Gigi Marzullo: «La tv mi aiuta a vivere (meglio)»

Il conduttore di "Unomattina Estate" ha appena festeggiato un compleanno importante e con Sorrisi tira le somme della sua carriera

7 Agosto 2023 alle 08:08

Gigi Marzullo, ha festeggiato 70 anni il 25 luglio. Come si sente?
«Uguale. Dopo i 70 non succede niente».

Un punto di arrivo o di partenza?
«Certo i 70 anni rappresentano più un punto di arrivo, però è un’occasione per ripartire. Io non ho mai pensato all’arrivo, ma al viaggio: ho sempre camminato, faticato, senza darmi mai una meta. Poi, piano piano, sono arrivati dei traguardi».

I più memorabili?
«La laurea in Medicina a più di 40 anni che rese felici i miei genitori. Ma anche il primo stipendio fisso al quotidiano “Il Mattino”. E quando, dopo tanti anni, sono stato assunto e diventato un operaio della Rai».

Perché “operaio”?
«Perché la Rai è una grande azienda, e io credo di essere sempre stato disciplinato, una formichina».

Questa estate ai suoi “cari amici della notte” di “Sottovoce” ha aggiunto il pubblico di “Unomattina”.
«Apro e chiudo il palinsesto di Rai1. Io sono per la teoria del “non abbandono”, dell’aggiungere».

Stamattina a che ora si è alzato?
«Come sempre, ormai mi sono quasi abituato, alle 7 e mezzo. Il problema è che avendo l’ansia di non svegliarmi, mi sveglio alle 5, alle 6...».

Di notte il suo saluto è: «Un giorno in più per amare, per sognare, per vivere». Fra i tre verbi cosa preferisce?
«Sognare. Perché amare non è solo gioia, a volte si soffre, anche vivere a volte è sofferenza. Il sogno, anche se è un brutto sogno, non appartiene alla realtà, quindi è meglio sognare».

Cito una sua domanda: «Se potesse augurarsi un sogno quale si augurerebbe?».
«Sogno che un giorno arriva qualcuno e mi dice: “Da oggi in poi non si muore più” e mi becca che sono ancora vivo. Un sogno impossibile».

Ha paura della morte?
«Ho paura della fine di questa vita. Quando qualcuno dice che dopo si va a stare meglio io rispondo: “Mi accontento di quello che ho, voglio stare qua”».

“Il marzulliere”, diventato un libro, è un sunto delle sue domande, a volte un po’ contorte.
«Sono domande normali, si capiscono, chi non risponde gioca a non capire. Alcune sono razionali altre meno, ma hanno sempre un po’ di sostanza».

Le vengono spontanee o si scervella?
«Nascono dalla realtà, sono rubate un po’ a destra e a sinistra, dai film che ho visto, da quello che ho letto, da quello che sento in giro, dal mio cuore e dalla mia mente».

La prima che le girò in testa?
«“La vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio?” nel programma “Mezzanotte e dintorni”. Era legata alla notte e ai sogni che tutti facciamo».

Quella che ha fatto più spesso?
«“È meglio amare e aver perso o non aver mai amato?”. L’amore è uno dei segmenti che ho incontrato sin da giovanissimo nella mia città di provincia, Avellino».

Ha affermato: «È più difficile dare risposte che fare domande».
«Assolutamente. Bisogna pensare prima di rispondere, ma in ogni caso bisogna pensare prima di parlare».

Nella sua carriera quante persone ha intervistato?
«Sette, ottomila. Nel 2024 “Sottovoce” compirà 30 anni, con una media di 250 ospiti all’anno il calcolo è semplice».

E quanti ne ha messi in difficoltà?
«Nessuno. All’inizio avevo un po’ timore a chiedere della vita privata, allora in tv non si facevano domande del genere, invece a me interessa di più la persona e meno il personaggio. Oggi alcuni mi considerano il loro analista».

Un nome?
«Sergio Rubini. Ogni tanto viene a farsi intervistare, ha la possibilità di parlare 35-40 minuti e da me uno può raccontare quello che vuole».

Uno che si è scocciato?
«Roman Polanski. Gli chiesi perché portasse l’orecchino, la feci apposta come ultima domanda. Rispose: “Perché quelli come lei me lo chiedono”».

È capitato che qualcuno si sia rifiutato di rispondere?
«Sabina Guzzanti a cui avevo chiesto: “Si faccia una domanda e si dia una risposta”. Restò in silenzio per qualche secondo e poi disse: “Fatto”».

È iscritto all’Ordine dei giornalisti da 40 anni: ci pensa mai a riscuotere la meritata pensione?
«Io non sono molto classificabile, ho sempre e solo pensato a fare il lavoro che mi piace, non penso di smettere ora, voglio continuare fino a quando posso farlo».

La tv è una prigione o aiuta a vivere a meglio?
«La tv a me aiuta proprio a vivere. Io la guardo, la frequento, quando sto in uno studio televisivo mi sento un leone, mi trasformo, divento meno timido, invece di fronte a tante persone mi intimidisco».

Tempo fa ha detto che i suoi valori sono «l’amicizia, la fede in Dio e la lealtà». Altri da aggiungere?
«L’amore e il comportarsi bene, non prendere in giro le persone, non illuderle, ma dire la verità».

La mania delle righe invece come le è venuta?
«Cinque anni fa Fabio Fazio mi invitò a “Che tempo che fa”, era un ambiente molto pop. Io indossavo sempre giacca e cravatta, allora sostituii la camicia con una maglietta a righe, scoprii che mi piaceva non avere più la cravatta».

Da anni porta i capelli lunghi: mai avuto la tentazione di tagliarli?
«No, io non mi ritengo bello, ma l’unica cosa che è sempre piaciuta anche a qualche mia fidanzata sono i capelli. Con i capelli corti mi sentirei spoglio».

Si sente ancora un “ragazzo di provincia” emigrato a Roma?
«Molto di più, anche perché se sono quel che sono, genuino, semplice, sincero, in una parola provinciale, è perché sono nato lì, ho vissuto lì e quando posso ci torno».

Una cosa che hanno detto di lei che non è vera?
«All’inizio mi criticavano un po’, dicevano che non ero bravo, ma può succedere, fa parte del gioco. L’importante è non fermarsi, convincere gli altri. Io ho avuto il tempo per potermi spiegare e farmi apprezzare».

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