Gerry Scotti: «Ricomincio a gustare le piccole gioie della vita»

Il presentatore è guarito dal Covid e racconta a Sorrisi il suo ritorno a casa dall’ospedale: «Ora posso pensare alla nipotina in arrivo». «Il profumo del caffè, il sapore dell’olio sulla mia amata pasta in bianco... I negazionisti? Li farei stare anche solo un minuto davanti alla porta della terapia intensiva. E capirebbero»

Gerry Scotti. Uno scatto nel soggiorno di casa solo per i lettori di Sorrisi
26 Novembre 2020 alle 08:24

«Per me fare un’intervista con Sorrisi è come tornare a casa. Dopo tanti giorni di ospedale mi alzo alle sei del mattino, alle 10 in pratica sono già stanco, ma parlare con voi è davvero un ritorno alla normalità». Gerry Scotti sta bene e lo capiamo dalla voce, dal fatto che abbia voglia di scherzare. Ma è stata dura: è guarito dal Covid dopo due settimane di ospedale. E ora che possiamo tirare un sospiro di sollievo, ha deciso di raccontarci tutto quello che ha passato.

Gerry, la cosa più importante: come sta adesso?
«Bene. Travolto, stordito da centinaia di messaggi dopo il mio post su Instagram dove documentavo il mio ritorno a casa il 16 novembre. Ho capito che l’affetto vince su ogni male, che è più forte degli antibiotici».

È ancora sotto controllo medico?
«No, sono clinicamente guarito, ho appena ricevuto il risultato dell’ultimo tampone: negativo!».

Se la sente di ricapitolare dall’inizio ciò che ha vissuto?
«Ripercorro volentieri l’escalation perché può essere un vademecum utile per i lettori. Io ho sempre avuto una grandissima attenzione nei confronti del Covid. Vi ricordate in primavera? Andavo bardato a “Striscia la notizia”. Nel corso dei mesi il lavoro mi ha dato l’adrenalina per andare avanti, con tutte le precauzioni. Negli studi di “Caduta libera” a Cologno Monzese portavo la mascherina anche in camerino, facevo test pungidito e tamponi regolarmente. Anche prima di spostarmi a Roma per fare “Tú sí que vales”. I controlli sono strettissimi e gli ambienti vengono sanificati di continuo. Sono portato a credere di essermi contagiato in famiglia. Mia moglie Gabriella, asintomatica, era andata a trovare dei parenti poi risultati positivi. Quindi ci siamo isolati e divisi: lei a casa, io al piano di sotto, ma non è bastato».

Così sono arrivati i primi sintomi.
«La stanchezza, la perdita di olfatto e gusto e quell’infido 37,5 di febbre, legato all’assenza di fiato. Ho seguito il consiglio di non affollare i Pronto soccorso, sono stato a riposo a casa, ho preso la tachipirina. Ma quando ho capito che la situazione non migliorava, d’accordo col medico curante ho preferito ricoverarmi all’Humanitas di Rozzano (MI), dove mi hanno sottoposto a 50 esami per capire la situazione di cuore, reni, polmoni... E quando mi hanno detto: “Gerry, il suo è un Signor Covid”, ho iniziato il cortisone e gli antibiotici».

A un certo punto è girata la voce che lei fosse in terapia intensiva.
«Un’esagerazione della realtà, ma da personaggio pubblico ci sono abituato. Sono stato sempre vigile, cosciente. Pieno di sensori per tenermi monitorato, certo, e con l’ossigeno. Mi sono affidato ai medici e comunicavo ogni loro decisione a Carlo Conti che, guarda i casi della vita, era pure lui in ospedale. Ci scrivevamo ogni giorno: “A te quanti litri di ossigeno oggi?”. “A me tre”. “A me quattro”. Sembravamo i vecchietti del “Muppet Show”».

Il momento più duro?
«Il casco per la ventilazione. È stato molto provante psicologicamente, ma io che sono uno pauroso, un ipocondriaco, ho scoperto dentro di me una forza che mai avrei creduto di avere».

