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26 Gennaio 2018 | 13:28

Liberi sognatori, il ricordo della sorella di Emanuela Loi

La serie di Canale 5 omaggia l'agente di scorta uccisa nell'attentato in cui morì il giudice Paolo Borsellino

 di Andrea Di Quarto

Liberi sognatori, il ricordo della sorella di Emanuela Loi

La serie di Canale 5 omaggia l'agente di scorta uccisa nell'attentato in cui morì il giudice Paolo Borsellino

Foto: Greta Scarano nei panni di Emanuela Loi in «Liberi Sognatori»

26 Gennaio 2018 | 13:28 di Andrea Di Quarto

La casa dove è nata e cresciuta Claudia Loi, a Sestu, nel cagliaritano, sorge nella via che porta il nome di sua sorella Emanuela, la prima donna poliziotto caduta in servizio. Emanuela, a cui è dedicato il terzo episodio della serie di Canale 5 «Liberi sognatori», svolgeva servizio a Palermo ed era uno dei cinque agenti di scorta del magistrato Paolo Borsellino saltati con lui nell’attentato compiuto con 90 chili di tritolo il 19 luglio del 1992. Un bagno di sangue ordinato da Totò Riina e passato alla storia come la strage di via D’Amelio.

«Non ho ancora visto la fiction» ci dice Claudia «però è venuta qui a casa Greta Scarano (che le presta il volto nella fiction, ndr). Le ho parlato di mia sorella perché potesse rappresentarla come era veramente. Greta mi è piaciuta molto, è una ragazza semplice. Mi ha convinto. Sono contenta che la tv ricordi Manuela per il sacrificio che ha fatto per tutti noi».

Scusi, Emanuela o Manuela?
«Emanuela. Ma noi la chiamavamo Manuela. Perfino sulla sua tomba c’è questo nome. Significa “Dio è con noi”». 

È vero che era lei che sognava di entrare in Polizia?
«Sì, mi è sempre piaciuta la divisa, ma quando ero bambina le donne non erano ammesse nei corpi di Polizia. Così quando il veto è caduto, ero entusiasta. Volevo fare qualcosa per la società, per il bene comune».

E invece in divisa ci finì sua sorella.
«Per puro caso. Le chiesi di accompagnarmi a fare il concorso. Eravamo molto legate. Stesse amicizie, stesse scuole, stessa compagnia. Avevamo prima fatto il concorso per l’insegnamento e poi abbiamo provato in Polizia. Lei prese il massimo dei voti. Anche a scuola era la prima della classe. Anch’io entrai in graduatoria e aspettavo una chiamata».

Le raccontava del lavoro?
«Sì, perché io ero curiosa e facevo un sacco di domande. All’inizio per lei, così mingherlina, fu dura. Soprattutto la parte fisica dell’addestramento. E poi correre con la macchina della Polizia, le sgommate, quelle cose lì. Lei non era abituata. Era un tipo prudente, mite. Si era perfino arrabbiata con i miei genitori perché non le avevano insegnato a fare le capriole. Lei proprio non ci riusciva (ride). Però non era il tipo che mollava. Dopo sei mesi l’hanno assegnata a Palermo».

Le piaceva il capoluogo siciliano?
«Passare dalla quiete di Sestu alla bolgia di Palermo non fu facile. “È una città caotica” mi diceva “non si fermano neppure di fronte alle strisce pedonali!”. La macchina se l’era portata da qua: voleva che fosse targata CA e non PA».

A casa sapevate che era nelle scorte?
«Ce lo aveva accennato in maniera vaga, come se fosse una delle tante mansioni che svolgeva. Era alle scorte da appena 15 giorni. Dopo la morte del giudice Giovanni  Falcone erano state rafforzate e lei si era detta disponibile. Però non l’avevano mandata al corso. Lo fanno qui in Sardegna, ad Abbasanta. Manuela ci sperava: “Che bello, così torno un po’ a casa”».

Scortava sempre Borsellino?
«No. Di solito scortava il capo della Squadra mobile Arnaldo La Barbera, che in quei giorni era in vacanza. Manfredi, il fìglio di Borsellino, ci ha raccontato che suo padre, vedendola così piccolina, le disse: “Tu fai la scorta a me? Dovrei essere io a farla a te”».

Che cosa ricorda del giorno della strage di via D’Amelio?
«Ero in vacanza a Riva del Garda. Avevo chiamato casa e mia madre mi aveva detto dell’attentato e che aspettava una chiamata da Manuela per essere tranquillizzata, come aveva fatto quando c’era stato l’attentato a Falcone. Ero convinta che non fosse morta. Mi dicevo: forse è solo ferita. Magari è al mare e non sa nulla. Per questo non chiama. Poi alla tv hanno detto il suo nome. Sono svenuta».

Come ha fatto a reagire?
«Ho dovuto prendere in mano la situazione. Perché io vivevo in famiglia, mentre mio fratello era già sposato e viveva a Monastir, un paese non lontano da qui. Ogni giorno gestivo questo grande dolore. Mio padre non piangeva. Dava forza a noi, rimproverava mia madre per le sue lacrime. Lo ammiravo per la sua forza. Invece il suo sistema immunitario si stava indebolendo ed è morto nel giro di cinque anni».

Quando ha visto Emanuela per l’ultima volta?
«Prima che partissi per quella vacanza. Era la solita. Sempre sorridente, contenta. Anche se era più piccola di me di un anno, era lei che mi dava consigli. Era più matura, aveva la mente più aperta. Per questo ho detto a Greta Scarano di non rappresentarla nella fiction come una ragazza dura, preoccupata. Lei era serena. Ascoltava le canzoni d’amore di Masini, Baglioni e Ramazzotti. E faceva i sogni di tutte le ragazze della sua età: fare carriera, sposarsi, avere dei figli. E naturalmente tornare in Sardegna».

Lei ha più provato a entrare in Polizia?
«La chiamata è arrivata, ma non sono andata. Non ce l’ho fatta».