io e mia moglie Victoria stiamo insieme dal 1976 e cerchiamo anche di recitare insieme. L’ho sposata due volte: nel 1982  in municipio e poi, dopo aver combattuto il cancro, in chiesa nel 1995. Lei ha rimesso lo stesso abito, a me non entravano i pantaloni del vecchio vestito (ride)».

C’è sempre un «prima» e un «dopo» quella malattia.
«Sì, è così. Anche se guarisci non dimentichi. All’inizio ti riprometti che non rifarai certe cose. Ma poi passa il tempo e torni ai vecchi vizi, ai difetti. Io sono orgoglioso, per esempio. Qualcuno dice permaloso, ma è orgoglio».

Lei è nato in Africa, sua moglie in Argentina. Voi abitate a Montecarlo, vostra figlia Veronica vive a Tokyo. La famiglia Girone giramondo non ha confini.
«Meno male che c’è Skype, altrimenti la bolletta telefonica sarebbe salata» (ride).

Ma c’è un confine che lei non oltrepasserebbe mai?
«Quelli che oltrepasso nella finzione. Odiare, picchiare qualcuno, uccidere».

Invece in che cosa mette tutto il suo «furore»?
«Nel lavoro. Se mi dicono che in un certo ruolo sono stato bravo è il massimo: è molto facile farmi felice».

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