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Genova, cronaca di una strage italiana

14 agosto 2018: crolla il ponte Morandi e la notizia fa il giro del mondo. Tra le vittime Giorgio Donaggio, maestro e amico dell'inviato di «Striscia la notizia» Vittorio Brumotti

Foto: Il ponte Morandi dopo il crollo

24 Agosto 2018 | 11:15 di Giusy Cascio

«Dio mio!». L’urlo che abbiamo sentito in tv, con la sua eco nelle reti di tutto il mondo, risuonerà nei nostri cuori per sempre. Segno del terrore, dell’incredulità, ma anche della preghiera per la tragedia che ha colpito Genova e l’Italia intera: alle 11.37 del 14 agosto un tratto di 200 metri del viadotto Morandi sull’autostrada A10 tra i caselli di Genova Ovest e Aeroporto, in zona Sampierdarena, si è «sbriciolato» assieme a un suo pilone di sostegno, trascinando con sé auto e camion nel greto del torrente Polcevera.

C’era chi andava in ferie, chi al lavoro, chi a casa. «Ero in coda, pioveva a dirotto. A un certo punto ho visto crollare tutto come le Torri gemelle» testimonia Valentina Galbusera, ematologa dell’ospedale Villa Scassi, sopravvissuta per un soffio. «Volevo fare retromarcia, ma un ragazzo davanti a me è sceso dall’auto e ha cominciato a correre. Così sono scesa anch’io e ho iniziato a correre per mettermi in salvo. Sono viva per miracolo». Ce l’ha fatta anche il commerciante genovese Gianluca Ardini: il viadotto gli è precipitato letteralmente sotto le ruote del furgone. «È rimasto aggrappato con tutte le sue forze, appeso a dei fili» dice la fidanzata Giulia, incinta di otto mesi. Tra i superstiti, il portiere della squadra di calcio del Legino e vigile del fuoco di origini sarde Davide Capello ricorda: «Ho sentito un boato, sono planato su un pilone e poi sono atterrato sulle macerie. Incastrato lì dentro con la mia auto, sono riuscito a chiamare i soccorsi». E i soccorritori hanno lavorato sempre, senza sosta, tra i rischi, con generosità. Il simbolo del dramma è quel camion verde della catena di supermercati Basko sull’orlo del baratro. L’autista è scampato all’inferno, il veicolo è stato rimosso.

Resta il dolore per le famiglie, i tre bambini, i portuali, gli impiegati, gli operai stagionali che non ci sono più. Nel momento in cui scriviamo, le vittime identificate sono 38 e i feriti 15. Purtroppo si cercano 5 dispersi e il bilancio potrebbe aggravarsi.

Tutti ci chiediamo quali (e di chi) siano le responsabilità: si parla della rottura di uno dei tiranti o di cedimento strutturale dovuto all’usura della struttura inaugurata nel 1967 e costruita su progetto dell’ingegner Riccardo Morandi. La verità verrà a galla solo dopo le indagini della Procura di Genova, già avviate per omicidio colposo plurimo, disastro colposo e attentato alla sicurezza dei trasporti. Ma ci chiediamo anche se (e in quanto tempo) verrà ricostruito «il ponte di Brooklyn» dei liguri, snodo stradale cruciale per la viabilità, il porto, il turismo e l’economia della Regione. Incombe la paura di altri crolli: diverse case saranno abbattute, ci sono oltre 600 sfollati. Intanto, qualche risposta concreta sta arrivando. Il governo ha decretato lo stato d’emergenza nel territorio del capoluogo ligure per 12 mesi. Sabato 18 agosto, nella giornata di lutto nazionale e dei funerali di Stato, in segno di rispetto la Rai e Mediaset non hanno mandato in onda la pubblicità e non si sono giocate le partite di campionato dei club genovesi: Sampdoria-Fiorentina e Milan-Genoa. I palinsesti televisivi sono stravolti per le dirette sulle ultime notizie e i personaggi del mondo dello spettacolo mandano messaggi di solidarietà. La ferita di Genova è la ferita del Paese. Un Paese che adesso si augura che la città, piegata, non si spezzi. E che con il suo carattere forte possa presto rialzarsi.

L’inviato di Striscia ha perso un maestro

Linviato di «Striscia la notizia» ed ex campione di bike trial Vittorio Brumotti sta affrontando un lutto profondo. Non solo perché è nato a Finale Ligure (SV), e sul ponte Morandi ci è passato tante volte per attraversare la sua terra da Ponente a Levante. Ma perché su quel ponte ha perso la vita il suo «mito»: Giorgio Donaggio, ex campione italiano di moto Trial. Savonese di Andora, aveva 57 anni e lascia la moglie e tre figli.

Per lei era uno di famiglia?
«Mi ha cresciuto, sì. Era “il Richard Gere del Trial”, con i suoi occhioni azzurri. Per me è stato uno zio-padre-amico. Ha creduto in me e mi ha trasmesso la passione per gli sport estremi: è stato una guida, una speranza». 

Perché era su quel ponte?
«Andava a Santa Margherita Ligure per lavoro, aveva un cantiere nautico. Ironia della sorte, guidava una Volvo XC60, l’auto più sicura del 2017».

Come  lo ricorderà ?
«Portando a termine ciò che stava organizzando, alcune gare vicino a Varazze. Andremo avanti, “The show must go on”. Lui avrebbe voluto così».

È stato sul posto del disastro?
«Sì. Studio i ponti da record, alcuni li ho tatuati sulla schiena. Tra l’altro, anche se dalle immagini dei droni e degli elicotteri non sembra, i cumuli di macerie sono alti come un palazzo di 20 piani».

Da ligure, cosa prova?
«Rabbia. Ma ora dobbiamo rimboccarci le maniche, evitando polemiche e rimpalli di responsabilità».