Francesco Scali è il sacrestano Pippo fin dalla prima puntata di “Don Matteo”

L'attore ha dato il via alla sua carriera grazie a... Nino Frassica

9 Agosto 2022 alle 08:20

Chissà cosa penserebbe il dottor Iannelli se sapesse di aver dato il via alla carriera di Francesco Scali... Purtroppo non lo saprà mai: «Perché non esiste!» esclama ridendo l’attore romano che, fin dalla prima puntata, in “Don Matteo” (ora in replica due volte al giorno con la nona stagione al pomeriggio e la 12ª alla sera) interpreta lo stralunato sacrestano Pippo.

E spiega: «Era il 1982, io avevo solo 23 anni e avevo saputo che Federico Fellini stava preparando il film “E la nave va”. Per questo, dopo avere provato inutilmente a contattare la produzione via telefono, mi ero presentato più volte a Cinecittà ma non mi avevano mai fatto entrare. Finché il mio amico Nino Frassica mi disse: “Tu di’ che hai un appuntamento con il dottor Iannelli. Non esiste, ma in portineria non lo sanno”».

E lei lo fece?
«Certo! All’ingresso mi hanno pure risposto: “Vada ma non so se c’è”! Appena entrato mi sono diretto subito al Teatro 5, dove sapevo che c’era Fellini. Ho cercato Fiammetta, la sua assistente e le ho lasciato una mia foto e qualche riga scritta. Dopo poco tempo mi ha chiamato: Fellini aveva visto la foto e mi aveva scelto per un piccolo ruolo».

E dopo Fellini?
«Ho lavorato in altri film, finora ne ho fatti quasi una trentina (tra questi, “Il nome della rosa” in cui ha interpretato un monaco, ndr). Quello a cui sono particolarmente legato è “Ne parliamo lunedì” di Luciano Odorisio con Elena Sofia Ricci, Andrea Roncato e Sebastiano Nardone».

Poi è arrivata la televisione.
«Nel 1985 Renzo Arbore mi ha chiamato per “Quelli della notte”. Facevo il gobbista, l’addetto al rullo su cui scorrono i testi delle canzoni. A volte sbagliavo la velocità, andavo per conto mio, e di conseguenza Marisa Laurito, Silvia Annichiarico e Antonio e Marcello che cantavano lo facevano più velocemente o più lentamente del dovuto. E Renzo si divertiva moltissimo».

Com’è diventato Pippo, il sacrestano di “Don Matteo”?
«Grazie a Enrico Oldoini, un regista bravissimo che ha ideato la serie con Alessandro Jacchia e che non finirò mai di ringraziare. Lo incontrai un giorno alla Fono Roma, una società di doppiaggio: ci salutammo, due chiacchiere ma niente di che. Dopo 15 giorni ricevetti una chiamata della Lux Vide per fissare un appuntamento con Oldoini. Lui mi disse: “C’è una nuova serie su cui puntiamo molto. Ci sarebbe un ruolo da sacrestano”. Così è cominciata l’avventura grazie alla quale, tra l’altro, sono nate belle amicizie».

Con chi?
«Pietro Pulcini, che interpreta il brigadiere Ghisoni e che è nella serie dalla prima puntata come me. Con Nino Frassica ci siamo ritrovati perché ci eravamo un po’ persi di vista. E poi, Flavio Insinna. Da sempre sono un suo fan, ero andato anche a vederlo in teatro. Quando l’ho incontrato per la prima volta sul set ho visto che era abbastanza muscoloso e così, per attaccare bottone, gli ho chiesto: “Dove vai in palestra?”. Lui mi ha risposto ridendo: “Ar Matriciano!”, che è un ristorante romano».

E Terence Hill?
«Per me è un mito, ero affascinato da lui dai tempi di Trinità, perciò i primi tempi delle riprese non mi avvicinavo troppo. Un giorno, durante una pausa passeggiavo per le vie di Gubbio quando passa lui in macchina con l’autista. Apre il finestrino e mi dice: “Dove vai? Sali, vieni con noi”. Dire che ero imbarazzato è poco. Gli ho risposto: “Grazie, non si preoccupi”. E lui: “Dai, sali, cammini dopo. E dammi del tu. Credimi, sono timido anche io”. Quando ha lasciato la serie ho provato la stessa sensazione che si ha quando un amico parte e va lontano».

Quest’anno è arrivato Raoul Bova.
«E ho fatto proprio una bella figura (ride). Aspettavo il mio turno in sala trucco quando vedo una sagoma appoggiata allo stipite della porta. Aveva la mascherina e gli occhiali scuri e c’era il riflesso del sole, non avrei mai potuto riconoscerlo. Lui ha detto: “Buongiorno” e io subito: “Oh, ma chi è ’sto fico da paura?”. Quando si è tolto occhiali e mascherina e ha detto: “Piacere, Raoul” sarei voluto sprofondare! Per fortuna anche lui è molto simpatico».

In attesa di “Don Matteo 14” ha già altri progetti lavorativi?
«No. Se vengono, mi fa piacere e se non vengono mi fa piacere lo stesso! Ogni tanto faccio qualche spettacolo con Nino e approfitto del tempo libero per dedicarmi ai miei hobby. Mi piace andare a visitare musei, scoprire opere d’arte e camminare a passo veloce nel Parco della Caffarella, vicino a casa. Sono anche attivo nel “book crossing”: con alcuni amici lasciamo i libri che ci sono piaciuti sulle panchine, sperando che qualcuno li prenda per leggerli».

A lei cosa piace leggere?
«Sicuramente amo molto i classici, Andrea Camilleri e Maurizio de Giovanni. E, da appassionato di montagna, tutti i libri di Mauro Corona».

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