“Autumn beat”: vi racconto un’Italia che sta cambiando

Antonio Dikele Distefano debutta alla regia di un film su Prime Video

"Autumn Beat"  Credit: © Prime Video
9 Novembre 2022 alle 08:00

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Da artista hip-hop conosciuto con lo pseudonimo Nashy - a scrittore e fondatore di Esse Magazine, sceneggiatore e ora anche regista. Con il film “Autumn Beat”, Antonio Dikele Distefano racconta i giovani di “seconda generazione”, ragazzi neri nati e cresciuti in Italia. Il lungometraggio arriva su Prime Video in tutto il mondo il 10 novembre.

"Autumn beat", scritto anche da Massimo Vavassori, è interpretato dagli attori Hamed Seydou e Abby 6ix ed è la storia di due fratelli, Tito e Paco, cresciuti a Milano con il sogno di diventare numeri uno nel mondo del rap. Tutto sembra andare per il verso giusto ma l’ambizione e l’amore per la stessa donna metteranno a dura prova il loro rapporto.

Subito una curiosità: le origini del tuo nome e cognome.
«Sono nato da genitori angolani e in Angola, dove si parla il portoghese, molti nomi sono latini. Basti pensare al primo presidente che si chiamava António Agostinho Neto. Non sono parente del grande tenore siciliano Giuseppe Di Stefano… (sorride) ».

Dalla scrittura alla macchina da presa. Com’è stato il passaggio?
«Scrivere è parlare senza essere mai interrotto. La cosa bella del cinema è quando finisci di scrivere la sceneggiatura. Difficilmente il film è quello che ti immagini perché diventa sempre qualcos’altro. L’obiettivo è far sì che diventi qualcosa che ti piace».

Il film è il ritratto della tua generazione e del genere rap
«Ho voluto raccontare la storia di una famiglia che cambia nel tempo e il fatto che ci sono tante occasioni nella vita per ricominciare. Per questo film mi sono ispirato a "Moonlight" di Barry Jenkins che è il mio regista preferito».

Quanto ti senti Tito e quanto Paco?
«Entrambi. Paco nella volontà di realizzarsi e Tito nell’istinto di scappare!».

Tu sei un esempio per tanti ragazzi della tua età: hai realizzato il tuo desiderio…
«Non avevo alternative. Nella vita potevo fare solo questo. Non mi è mai piaciuta l’idea di trovarmi un lavoro tanto per ma ho cercato di crearmelo».

A differenza di quello che avviene nella musica, il cinema ha sempre un po’ snobbato gli attori neri. Stanno cambiando le cose?
«No. Di recente ho visto un film dove a un bravissimo attore - che noi non avevamo preso perché aveva un forte accento romano- fanno fare la parte di un ragazzo appena sbarcato in Italia che a malapena parla in italiano. Pian piano qualcosa sta cambiando, ma ce ne è di strada da fare».

Cosa conservi del tuo passato da “Nashy”?
«Tantissimo. Quando lavoro ai progetti ho sempre un approccio molto rap. Ce l’ho nel sangue. D’altronde ho cominciato a scrivere da giovanissimo».

Tu sei cresciuto a Ravenna. Le città di provincia e le periferie sono da sempre considerate “fabbriche” silenziose e naturali di talento. Sei d’accordo?
«Il fattore determinante è la fame. Nel mio ufficio sono tutti ragazzi di provincia che vengono qui e sperano di spaccare».

Per il racconto delle donne nel tuo film a chi ti sei ispirato?
«Sono cresciuto in un contesto femminile, con mia madre e le mie sorelle. E poi ho avuto tante relazioni perché non sono in grado di stare da solo e anche se su questo aspetto sto lavorando. Nel film ci sono sicuramente tratti autobiografici ma anche pezzi di vita dei miei amici che mi hanno ispirato. La mamma dei due fratelli nel film, molto dedita alla preghiera - in linea con la cultura africana -è diversa dalla mia. Claudia, mia mamma, è credente comunque, mentre io no».

Sarai il suo orgoglio…
«A lei l’unica cosa che interessa è che io sia in salute, che sia educato e che tratti bene le mie sorelle».

È vero che però ad un certo punto non hai voluto proseguire gli studi fermandoti alla terza media?…
«Sì perché non ho voglia di fare quello che mi dice la gente. Non ce la faccio a stare sempre negli schemi. Mi capitava che la mattina non andavo a scuola oppure ci andavo senza zaino perché non ci pensavo. Non avevo voglia di fare i compiti. Sono consapevole di non essere un bellissimo esempio per i miei nipoti ai quali dico che però non devono comportarsi come me e di impegnarsi nello studio».

Nel film hai coinvolto nomi famosi della scena rap italiana. Come li hai convinti?
«Durante la scrittura, ci rendevamo conto che per rendere più credibile la storia ci servivano elementi veri, ecco perché abbiamo chiamato diversi artisti. Guè sin dall’inizio è stato entusiasta così come Ernia, Sfera Ebbasta».

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