Flavio Insinna: «Ho inventato un gatto che parla con il Papa»

Il presentatore ci parla dei suoi impegni, tra beneficenza e tv, ma anche del suo irresistibile libro illustrato

25 Luglio 2022 alle 08:21

Flavio Insinna non ama parlare delle sue attività nel campo della solidarietà. Quando c’è da aiutare qualcuno non si risparmia ma lo fa rigorosamente lontano da giornali e telecamere. Stavolta, però, ha deciso di fare un’eccezione sia per l’amicizia che lo lega a Sorrisi sia perché parliamo (anche) di un libro il cui ricavato è destinato a Emergency e, dunque, siamo felicemente “complici” del suo ennesimo impegno solidale.

Flavio, com’è nata l’idea del libro “Il gatto del Papa” che in questi giorni sta presentando in giro per l’Italia?
«Era una favoletta che conservavo in un cassetto. Una sera, in una passeggiata notturna solitaria a piazza San Pietro, avevo visto un grande gatto nero sotto al colonnato e, nello stesso tempo, una delle finestre del Palazzo Apostolico con la luce accesa. Sono abituato a immaginare, a usare la fantasia, e mi sono chiesto: “Cosa succederebbe se quel gatto bussasse alla porta del Papa? E cosa si direbbero?”. Perché, naturalmente, il mio era un gatto parlante (ride). Tornato a casa, ho buttato giù qualche appunto su questa storia che ho raccontato all’amministratore delegato di Rai Com Angelo Teodoli qualche tempo dopo. La favoletta è diventata un libro e ringrazio ancora Rai Libri per avere accettato di devolvere il ricavato delle vendite a Emergency».

L’organizzazione fondata da Gino Strada è una delle realtà con cui collabora.
«Dal 2003. Gino Strada curava e si prendeva cura. Era una di quelle persone che guardano il mondo in un’altra maniera e provano a cambiarlo in meglio. Per esempio: se vado a fare la spesa e vedo il carrello della spesa solidale vuoto, lo riempio. Un professore che conosco mi dice sempre: “Ti ricordo che non puoi salvare tutta l’Africa”. È vero, ma non dobbiamo farne un alibi per non fare nulla. Piuttosto, scegliamo un campo e, come nel calcio, prendiamo qualcuno e marchiamolo stretto. Migranti, poveri, anziani, persone con disabilità: c’è l’imbarazzo della scelta. Se ognuno ne marca uno, qualcosa riusciamo a farla».

Lei è anche tra i volontari della Comunità di Sant’Egidio.
«Un mondo fantastico. Il pranzo di Natale nella Basilica di Santa Maria in Trastevere è un segno fortissimo. Ho contato 16 o 17 etnie sedute allo stesso tavolo. C’era pure una signora italiana, col vestito buono e le perle: era rimasta sola e anche la solitudine è una malattia. Stare seduti tutti insieme è possibile, siamo noi uomini a rovinare tutto. Mi riferisco ai maschi perché fatico a ricordare una donna che abbia dichiarato guerra a un altro Paese. Noi, invece, abbiamo dentro un istinto di sopraffazione sul quale, per usare un eufemismo, dobbiamo lavorare».

Ha citato la guerra.
«Speravo che la pandemia accendesse una nuova fraternità, e invece non impariamo mai. E mi spaventa che, a parte papa Francesco e il cardinale Zuppi, non si senta più parlare di pace. Intanto, mi capita di andare in un centro per persone con disabilità dove devono inaugurare un nuovo reparto di terapia intensiva ma non possono perché non hanno il personale. Però i soldi per le armi li troviamo…».

Lei li trova anche per “La fattoria dei sogni”, nata in provincia di Caserta, su un terreno confiscato alla camorra.
«Ci sono capitato per caso, non ci si può non innamorare di una realtà come quella. Sono le terre di “Gomorra”, quelle di cui parla Roberto Saviano: riprenderle, bonificarle perché producano prodotti buoni invece che veleni, e per di più farle lavorare da persone con disabilità o che hanno saldato il loro conto con la giustizia è una scommessa vinta. C’è un legame con la famiglia di don Peppe Diana (il sacerdote assassinato dalla camorra il 19 marzo 1994, ndr) e ci sono gli incontri con i ragazzi ai quali dobbiamo insegnare che si può fare del bene».

A lei chi lo ha insegnato?
«A scuola, da bambino, facemmo una raccolta per la missione delle suore in Africa e capii che non tutti i bambini erano fortunati come noi che tornavamo a casa con il pullman, avevamo la tv e la mamma che ci chiedeva cosa volevamo per merenda. Mio padre, poi, completò l’opera: a 8 anni mi portava a vedere le partite di basket in carrozzina e a 11, come regalo per la promozione, mi portò in Canada al seguito delle Paralimpiadi. Non fu una vacanza: lui era il medico della Nazionale e io dovevo essere il suo assistente e spingere le carrozzine. Ancora oggi lo ringrazio. Come dice papa Francesco, se non ci carichiamo sulle spalle il fratello in difficoltà, non ci salviamo».

Ora parliamo un po’ di televisione. Quali sono i suoi prossimi impegni?
«A settembre dovremmo iniziare le riprese di un film, il cui titolo provvisorio è “La stoccata vincente”. È la storia vera di Paolo Pizzo, il campione di scherma che a 13 anni, quando stava per entrare nella Nazionale, si è ammalato di tumore al cervello. È guarito ed è diventato campione del mondo ma la medaglia più grande, mi ha detto, è essere vivo. A interpretarlo nel film, che avrà la regia di Nicola Campiotti, sarà Alessio Vassallo. Io sarò il padre che è stato anche suo allenatore. Per questo ho iniziato a prendere lezioni di scherma: ho scoperto un mondo. E mi hanno infilzato come un pollo in rosticceria!».

A novembre tornerà con “L’eredità”.
«Stiamo già facendo delle riunioni, vorremmo introdurre qualche novità per meritarci l’affetto del pubblico. Quella che si è chiusa da poco è stata una stagione straordinaria. Mi piace sapere che facciamo compagnia alle persone. La frase che mi sento dire più spesso è: “Tu ceni a casa mia”. Ma me lo dicono soprattutto le donne; i mariti, invece, mi rimproverano perché, quando c’è “L’eredità”, gli tocca cenare dopo la Ghigliottina!».

Una favola per tutti

“Il gatto del Papa” (Rai Libri, 128 pagine, 16 euro) è una favola scritta da Flavio Insinna e illustrata da Irene Rinaldi. Racconta l’incontro tra un pontefice e un grosso gatto nero parlante. Il ricavato sarà devoluto a Emergency.

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