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«Sotto copertura»: cosa c’è di vero nella serie

Con l’aiuto degli autori abbiamo indagato sulla storia reale raccontata nella serie tv. E abbiamo scoperto che In questa fiction non c’è (quasi) finzione

Foto: Alessandro Preziosi interpreta il boss dei Casalesi Michele Zagaria, mentre Claudio Gioè è Michele Romano, personaggio ispirato a Vittorio Pisani, il capo della Mobile che catturò Zagaria

06 Novembre 2017 | 10:40 di Paolo Fiorelli

Quanto c’è di vero nella storia raccontata in «Sotto copertura - La cattura di Zagaria»? Quando una fiction racconta fatti reali la domanda è inevitabile. E noi abbiamo trovato le risposte scoprendo che sì, a parte alcune «licenze poetiche», è andata proprio come nella serie di Raiuno.

Resta però una domanda che si sono fatti (quasi) tutti gli spettatori: ma perché Zagaria non è fuggito, se sapeva di essere braccato? Perché, come ha spiegato il magistrato responsabile delle indagini Catello Maresca, un boss «non può» fuggire: deve restare nel suo territorio per dimostrare ad amici e nemici di avere ancora tutto il suo potere.

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Chi è davvero Michele Zagaria, il capo interpretato da Preziosi?

Il boss (sopra, a destra, a fianco dell’attore Alessandro Preziosi) è nato a San Cipriano d’Aversa, in provincia di Caserta, nel 1958. Comincia la sua carriera criminale negli Anni 80 e nel decennio successivo si afferma come un capo del clan camorristico dei Casalesi. La sua latitanza dura 16 anni, durante i quali viene condannato all’ergastolo. Dopo l’arresto di Mario Iovine nel 2010, è considerato il boss più importante del clan ancora in libertà. Il 7 dicembre del 2011 viene arrestato a Casapesenna, vicinissimo al suo paese natale. Dicono gli autori: «È un uomo pieno di contraddizioni, feroce, ma anche abile e prudente, di cui abbiamo cercato di rintracciare un volto riconoscibile dietro al profilo di criminale efferato».

Chi è Michele Romano?

Dietro il nome di fantasia del personaggio interpretato da Claudio Gioè (a sinistra) è ritratto Vittorio Pisani, ai tempi della vicenda capo della Squadra mobile di Napoli e oggi questore. Arrestando prima il boss Antonio Iovine e poi Zagaria, Pisani ha di fatto «decapitato» il clan dei Casalesi.

Le indagini e la cattura del boss sono state rappresentate fedelmente?

Sì. Vittorio Pisani e Catello Maresca (il magistrato responsabile delle indagini) hanno fornito una consulenza continua. Non solo: «Grazie all’aiuto della magistratura» dice il regista Giulio Manfredonia «siamo entrati nel bunker dove ha dimorato Zagaria. Vi assicuro che girare delle scene nel vero bunker è stata una delle più grandi emozioni della mia vita». La scansione delle fasi dell’indagine è autentica anche in episodi che sembrano inverosimili come l’invito, fatto al commissario dai complici di Zagaria, a bere un caffè nella casa sotto cui era nascosto il boss; gli esami scientifici della spazzatura; la microspia nascosta in una poltrona e le intercettazioni. Sono invece inventati alcune figure ed episodi che toccano le vite private delle persone. Per esempio, nel personaggio di Agata (Alejandra Onieva) sono stati sintetizzati diversi rapporti affettivi di Zagaria. Infine, con la morte di Arturo (Simone Montedoro) si sono voluti ricordare tutti quei poliziotti e quei cittadini innocenti uccisi dalla camorra.

Dove era il set?

La fiction è stata girata nei luoghi reali in cui si sono svolte le vicende. A Napoli, dove aveva sede il quartier generale degli investigatori, e a Casapesenna (Caserta), dove è stato possibile girare nella vera casa che aveva ospitato Zagaria fino al suo arresto.

Il rifugio era così sofisticato?

Sì. C’era una stanza costruita su binari che poteva muoversi, liberando il passaggio (a destra) verso un bunker sotterraneo di 45 metri quadri con soggiorno, cucina e bagno. Per non farsi scoprire, l’energia necessaria a muovere l’intera stanza veniva rubata lontano, con un allaccio abusivo a un palo dell’elettricità.

C’è stato un depistaggio?

Sì, Vittorio Pisani ha subito un processo per abuso di ufficio e favoreggiamento ma è stato assolto con formula piena. Invece Salvatore Lo Russo (a destra), il «pentito» che lo aveva accusato, è stato condannato per calunnia. A lui si ispira il personaggio interpretato nella fiction da Paolo Sassanelli.