Fabio Volo: «I social? Ok, ma io amo parlare con le persone»

Nel film "Genitori vs Influencer" è un prof vecchio stile che diventa una star del web con l’aiuto della figlia adolescente

Fabio Volo
2 Aprile 2021 alle 09:59

Alle 10 del mattino, quando finisce il suo programma in radio, Fabio Volo è pimpantissimo. «Sono felice» spiega. Il 4 aprile, domenica di Pasqua, esce in prima assoluta su Sky Cinema Uno e in streaming su Now il suo nuovo film da protagonista: “Genitori vs Influencer”.

Interpreta Paolo, prof di filosofia vedovo e papà di una adolescente. Le è piaciuto questo ruolo?
«Mi sono sentito come Mosè che vede davanti a sé la terra promessa: io ho due figli piccoli, Sebastian di 7 e Gabriel di 5 anni, e mi sono prefigurato di cosa mi dovrò occupare tra qualche tempo. Arriva il momento in cui il tuo bambino, il tuo cucciolo inizia a camminare con le sue gambe e dice: “Papà, spostati”. E tu stai male, ma sei anche contento».

La sua “bambina” nel film ha un nome francese, Simone, che si pronuncia “Simòn”, come la scrittrice de Beauvoir.
«E i compagni di scuola la prendono in giro chiamandola Simone Inzaghi (ride)».

«Siamo noi a dare agli altri il potere di farci male» le dice il padre, per aiutarla a difendersi. Questa frase rispecchia le sue convinzioni?
«Sì, l’avevo già letta in passato e l’ho introiettata. Mi ha aiutato perché, per il lavoro che faccio, mi capita spesso di finire sotto attacco».

A chi ha permesso di farle del male nella vita?
«L’ho concesso a mio padre e a mia madre, agli amici. Poco agli sconosciuti. Dato che ho lasciato la scuola a 14 anni per andare a lavorare, non ho avuto, come gli altri ragazzi, una persona di riferimento che desse loro un voto: 7, 8, 5, 6. A scuola è il professore, poi da grandi diventa il capo ufficio o il capo partito… Non ho avuto questa figura giudicante, il mio valore dipendeva e dipende dall’impegno che metto nelle cose».

Cosa prova nel vedere i ragazzi di oggi sempre incollati a uno schermo?
«Nel film si lascia intuire che un punto di incontro tra le generazioni è possibile. Ognuno tende a mitizzare il periodo della propria gioventù. Noi ci parlavamo nelle panchine in piazza ed era bellissimo, ma io spero che anche i ragazzi di oggi abbiano dei bei ricordi di quello che hanno vissuto».

Guardando ai giovanissimi che usano il social Tik Tok si sente un “boomer”, ovvero un po’ anziano e superato?
«Sì. Infatti tra i social uso solo Instagram, perché ho capito che era utile per lavoro. E comunque prima di pubblicare qualcosa devo pensarci su, non mi viene affatto naturale».

C’è una cosiddetta “challenge”, una tipica sfida da social, che vincerebbe di sicuro?
«Se la sfida fosse non uscire di casa per giorni, vincerei. Invece coi balletti di Tik Tok sarei un disastro».

Lei il telefonino lo usa ancora per telefonare?
«Scherza? Telefonare oggi è com’era pomiciare ai tempi nostri (ride). Chiamare una donna senza avvisarla prima, “Posso chiamarti?”, è come darle un bacio sul collo!».

Sua moglie Johanna sbircia nel suo cellulare?
«Credo di no».

I suoi bimbi lo toccano?
«Ogni tanto me lo rubano e scattano foto. Così mi ritrovo con 40 immagini del tappeto da cancellare».

L’influencer nel film (e nella vita vera) è Giulia De Lellis: personaggio televisivo (“Uomini e donne”, “Grande Fratello Vip”) e autrice del libro “Le corna stanno bene su tutto”. Com’è andata?
«Bene. Su Giulia ci poteva essere il pregiudizio. Per la storia, cercavamo una come lei, una influencer che sponsorizza prodotti sui social, appunto. Si è rivelata molto più naturale lei di altre attrici che interpretavano una come lei. È stata brava».

Il personaggio di Giulia è autoironico, se lo aspettava?
«Ma pure Giulia è così, è piacevole lavorare con lei sul set».

Ha avuto anche il piacere di recitare con uno dei suoi miti: Nino Frassica.
«Grande! Un numero uno, un mostro di bravura. Tra un ciak e l’altro infila una battuta surreale delle sue. Frassica è rimasto un bambino, amo la purezza dell’energia che emana».

Nel film a un certo punto vediamo Barbara d’Urso e “Le iene”. Ciò significa che i personaggi nati on line hanno bisogno della televisione per farsi conoscere dal grande pubblico?
«La tv più che altro è utile a far capire ai genitori che lavoro fai. Se sei famoso sui social non conta, ma se vai in tv va bene, vuol dire che il tuo lavoro funziona. Quando ho iniziato a fare radio, mia nonna mi chiedeva: “Sì, ma di lavoro cosa fai?”. E pensare che sono passati vent’anni, ho iniziato coi fax, poi sono arrivate le mail…».

Sono passati vent’anni anche dal suo primo romanzo, “Esco a fare due passi” (Mondadori).
«Radio e scrittura sono sorelle perché con le parole accendono l’immaginazione. Se scrivo o dico in radio: “La casa sul lago è rossa”, la gente se la costruisce nella mente. La tv invece le immagini te le dà già bell’e fatte».

Il prof di “Genitori vs Influencer” diventa una star creando un corso per anti-influencer. Ma per diventare famoso come lei che “materie” si studiano?
«Viaggiare, fare l’amore, leggere, guardare film, parlare con le persone».

Smessi i panni del personaggio Fabio Volo, com’è l’uomo Fabio Bonetti?
«Sono tutto il contrario del personaggio: riservato, pacato e silenzioso».

Quindi il successo che la fa più felice qual è?
«Sapere che, al di là del milione di follower su Instagram, c’è un sacco di gente che mi vuole bene».

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