La sua famiglia?
«Ringrazio la mia famiglia che mi è stata sempre vicina nei momenti più duri. Mia moglie Gabriella e mio figlio Edoardo erano costantemente informati al telefono, da me e dai medici. Ho visto attorno a me un “formicaio” di professionisti: dal primario in giù, gli infermieri, gli operatori sanitari, le signore delle pulizie si prodigano come non mai, con turni massacranti. Nessuno è fermo mai più di 10 secondi, notte e giorno, facendo spesso anche oltre il dovuto, comunicando con i parenti attraverso le videochiamate, con una gentilezza, un’umanità uniche. Ai negazionisti farei vedere cosa ho visto io davanti alla porta della terapia intensiva, anche solo un minuto».

Noi spettatori siamo stati in apprensione per lo “zio Gerry”. Abbiamo continuato a vederla a “Caduta libera” e a “Tú sí que vales” con un effetto straniante.
«Anche per me è stato strano. L’ultima puntata di “Tú sí que vales” l’ho fatta da casa: anziché dalla poltrona da giudice ero seduto sulla mia poltrona, quella da cui guardo io la tv! Una puntata kafkiana, ma con la “follia” degli autori è risultata anche una delle più belle (mentre scriviamo Gerry non sa ancora se potrà andare in diretta alla finale del 28 novembre, ndr)».

Come l’ha cambiata questa esperienza?
«Quando mi hanno detto che, se avessi voluto, sarei potuto tornare a casa, ho preferito fare altri tre giorni di “svezzamento” in reparto. Per scaramanzia, e perché sono diventato cauto. Dovevo ricominciare a camminare, piano piano, dopo tanti giorni sdraiato a letto. In altre situazioni, per esempio con un ginocchio ingessato, avrei firmato subito per uscire».

La prima cosa che ha fatto appena è tornato a casa? E che cosa desidera di più oggi?
«Ho mangiato la mia amata pasta in bianco, ho bevuto un caffè. Sapesse che bello sentire il sapore del filo d’olio, il profumo della moka. Tutti hanno notato che sono dimagrito. E vorrei vedere: se fossi anche ingrassato, sarei stato l’unico caso di Covid ad aver preso peso! In ospedale ho perso più di 10 chili. Un paio li riprenderò, magari non tutti. Ma se c’è una cosa che ho imparato da questa esperienza è gustarmi i piccoli piaceri della vita. Vorrei tanto fare una bella passeggiata, a piedi e in bici. Uscire e ricominciare un po’ a viaggiare appena sarà possibile sono i miei desideri più grandi. Quanto al lavoro, a Mediaset mi aspettano a braccia aperte, ma sanno quanto è importante che io recuperi la forma, che mi fermi due-tre mesi per dedicarmi a una grande gioia che sta arrivando nella mia vita».

Diventerà nonno!
«A metà dicembre nascerà la figlia di Edoardo. Il regalo di Natale che dà un senso a tutto. Mio figlio si è sposato giovane e in cuor mio, da papà figlio unico di un figlio unico, ho sempre sperato che fosse perché con la moglie intendono mettere in cantiere tanti bambini. Mi auguro che a questa femminuccia seguano altri nipotini, sennò poi lei mi diventa una “principessa sul pisello”. Mi conosco, sarò un nonno apprensivo, che la vizierà. Sono in piena fase di “rimbambimento”, penso al corredino, ai pannolini».

Suo figlio ha già scelto il nome?
«Lui e sua moglie fanno i misteriosi. Io gli ho fatto notare che il mio nome di battesimo, Virginio, al maschile non è il massimo, ma nella versione femminile è stupendo. So bene che per ottenere un risultato non bisogna insistere, quindi l’ho solo buttata lì. Però da qualche sorrisino e dal fatto che mi vietano di entrare nella cameretta, ho capito che quasi quasi…».

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