Home TvFilm“Hamilton”: di cosa parla il musical su Disney+ e chi era Alexander Hamilton

“Hamilton”: di cosa parla il musical su Disney+ e chi era Alexander Hamilton

È disponibile in streaming la registrazione dal vivo del musical di maggior successo dell'ultimo decennio

Foto: "Hamilton"

03 Luglio 2020 | 16:37 di Giulia Ausani

Meno famoso di George Washington e Thomas Jefferson, Alexander Hamilton è ricordato come uno dei padri fondatori degli Stati Uniti. È stato il primo segretario al tesoro USA dopo l’indipendenza, il suo ritratto campeggia sulla banconota da dieci dollari ed è il protagonista del musical teatrale di maggior successo dell’ultimo decennio. Musical che finalmente può essere visto da milioni di persone in tutto il mondo senza dover sborsare cifre da capogiro per un biglietto di Broadway o del West End a Londra: da venerdì 3 luglio infatti “Hamilton” è disponibile su Disney+ in tutti i paesi in cui il servizio streaming è attivo, tra cui ovviamente l’Italia (ma solo con sottotitoli in inglese, almeno per il momento).

Non si tratta di un adattamento cinematografico del musical, ma di una ripresa dal vivo dello spettacolo teatrale realizzata a New York nel 2016 con il cast originale, per un risultato finale che combina le emozioni del teatro dal vivo con raffinate tecniche di ripresa.

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Il musical

Da un’idea di Lin-Manuel Miranda, che oltre a interpretare il ruolo del protagonista ha scritto anche le musiche e i testi dello spettacolo, “Hamilton” ha debuttato nel 2015 e ha subito riscosso un incredibile successo di pubblico e di critica, con undici Tony, un Grammy, sette Olivier e un premio Pulitzer per la drammaturgia. 

L’idea per un musical sul primo segretario del tesoro è venuta a Miranda mentre era in vacanza. In aeroporto si è trovato tra le mani la biografia di Alexander Hamilton curata da Ron Chernow, e dopo i primi capitoli ha iniziato a immaginare un musical su di lui. Nel 2009, in un evento alla Casa Bianca si è esibito in una prima versione di quello che sarebbe poi diventato il numero di apertura dello spettacolo, strappando qualche risata al pubblico — Barack e Michelle Obama compresi — nel presentare Alexander Hamilton come un «simbolo dell’hip hop» (su Youtube trovate ancora il video). 

E pur essendo soprattutto hip hop, il musical mescola generi diversi, tutti in qualche modo emblema dell’America contemporanea: i dibattiti del Gabinetto sono delle rap battle, c’è l’R&B in stile Destiny’s Child, e le canzoni di re Giorgio III richiamano le sonorità del pop britannico Anni 60. Il regista teatrale Thomas Kail l’ha spiegato bene: «Alexander Hamilton è una persona nata in circostanze molto difficili — profonda povertà, senza genitori, senza supporto — che ha usato le parole per uscire da quelle circostanze, e poi è molto violentemente a causa di quelle parole. È una tipica storia hip hop. È la storia di Tupac».

I testi sono curatissimi (anche nel rap, George Washington usa un registro più elevato e ricercato rispetto ad altri, specchio della sua istruzione e del suo ruolo politico) e sono incredibilmente densi, una vera e propria valanga di parole. «Hamilton produsse oltre ventisette volumi di scritti», ha detto Lin-Manuel Miranda nel 2015 in un’intervista. «Mi sembra appropriato aver usato un genere musicale che trasmette più parole al minuto di qualunque altro».

Per raccontare la nascita degli Stati Uniti, Lin-Manuel Miranda ha deciso di usare un cast che rispecchiasse la varietà dell’America contemporanea, sacrificando l’accuratezza storica per parlare della società di oggi: gli attori sono quasi tutti non bianchi (l’unica eccezione è re Giorgio III, interpretato da Jonathan Groff) e il messaggio politico è fortissimo. Hamilton stesso del resto era un immigrato proveniente dai Caraibi, e in “Yorktown” c’è uno scambio di battute tra Hamilton e il francese Lafayette (“Immigrants?” “We get the job done”) che scatena puntualmente l’ovazione del pubblico. 

Pur seguendo una biografia ufficiale, il musical si prende alcune libertà, sia cronologiche che drammaturgiche, e Lin-Manuel Miranda è stato criticato per essere stato un po’ troppo indulgente con il “suo” Hamilton, che viene dipinto come più spiccatamente abolizionista di quanto non fosse in realtà. 

Chi era Alexander Hamilton

Alexander Hamilton nasce nei Caraibi, cresce orfano e in povertà e si trasferisce a New York per studiare. Lì prende parte alla guerra per l’indipendenza americana, diventa tenente colonnello di George Washington e, dopo la guerra, fa una carriera in politica diventando il primo segretario al tesoro, padre del sistema finanziario statunitense e autore di quasi metà dei Federalist Paper. Nel corso della sua carriera politica si fa parecchi nemici, scontrandosi più volte con Thomas Jefferson e James Madison. Alla fine muore proprio per colpa della politica: dopo aver appoggiato Jefferson nella corsa alla presidenza, decretando così la sconfitta dell’allora vicepresidente Aaron Burr, quest’ultimo lo sfida a duello e lo uccide.