Gianluigi Nuzzi: «La mia faccia è seria, ma nella vita rido spesso»

Conclusa la stagione di "Quarto grado", è al lavoro sugli speciali estivi

10 Giugno 2022 alle 08:40

Per l’intervista Gianluigi Nuzzi mi invita a casa sua, in un elegante palazzo del centro di Milano. Suono il campanello e mi accoglie con un gran sorriso. Faccio fatica a realizzare che quel volto così radioso appartenga al conduttore, serio e composto, di “Quarto grado”. «Ho una parte di me anche più leggera, eh? Il problema è che ho la faccia un po’... antipatica ma non credo di esserlo. E poi comunque sorrido. È la contraddizione l’elemento attrattivo. Da ragazzo in discoteca cercavo la tipa asimmetrica rispetto alle altre. Se andavo in un chiringuito a Formentera per un aperitivo, leggevo un libro ed ero l’unico».

Si è appena conclusa una nuova stagione di successo per “Quarto grado”. Merito proprio di Nuzzi, che dal settembre 2013 è al timone del programma di Rete 4, e della sua squadra.

C’è una grande fetta di pubblico che la segue da anni. Come se lo spiega questo successo?
«“Quarto grado” è un programma che ha le sue radici nella narrazione molto legata ai documenti che noi riproduciamo, sviluppiamo e raccontiamo. Il lavoro di tutti noi è quello di scoprire degli elementi che poi gli inquirenti ci chiedono. Noi facciamo ricerca e non attività investigativa, che invece spetta alla polizia. Comunque il successo del programma sta nell’identità collettiva: la gente vuole conoscere le storie. Ed è determinante il confronto in studio con persone qualificate ed esperte. Mi riferisco a Massimo Picozzi, Luciano Garofano, Alessandro Meluzzi e agli ospiti come Carmelo Abbate e Carmen Pugliese, che hanno conoscenza dei fatti. L’altra grande forza è l’approccio ai casi laddove ci siano dei dubbi».

E si sa che il dubbio è il miglior alleato della verità in molti casi…
«È uno stimolo all’intelligenza. E i miei colleghi in questo sono unici. Credo che la nostra sia una delle migliori squadre di cronaca che ci sia in Italia».

Il 14 gennaio ha condotto la puntata di “Quarto grado” al gelo del terrazzo della sua casa milanese in quanto era risultato positivo al Covid. Lo rifarebbe?
«Tutta la vita! Quando l’ho proposto mi hanno preso per pazzo. Dopo esserci accertati che tutto veniva svolto in sicurezza, siamo andati avanti con una puntata che ricordo ancora con emozione».

Dopo la pandemia è scoppiata la guerra in Ucraina. Quanto ha inciso sui contenuti del programma?
«Cerchiamo i gialli nella guerra. Mi riferisco alla morte in circostanze sospette degli oligarchi, dei generali. Ma ci siamo occupati anche del mistero della malattia di Putin. Alcuni nostri telespettatori storici si sono lamentati di questo orientamento, ma non potevamo ignorare una guerra in atto in Europa e quindi la cronaca. Noi per fortuna siamo affrancati dalla politica, per cui se c’è la guerra parliamo del conflitto e non dei massimi sistemi, anche perché l’Italia in questo contesto non ha gioco».

“Quarto grado” andrà in onda anche d’estate con i consueti speciali: quali argomenti affronterete?
«“Quarto grado - Le storie” sono puntate monografiche su tre grandi gialli: i “predatori sessuali” come Alberto Genovese, l’imprenditore accusato di aver drogato e violentato due ragazze, e altri. Poi affronteremo il caso di Saman, la ragazza pakistana uccisa in un complotto di famiglia perché non voleva accettare un matrimonio combinato. E riparleremo del delitto di Avetrana e della strage di Erba».

La vicenda degli ultimi mesi che l’ha scossa di più?
«Non ho dubbi: Liliana Resinovich, la signora di Trieste contesa tra il marito e l’amico che viene ritrovata morta con dei sacchi in testa».

“Chi l’ha visto?” e “Quarto grado” sono due programmi molto amati dal pubblico: qual è la differenza?
«Non seguo “Chi l’ha visto?” (sorride). Noi siamo un programma giovane: abbiamo i frizzi della gioventù e ne siamo orgogliosi. Quello è un programma storico».

Anche da giovane ha sempre avuto la passione per i misteri?
«A me interessano le verità nascoste. L’italia è divisa in due: quello che si vede e quello che non si vede. E in quest’ultimo ci sono poteri occulti, interessi deviati, arricchimenti illeciti, fatti di sangue, responsabilità non individuate. Ed è qui che il giornalista deve pescare e andare sempre più in profondità. La mia attitudine è di andare a cercare le storie sott’acqua».

Quando termina la diretta il venerdì sera, cosa si porta dietro?
«Scarico la tensione guidando. E mi capita talvolta di andare un po’ veloce in macchina... Ma so che è sbagliato».

Nel suo ultimo libro “I predatori (tra noi)”, edito da Rizzoli (19 euro), parla di sesso e violenza, fenomeno sempre più in crescita, che preoccupa gli italiani.
«Affronta i casi dei predatori sessuali, un mondo sommerso dove stanno aumentando le droghe dello stupro a basso costo, che in farmacia si trovano con una certa facilità. Il predatore si nasconde ovunque. Anche ben camuffato, come l’uomo in giacca e cravatta, il professionista amico di famiglia. Tutto questo è l’ultimo colpo di coda di un rapporto malato tra uomo e donna».

Lei ha due figli di 15 e 11 anni. È un papà ansioso?
«Quello che spero è che i miei figli scoprano le passioni che hanno dentro e le realizzino. La libertà e il potere di fare quello che si ama valgono più di qualsiasi ricchezza».

Dove andrà in vacanza?
«Dobbiamo ancora decidere: Giappone o Cina o, in alternativa, Namibia in Africa».

La sua estate del cuore?
«Quelle in cui, da bambino, sgambettavo tra l’erba appena tagliata in Trentino dove i miei nonni avevano la casa. Mi piaceva buttarmi sui prati, nei fienili, dar da mangiare alle galline, ai conigli e raccogliere le mele dagli alberi. Quei colori, quegli odori e quei sapori li ricordo ancora».

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