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Gianni Minà, una vita in mezzo alla storia

Per scrivere il suo nome bastano dieci caratteri, ma per raccontare chi è non basta un intero libro, neppure quello che ha scritto su se stesso

Foto: Gianni Minà. Torinese, ha cominciato la carriera di giornalista nel 1959 a “Tuttosport”

08 Ottobre 2020 | 8:41 di Andrea Di Quarto

Per scrivere il suo nome, Gianni Minà, bastano dieci caratteri, ma per raccontare chi è non basta un intero libro, neppure quello che ha scritto su se stesso. 82 anni, torinese, giornalista, scrittore, conduttore televisivo, ha collaborato con quotidiani e settimanali italiani e stranieri, ha realizzato decine di reportage per la Rai, ideato e presentato programmi televisivi di culto, girato documentari su Che Guevara, Muhammad Ali, Fidel Castro, Diego Maradona. È stato direttore del quotidiano “Tuttosport”, della rivista letteraria “Latinoamerica e tutti i sud del mondo” e della collana “Continente desaparecido” di Sperling & Kupfer, dedicata agli autori latino-americani. Ha pubblicato numerosi libri, molti dei quali sull’America Latina.

La sua autobiografia, uscita pochi mesi fa, l’ha intitolata “Storia di un boxeur latino”. Perché?
«Perché il boxeur latino è colui che sfida qualunque situazione, gradevole o sgradevole, ma è leale nelle risposte che dà. Sono uno di quelli sempre pronti a dipanare qualunque interrogativo e poi, come un pugile, tengo sempre la guardia alta».

Spieghi chi è Gianni Minà a un quindicenne che sta leggendo questa intervista.
«È un personaggio curioso che a vent’anni già lavorava per un giornale. È un giornalista che ha sempre inseguito il “vero”, sia nei fatti che nelle persone, tralasciando l’apparenza. La prima impressione è un sentimento che detesto. Ho basato la mia carriera sulla scoperta delle cronache e dei personaggi... Non ho avuto paura di sfidare il contesto, temo molto la stupidità».

Che tipo di famiglia era la sua?
«Mio padre era avvocato della Reale Mutua Assicurazioni e mia madre era maestra e casalinga».

Dopo gli inizi a “Tuttosport” ha collaborato con la Rai lavorando in programmi che hanno fatto la storia della tv: “Tv7”, “AZ: un fatto come e perché”, “Dribbling”, “Odeon”, “Gulliver”...
«Ho cominciato a collaborare con la Rai a rubriche che hanno cambiato il linguaggio giornalistico della comunicazione, ora è più difficile il lavoro di “rottura” di un modo di scrivere e raccontare. A quei tempi c’era un’apertura ai nuovi linguaggi, ma è stato comunque un percorso molto combattuto».

Ha conosciuto personaggi grandissimi. Di alcuni è anche diventato amico. Qual è il segreto?
«Il rispetto assoluto delle persone che ho di fronte, anche con quelle più polemiche, che non mi hanno mai fatto paura... e ne ho affrontate di cose, non certo facili. Ma la mia curiosità ha fatto in modo che riuscissi a far intendere a molti protagonisti che erano tutelati».

Alcuni non erano proprio dei santi. Si offende se le dicono che Fidel Castro era un dittatore?
«Bisognerebbe domandarsi piuttosto perché Castro è stato una persona leale quando gli Stati Uniti non lo sono stati più con Cuba. Alla fine c’è stata una rivincita di Castro, al contrario del comunismo e del marxismo che hanno visto finire il loro tempo».

Come nacque il suo rapporto con il “Líder Máximo”?
«Per sette, otto anni ho continuato a fare la domanda per poterlo intervistare. Questo è il segreto che mi ha condotto a lui: non mollare mai. L’intervista di 16 ore che ho fatto con Fidel Castro è stato uno scoop che è stato riconosciuto nel mondo e che mi ha dato una forte popolarità all’estero, ma non è stato riconosciuto qui in Italia, ovviamente».

E Ali? Altro personaggio non facile da maneggiare...
«Molto più facile da maneggiare di quanto sia stato scritto o detto, anche se il primo approccio non fu idilliaco. Finita la nostra prima intervista, organizzata dal suo avvocato, si sono accorti in molti che Ali aveva dei pregiudizi nei miei confronti, tant’è che fu un fiasco. Ma lui si rese conto dell’onestà della persona che aveva davanti e mi promise una seconda intervista».

E poi c’è Diego...
«Riguardo a lui, sono sempre stato convinto che fosse il più grande calciatore mai nato».

Il talento di un personaggio cancella tutto il resto o la grandezza va pesata anche alla luce della sua condotta nella vita?
«Io, come giornalista, faccio emergere luci e ombre delle persone che intervisto. Poi, però, chi sono io per giudicare il comportamento di un altro uomo?».

Da dove nasce la sua passione per il Sud America?
«Dal samba, dalla bossa nova e dal piacere di coltivare questo folclore e questi ritmi».

Amore non sempre ricambiato. Ai Mondiali argentini del 1978 la cacciarono per via di una domanda sgradita sui desaparecidos.
«Superficialità giovanile…».

È entrato in Rai dopo 17 anni di precariato.
«È palese che hanno riconosciuto i miei meriti sul campo».

Qual è il programma più “suo” che ha fatto?
«“Blitz”, perché fra una puntata e l’altra abbiamo creato uno stile di giornalismo televisivo».

Un programma così oggi si potrebbe ancora fare?
«No, per mancanza di autori, inventiva e audacia».

Ha detto spesso che tra i grandi personaggi che ha intervistato manca Nelson Mandela. Che cosa avrebbe voluto chiedergli?
«Che sentimenti nutriva per chi l’ha tenuto trent’anni in galera».

Ha avuto grandi successi anche come documentarista. È un altro mestiere rispetto al giornalismo o cambia solo il linguaggio?
«È un altro mestiere, perché devi costruire una storia con immagini, parole e musica, e tutto da solo».

Chi è oggi il più bravo giornalista?
«Sono rimasto a Enzo Biagi, credo che si sia perso il marchio».

Nessuna delle sue tre figlie ha seguito le sue orme. Le è dispiaciuto?
«Ai figli bisogna lasciar fare quello che li rende felici e li appassiona».

C’è una cosa che Gianni Minà avrebbe voluto saper fare e in cui è proprio negato?
«Suonare uno strumento, ho sempre apprezzato molto la musica».

Da anni si batte perché venga creato un archivio con i suoi programmi. A che punto siamo?
«Ho chiesto più e più volte di mettere in sicurezza programmi come “Blitz” e altri degli anni passati. Ho chiesto di mettere mano alle più di 600 ore di programmi e servizi tv che ho prodotto per la Rai e che sono in Cineteca, per dare un senso compiuto alla memoria, ma sono state, le mie, richieste inutili... Per ora sono solo sconfitte. Ma devo avere fiducia. Perché, si dice, il tempo è galantuomo. Giusto?».