Sabrina Ferilli torna con la fiction “L’amore strappato”

Canale 5 ha deciso di rimandare in onda la serie in tre puntate, diretta da Simona Izzo e Ricky Tognazzi

Sabrina Ferilli in "L’amore strappato"
10 Febbraio 2021 alle 08:46

Quando andò in onda, quasi due anni fa, “L’amore strappato” fu un colpo al cuore per il pubblico, che seguì la fiction con enorme interesse. Il tema, quello di un errore, anzi un paradosso giudiziario, in seguito al quale una bambina di 6 anni viene strappata alla sua famiglia per finire prima in un istituto e poi adottata, fece riflettere e suscitò clamore. Tanto più che si trattava di una storia vera.

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Ora Canale 5 ha deciso di rimandare in onda quella serie in tre puntate, diretta da Simona Izzo e Ricky Tognazzi, che vede protagonista Sabrina Ferilli nei panni di Rosa, una madre che, a causa di un errore giudiziario di cui è vittima il marito Rocco (Enzo Decaro), accusato ingiustamente di molestie, si vede portare via la figlia Arianna da un assistente sociale. Rosa lotta con coraggio e determinazione per dimostrare l’innocenza dell’uomo che ama, il padre di sua figlia, e per riavere così la sua bambina. Ma quando il calvario giudiziario dell’uomo si conclude con un’assoluzione piena, la bambina, ormai cresciuta, dopo anni trascorsi in istituto è stata data in adozione e non può tornare dalla sua famiglia naturale. Rosa e Rocco non sanno più nulla della loro figlia e cominciano così una ricerca lunga, disperata e caparbia per poter riabbracciare finalmente Arianna, che nel frattempo è diventata una ragazza e dei suoi genitori e dell’adorato fratello Ivan ha solo ricordi sfumati.

Una vicenda dolorosissima, che i registi, Simona Izzo e Ricky Tognazzi, e Sabrina Ferilli avevano scelto di raccontare.

Sabrina, come è nato il suo coinvolgimento in questa serie?
«Conoscevo la storia e avevo letto “Rapita dalla giustizia” (di Angela L. con Caterina Guarneri e Maurizio Tortorella, Bur, 12 euro, ndr), il libro che la racconta. Quando c’è stata l’occasione di farne una fiction ho accettato. Da sempre le storie che hanno un interesse civile e sociale sono quelle che mi interessano di più».

Una vicenda assurda...
«Fortunatamente sono casi estremi, che però possono succedere. Ecco perché vanno raccontati. Questa è una vicenda che è partita dalle dichiarazioni di una bimba di 6 anni: quanto possono essere attendibili i piccoli? E quanto possono essere condizionati? D’altronde però i bambini sono i più indifesi: è giusto ascoltarli e che le “antenne” siano sempre all’erta. Come si può fare?».

Le fa piacere che la serie venga rimandata in onda?
«Sono felice che venga riproposta perché è un lavoro non solo riuscito, ma che ha acceso un riflettore su un immenso problema giuridico, oltre che sociale: quello delle adozioni».

Il ruolo di Rosa ha un grande carico emotivo.
«È vero. Emotivamente ha significato tanto. Quando interpreti dei ruoli che ti portano a soffrire su ingiustizie così grandi, soprattutto sapendo che questa è una storia vera, e quindi ci sono persone in carne e ossa che hanno vissuto tutto questo, allora il dolore diventa più tangibile, più concreto. Ho fatto però attenzione a non dare l’immagine di una donna che fosse contro la giustizia o che avesse da rivendicare un torto verso un giudice o un magistrato. Perché mi piace pensare che anche un errore mostruoso come questo possa essere fatto in buona fede per la tutela di un minore».

Come è stato assistere da spettatrice alla serie?
«Dal punto di vista emotivo sono sempre più coinvolta quando lavoro. Da spettatrice invece osservo il contesto, la storia, le situazioni, il film nella sua totalità».

Dopo la messa in onda ci sono state reazioni?
«Abbiamo avuto grande solidarietà e decine di famiglie mi hanno scritto raccontando le loro storie. Per questo da più di un anno sostengo il Moige, il Movimento italiano genitori, che ha fatto degli affidi illeciti una delle sue principali battaglie, per arrivare in Parlamento e far sì che alcune leggi vengano modificate».

Raccontare questa vicenda è stato utile per evitare nuovi errori o paradossi giudiziari?
«Niente è facile, ci vuole tempo e perseveranza, tenendo però sempre presente, e lo sottolineo, che nessuno toglie importanza al lavoro delle case famiglia, degli assistenti sociali e dei tribunali minorili. Ciò detto, quando in contesti come questi succedono cose drammatiche, bisogna non solo avere il coraggio di sottolinearle, ma se ci sono anomalie strutturali, di leggi non giuste, si deve avere il coraggio e l’urgenza di modificarle».

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