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In camerino con Fiorello

Incontro con lo showman tra una data e l'altra del suo spettacolo «L'ora del rosario»

Foto: Fiorello  - Credit: © Pigi Cipelli

23 Ottobre 2015 | 21:19 di Stefania Zizzari

«Un po’ di cioccolata? È fondente. Il mio cardiologo dice che, con il vino rosso e la frutta secca, è una mano santa per la salute». Fiorello mi porge un sacchetto con tocchetti di cioccolato. Man mano che prosegue l’intervista diminuiscono inesorabilmente. «E per accompagnarli... queste “lingue di suocera”: non sembra di mangiare i panini con la barretta di cioccolato in mezzo che ci davano da bambini?».

Siamo a Bari, nel suo camerino al Teatro Petruzzelli: tra poco salirà sul palco per il suo spettacolo «L’ora del Rosario». «È la mia prima replica pomeridiana. L’ultima volta che ho fatto qualcosa di pomeriggio era il catechismo…».

Come è la sua giornata-tipo in tournée?
«Mi sveglio alle 6. Verso le 7 faccio colazione. Poi lettura dei giornali, attività fisica in palestra tra le 9 e le 10.30. Alle 11 riunione per mettere a punto lo spettacolo. Quindi pranzo leggero, qui a Bari tanto pesce crudo, e poi da buon siciliano la pennichella: un’oretta. Verso le 17 andiamo in teatro a fare qualche prova, poi vengono gli amici a salutarmi perché io dopo lo spettacolo non vedo nessuno; risparmio a tutti l’ipocrisia di venire in camerino a dirmi: “Complimenti, quanto mi è piaciuto!”. Se ti piace davvero, magari mi mandi un messaggio il giorno dopo. Quindi torno in albergo, mangio un po’ di prosciutto cotto, un’insalata e vado a letto».

Suona triste: è a dieta?
«No. Un paio di anni fa ero ingrassato e giravano delle mie foto tremende in costume. Ho detto: basta. Oggi mi sono rimesso in forma e ho cambiato stile di vita. Se c’è una cena da amici o un’occasione particolare allora mi levo lo sfizio e... “non faccio prigionieri”. Ma il giorno dopo sto più attento».

Quando finirà la tournée?
«A giugno del prossimo anno a Roma. E per il finale vorrei regalarmi qualcosa di più grande rispetto al teatro, come il Foro Italico o le Terme di Caracalla. La novità è che a febbraio farò le mie prime date europee: Zurigo, Bruxelles, Londra e Parigi. L’unico problema è che mi pesa viaggiare: non amo stare in aeroporto, le lunghe attese, il check-in, il decollo, l’ansia del “casca, muoio”… e tutte quelle cose lì».

Va all’estero proprio durante il Festival di Sanremo: che fa, scappa?
«Mi dispiace per Carlo (Conti, ndr), ma questo è un impegno che ho preso precedentemente».

Però gli aveva fatto una promessa…
«È vero. Gli avevo detto che sarei andato a Sanremo, ma senza precisare l’anno... Mi piacerebbe fare l’ospite al Festival, ma dovrebbe essere una sorpresa e questo non è possibile, perché mesi prima del Festival si conoscono i nomi degli ospiti, il giorno in cui arrivano, quanto prendono. Invece io ci andrei anche gratis. Sarebbe bello salire in macchina, arrivare all’Ariston e... magari essere fermato perché non ho il pass».

Su, non sarebbe così impossibile.
«Dovrebbe saperlo solo uno degli autori e nessun altro. All’improvviso, spunto sul palco e… mi gusto la faccia di Conti. Prima della fine della mia carriera mi riprometto di farlo».

Così come si ripromette di tornare in tv con un suo show?
«Io sto bene così: la mia passione per lo spettacolo è soddisfatta dal tour. Vado in scena tutte le sere, alla fine saranno oltre 100 tappe in città grandi e piccole. I social mi aiutano a mantenere il contatto con gli estimatori (non mi piace chiamarli fan). Quando non sono a teatro ho il mio baretto a Roma dove vado ogni giorno come se fosse una radio: a “Edicola Fiore” sono venuti come ospiti i più grandi nomi della musica e dello spettacolo. E alle 6 di mattina…».

Possibile che la tv non le manchi?
«Certo. Ed è bello che tanta gente mi chieda: quando torni?».

Appunto: quando tornerà in tv?
«Fino al 2016 ho il tour».

Finisce a giugno: quindi, autunno dell’anno prossimo?
«Non so. Sarà quando mi sentirò pronto. Anche perché sarà l’ultimo show della mia carriera».

Sì, boom…
«Vorrei smettere bene. Non voglio stare in tv fino a 80 anni».

Ne ha 55: ce ne vuole prima degli 80.
«In effetti ricordo che una volta dissi: a 50 smetto. Ma la parola di un guitto non vale».

Come sarà lo show in tv?
«Metto a frutto le cose che faccio in teatro e le “televisionizzo”. Poi ci sarà l’attualità. E si aggiungeranno gli ospiti, le interazioni con loro, i duetti».

Un varietà, dunque.
«Mi criticano per questo: Fiorello fa sempre la stessa cosa, il varietà. È come dire: il calciatore va in campo e fa sempre le stesse cose, tira, dribbla e fa gol. Certo, il mio genere è il varietà classico, ma del 2015: ispirato a quelli degli Anni 60 e tuttavia con un linguaggio diverso e attuale».

Sono passati quattro anni da «Il più grande spettacolo dopo il weekend»: fece punte di ascolto di più del 50%. La preoccupa il confronto?
«Credo che se si riuscisse a creare un evento si potrebbero raggiungere gli ascolti di una volta. Il problema è che oggi un programma è un trionfo se fa il 25%. E se facessi il 30% direbbero: ha fatto flop. La tentazione è pensare: chi me lo fa fare? Poi ci penso e invece mi dico: ho raggiunto l’età del chissenefrega. E allora, perché no?».

C’è qualcosa che ancora le manca?
«No, perché ho raccolto più di quello che avrei potuto immaginare con le poche cose che so fare».

In molti non la pensano così.
«Sono sincero. Faccio un po’ di tutto, forse niente in maniera eccezionale, ma c’è questa commistione di personalità e di quello che alcuni chiamano talento. Se oggi un Fiorello ventenne andasse a “X Factor” non lo prenderebbero, a “Tú sí que vales” nemmeno. E se facesse un provino a “Zelig” lo manderebbero via: non so far ridere in tre minuti».

Ieri durante lo spettacolo si è trovato alle prese con un lungo attacco di tosse: non riusciva a parlare, eppure ha improvvisato una irresistibile gag comica con lo spray per la gola…
 «I talent premiano la tecnica. Ma per fare il mio mestiere non basta essere bravissimi cantanti o ballerini o imitatori: devi essere te stesso. E io sono così grazie a tutto quello che mi ha riservato la vita: i 20 anni di villaggi turistici, la perdita di mio padre a 28 anni, la famiglia che ho accanto, il percorso professionale che mi ha portato fin qui».

Insomma, di Fiorello ce n’è uno.
«Sì. Poi c’è Fiore per i colleghi, Rosario per gli amici, papà per mia figlia e amore per mia moglie. Anzi, amorino…».

L’intervista è finita. La cioccolata pure.